I COMUNI: “COSTRETTI A TAGLIARE I SERVIZI ED AUMENTARE LE TASSE”

gli orologi di palazzo rossodi Renzo Penna – Il giornale dei Comuni ‘Magazine’ ospita, nel numero di giugno, un articolo che mette a nudo le difficoltà che gli Enti locali (Regioni, Province e Comuni) stanno affrontando per effetto della crisi e individua le responsabilità nelle politiche dei governi che, dal 2008, si sono via via succeduti. In particolare nell’ultimo quinquennio, per rispettare i parametri imposti dalla Ue, sono state adottate, nei confronti delle Amministrazioni locali, una serie di manovre sempre più restrittive con l’introduzione di vincoli di spesa – correnti e in conto capitale – che hanno inciso pesantemente sulla loro normale gestione. Lo schema è semplice: “Lo Stato taglia alle Regioni, ai Comuni e alle Province. Loro tagliano ai cittadini; che significa: meno servizi e investimenti.”[1]

La somma totale dei tagli ammonta a 40 miliardi in sette anni. Tra il 2008 e il 2015 gli Enti locali si sono visti ridurre i trasferimenti statali di 22 miliardi e hanno subito un calo dei finanziamenti per la sanità di 17,5 miliardi”. Grazie a questa politica i governi nazionali si sono dimostrati sobri e virtuosi al cospetto della Bce e della Commissione europea, scaricando il problema sugli amministratori locali che, necessariamente, hanno agito sulla leva fiscale. I Comuni ritoccando all’insù, in modo generalizzato, le aliquote dell’ex Ici prima e dell’Imu poi; mentre le Regioni, per far quadrare i conti, hanno ridotto gli investimenti, soprattutto, in sanità e trasporti. Come conseguenza la minor spesa pubblica a livello centrale – la cosiddetta ‘spending review’ – è stata in gran parte pagata dai cittadini e dalle attività produttive che hanno subito un fortissimo aumento delle tasse locali. Non è quindi casuale che l’addizionale comunale all’Irpef – che nel 1998 prevedeva una aliquota massima dello 0,50% – sia stata nel 2007 elevata allo 0,80% dalla legge finanziaria. E’ così, ad esempio, capitato che il Comune di Alessandria, il quale per la legge sul “dissesto” è stato obbligato ad innalzare tutte le tariffe, si trovi oggi, per quanto riguarda la tassazione, in media con gli altri comuni.

Per completare il quadro e in termini assoluti, le Autonomie locali più penalizzate dalla riduzione dei trasferimenti sono state le 15 Regioni a Statuto Ordinario, che tra il 2010 e il 2015 hanno subito un taglio complessivo di 9,75 miliardi di euro. Ai Comuni, invece, il taglio è costato 8.31 miliardi e alle Province 3,74 miliardi. Paradossalmente meno ‘toccate’ le cinque regioni a Statuto Speciale che hanno subito una riduzione di 3,34 miliardi.[2]

Sullo stesso tema, con un approccio più politico ma analoghi concetti, è intervenuto anche il Senatore Federico Fornaro: “a Roma, in questi anni e non solo con questo Governo, ha finito per prevalere la logica burocratica del taglio delle tabelle e dei trasferimenti agli Enti locali, perché è così facile con un tratto di penna togliere un miliardo di euro qua e un miliardo la, tanto poi saranno altri a dover confrontarsi con i cittadini contribuenti”.[3] In questa maniera “i comuni hanno visto crollare i trasferimenti ordinari dallo Stato e anche quelli più virtuosi sono stati obbligati, per far quadrare i conti e non tagliare i servizi fondamentali, ad agire sulla leva fiscale trasformandosi in gabellieri”.

