Tronti: “Separazione del valore dal lavoro e diritto alla conoscenza”

Postfazione di Leonello Tronti per il libro: “I SOMMERSI. Lavoratori disarmati nella sfida con i robot” di Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie, P.S. Editore, Roma, Settembre 2022, seconda edizione.

1. I sommersi
Il libro affronta il tema storico, tanto complesso quanto cruciale per la stessa tenuta e lo stesso significato della democrazia, del progressivo deterioramento delle condizioni generali del lavoro
dopo l’ondata internazionale delle lotte operaie degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.
Quell’ondata aveva portato ovunque, in Occidente, al rafforzamento dei sindacati e dello stato sociale e, in Italia, nel 1970 aveva fatto “entrare la Costituzione in fabbrica” con lo Statuto dei
lavoratori di Giacomo Brodolini e Gino Giugni (ma anche, non bisogna dimenticarlo, di Carlo Donat-Cattin), che opportunamente gli autori ripubblicano integralmente come appendice al
volume.
Dopo quella fase fondante, e in relazione con la crisi economica internazionale conseguente agli shock petroliferi degli anni ’70 e al diffondersi della stagflazione nelle economie sviluppate, il lavoro subisce un processo di progressivo indebolimento politico, economico e sociale, che lo vede sempre più frammentato e disarmato nell’arena del conflitto industriale e nella stessa società. In Italia i partiti politici che avevano un legame storico con il lavoro e con i sindacati più rappresentativi scompaiono con la crisi della Prima Repubblica, e le nuove aggregazioni della sinistra, o meglio del centro-sinistra, perdono progressivamente l’aggancio privilegiato con il mondo del lavoro, mentre i sindacati si trasformano assumendo una mole crescente di compiti e funzioni di servizio sociale diversi dalla contrattazione: dall’assistenza fiscale e sociale a numerose e rilevanti attività bilaterali, anzitutto di formazione, e poi di gestione mutualistica di fondi di solidarietà per l’integrazione del reddito, di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, di
partecipazione alla gestione dei fondi di previdenza integrativa, del welfare aziendale e della sanità integrativa e altro ancora. Le nuove attività di servizio sociale del sindacato non riescono però a
impedire il progressivo indebolimento del sistema delle relazioni industriali al proprio interno e nei confronti dell’intero corpo sociale.
Il lavoro presenta cambiamenti che non possono non definirsi epocali, i cui fenomeni più profondi sono da un lato tecnologici (tra tutti la digitalizzazione dei processi produttivi, la diffusione
dell’intelligenza artificiale e dei robot e, quindi, le imprese-piattaforma e il management algoritmico) e dall’altro economico-sociali, con la generazione e la continua crescita di diseguaglianze economiche vertiginose, senza precedenti nella storia moderna. In questa trasformazione rapida quanto profonda, i lavoratori (e con essi una parte rilevante se non maggioritaria della classe media) sembrano aver perso non solo l’accesso a una condizione di
benessere diffuso, ma la capacità stessa di incidere sull’evoluzione della società e dell’economia,
di promuovere un programma di libertà e di progresso sociale.
2. Il declino del lavoro: le ragioni economiche 

Negli anni successivi all’ondata internazionale delle lotte operaie, che aveva consentito significativi miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro dei salariati, si registra un progressivo deterioramento che segue direttrici diverse e complementari. Il declino è anzitutto di natura
economica e si concretizza con il continuo ridimensionamento della quota dei salari nel valore aggiunto a favore di profitti e rendite. Il taglio si riscontra quasi contemporaneamente, in America,
in Europa e in quasi tutte le economie avanzate, a partire dalla metà degli anni ’70 e prosegue ininterrotto per un trentennio, fino alla crisi finanziaria internazionale del 2008. Il processo si avvia
tra il primo (1973) e il secondo (1979) shock dei prezzi del petrolio e delle principali materie prime.
Le economie occidentali si trovarono improvvisamente gravate da un pesante fardello di inflazione proveniente in larga prevalenza da altre aree del pianeta in un periodo in cui lo sviluppo le aveva
avvicinate alla piena occupazione, rafforzando l’influenza del lavoro organizzato e la sua capacità di resistere alle pressioni di chi voleva accollare per intero quel fardello ai salari. Il “mondo libero”
si impantana così in una lunga fase di “stagflazione”, caratterizzata da inflazione elevata e crescita stagnante. Sul piano della politica economica, la stagflazione pone fine al “consenso keynesiano”
(che sarebbe più giusto chiamare neokeynesiano) che aveva guidato lo sviluppo impetuoso del “glorioso trentennio” postbellico.
La crisi si scatena in successione. Anzitutto a causa del venir meno dell’accordo monetario internazionale creato dagli accordi di Bretton Woods per l’abbandono da parte di Nixon della
convertibilità aurea del dollaro (1971), resa insostenibile dalle ingenti spese per la guerra del Vietnam. Quindi, in conseguenza della decisione dei paesi arabi associati all’OPEC di sostenere
l’azione di Egitto e Siria nel conflitto arabo-israeliano dello Yom Kippur (1973) con robusti aumenti del prezzo del barile rispetto a un dollaro già fortemente svalutato (il valore dell’oro triplica nello
stesso 1973 a 106 dollari l’oncia) e con un embargo nei confronti dei paesi maggiormente filoisraeliani.
Ma la difficoltà con cui l’economia globale affronta la svalutazione del dollaro e l’inflazione dei prezzi delle materie prime è legata anche al successo delle politiche economiche espansive
condotte nella fase postbellica. È la stessa prossimità alla piena occupazione a mettere sotto scrutinio l’efficacia della visione keynesiana, nata per contrastare la Grande Depressione degli anni
’30: in una fase di avvicinamento al pieno utilizzo della capacità produttiva e del lavoro, oltre a non avere effetto sulla crescita, le politiche di sostegno della domanda si trasformano infatti in
inflazione interna, che impedisce di “accomodare” quella importata. In particolare, la disoccupazione, creata dal rallentamento della crescita e dalle restrizioni monetarie intraprese per bloccare l’inflazione dal lato dell’offerta di moneta, non è in grado di frenare un’inflazione alimentata da successivi rincari delle materie prime.
In altri termini, la provenienza esterna dell’inflazione e la resistenza dei lavoratori ad accettare una svalutazione salariale anche in presenza di una disoccupazione crescente minano alla base la
validità paradigmatica della curva di Phillips e, con essa, il suo ruolo di strumento centrale di finetuning dello sviluppo. Negli Stati Uniti del 1981, con un tasso di disoccupazione oltre il 10% e
l’inflazione al 13,5%, mentre il neopresidente Ronald Reagan contrasta la recessione con un forte aumento della spesa pubblica e un cospicuo taglio delle tasse, il presidente della FED Paul Volker
ricorre con straordinaria energia al freno monetario. Il prime rate bancario schizza al 21,5%, ma l’inflazione ritorna al 3,2% soltanto nel 1983, con un tasso di disoccupazione che non scende sotto
l’8,2% nonostante la crescita superi il 4%.
3. Cultura economica e politica del neoliberismo