Per il senatore del Pd queste sono le principali ragioni che, in questi ultimi anni, hanno portato ad un drastico cambio di opinione dei cittadini nei confronti degli amministratori locali e, in particolare, dei sindaci. Così il ‘primo cittadino’, da sempre considerata l’autorità pubblica più vicina alle persone, “è stato visto dai contribuenti come colui che imponeva balzelli giudicati eccessivi e iniqui come l’Imu e la Tasi e che quindi non era stato capace di difendere gli interessi dei suoi cittadini contro i tagli decisi da Roma, magari con l’aggiunta, per i sindaci del Pd, dell’accusa di non protestare a sufficienza per disciplina di partito”.[4] Difficile non avvertire in queste parole un riferimento alle sconfitte nelle recenti elezioni amministrative di numerosi sindaci del Partito Democratico e, in particolare, per quella più clamorosa del sindaco di Torino, Piero Fassino, nonché presidente dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani. Certo è che non è più un dato acquisito per i sindaci, anche per quelli più impegnati e attenti nell’amministrare il proprio territorio, l’essere confermati nel secondo mandato, come avveniva in passato. Anche nelle situazioni più virtuose, infatti, mancano le risorse per l’ordinaria manutenzione, per la cura delle strade – le ‘buche’ – del verde pubblico, l’impossibilità ad assumere impoverisce il ricambio delle professionalità, la richiesta di maggiore sicurezza, sovente alimentata ad arte, ha difficoltà a trovare risposte e si scarica anch’essa su chi governa i comuni. Emblematico il caso dei profughi la cui gestione è in capo al ministero dell’Interno e alle prefetture, mentre i cittadini indirizzano le loro proteste verso le Amministrazioni.

Di conseguenza è molto più facile che la rabbia dei cittadini, almeno quelli che ancora si recano a votare, si indirizzi verso chi è stato all’opposizione o verso chi, come il M5S, non ha mai avuto responsabilità di governo. Le vicende dei Comuni di Roma e Torino, pur tra loro molto diverse, lo stanno a testimoniare.

Per non assegnare tutta la colpa al Governo nazionale va però anche considerato che la filosofia politico-economica ‘mainstream’ che va per la maggior in Europa e obbliga i governi al rispetto dei parametri e ha come unica priorità il taglio del debito pubblico, considera logica e vede con favore la riduzione e lo smantellamento del welfare, sia esso nazionale che locale. Una politica, quella del cosiddetto ‘rigore’, profondamente sbagliata, incapace di superare gli effetti della crisi, scoppiata nel 2008 negli Stati Uniti, che ha prodotto l’impoverimento del ceto medio, l’aumento delle diseguaglianze e non si è dimostrata in grado di creare lavoro e occupazione. Ma, però, una politica tenacemente difesa dall’1% più ricco e potente che ha nel Fmi (Fondo monetario internazionale),  nella Bce (Banca centrale europea) e nella Commissione europea i custodi del credo liberista.

Questa politica, nella dimensione degli Enti locali, predica e teorizza, il dimagrimento – il superamento del ‘modello incrementale’ – se non, come è capitato alle Province, la loro cancellazione, attraverso le ‘esternalizzazioni’ delle funzioni e la ‘privatizzazione’ dei servizi. A questo fine sono funzionali le campagne di generalizzata denigrazione del lavoro pubblico, il mancato rinnovo, da ormai sette anni, dei contratti di lavoro come ostentato segno di disinteresse del Governo per i lavoratori della Pubblica amministrazione. Mentre, nel contempo, si promette, e non si comprende come, con chi, con quale formazione, una maggiore efficienza del comparto pubblico, la sua sburocratizzazione e l’introduzione della digitalizzazione. Comportamenti che sono la traduzione sul piano locale dell’impostazione liberista che, da sempre, considera lo Stato sociale un insopportabile costo, mentre costituisce l’argine più robusto all’impoverimento, alla solitudine delle persone, oltre a rappresentare un elemento fondamentale per la qualità e la compatibilità dello stesso sviluppo economico.

Oggi, come sostiene Nadia Urbinati, c’è più, non meno, bisogno di politiche pubbliche. “Ce n’è tanto bisogno quanto ce n’era negli anni della ricostruzione post bellica, perché di ricostruzione si tratta comunque: della fiducia nelle istituzioni politiche, della stabilità sociale e della tranquillità civile.”[5]

Lo sanno bene i cittadini che quando si sono potuti liberamente esprimere tra sanità pubblica e privata hanno scelto quella pubblica, tra scuola pubblica e privata, quella pubblica e per difendere l’acqua come bene comune, nel 2011, in 26 milioni hanno partecipato e vinto il referendum.

Alessandria, 6 agosto 2016

[1]Salvatore Dettori: “Giornale dei Comuni Magazine”, n.5 giugno 2016

[2] Ibidem

[3] Federico Fornaro: “Governare stanca”, Città Futura, 14 luglio 2016

[4] Ibiden

[5] Nadia Urbinati: “Il disagio sugli immigrati  e le scelte da fare a sinistra” – la Repubblica, 30 luglio 2016

 

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