Sul piano della cultura politica o, se si vuole, dell’egemonia gramsciana nelle relazioni sociali, gli shock petroliferi e la stagflazione nei paesi avanzati disegnano lo scenario in cui prende corpo la rivoluzione neoliberista, con la scelta strategica di ridurre l’intervento pubblico e le tasse per affidare l’economia all’individuo, al mercato e all’impresa e poi, dopo la caduta del Muro di Berlino
(1989), alla globalizzazione dei commerci e dei movimenti dei capitali. Sul piano politico, l’affermazione dell’ideologia neoliberista manifesta tutta la sua forza nelle varianti inglese (Hayeck
e la Mont Pelerin Society) e americana (Friedman e la Scuola di Chicago), con le vittorie gemelle della Thatcher in Inghilterra e di Reagan negli Stati Uniti. Mentre alla variante ordoliberista tedesca
(Eucken, Rüstow, Röpke) sarà riservato un ruolo centrale nell’edificazione dell’Unione Europea anzitutto sulla base delle quattro libertà fondamentali che presiedono il disegno del Grande
mercato unico (libera circolazione di persone, merci e capitali e libera prestazione di servizi), e quindi attorno al ruolo centrale della moneta unica e della sua stabilità, nonostante i rilievi critici
di Robert Mundell. Alla crisi del “consenso keynesiano” e al parallelo declino dell’intervento economico dello Stato e delle politiche di sostegno della domanda si accompagna così il netto deterioramento
dell’influenza politica e sociale dei partiti di sinistra e del sindacato, che si manifesta in modo drammatico con cocenti sconfitte del lavoro organizzato. In Italia nel 1980 alla Fiat, con la
cosiddetta “marcia dei quarantamila” impiegati e quadri contro il blocco di Mirafiori da parte degli operai che vogliono far ritirare all’impresa 14.500 licenziamenti; negli Stati Uniti di Reagan un
anno dopo, con il licenziamento in tronco di più di 11 mila controllori di volo in sciopero, che non verranno mai reintegrati; nella Gran Bretagna della Thatcher con la vera e propria “guerra” che la
oppone al sindacato dei minatori guidato da Arthur Scargill, che cerca di impedire la privatizzazione e/o chiusura dell’intero comparto dell’estrazione del carbone.
Il “mondo libero” spedisce in soffitta l’obiettivo della piena occupazione. Anzi, ne ha paura, e la politica tende ad addebitare più o meno esplicitamente la stagflazione all’eccesso di potere
guadagnato dal lavoro negli anni precedenti e, dunque, alla sinistra (che con l’inflazione importata non ha alcun legame). Sulle opposte sponde dell’Atlantico Margareth Thatcher e Ronald Reagan
affrontano la stagflazione con politiche economiche di ridimensionamento del ruolo di regolazione sociale ed economica dello Stato: taglio delle tasse, smantellamento dello stato sociale e
dell’intervento pubblico in economia, liberalizzazione della finanza privata, eliminazione dei vincoli all’azione delle banche e delle imprese, abolizione delle norme di tutela del sindacato. Le
cosiddette politiche “dell’offerta”, che si contrappongono a quelle keynesiane “della domanda”, riescono a domare l’inflazione soprattutto attraverso la leva della restrizione dell’offerta di
moneta – che Ezio Tarantelli chiamava “la corda del boia” – e con le politiche di “austerità” (compressione di salari e stato sociale e taglio delle tasse, soprattutto per i più ricchi e per le imprese). Mentre la centralità politica della piena occupazione viene rimpiazzata da quella della libertà di mercato, dell’impresa e della stabilità della moneta, favorendo un po’ ovunque non solo, come abbiamo detto, la compressione della quota del lavoro nel reddito, ma anche l’aumento
della disoccupazione, l’impoverimento della classe media e una rapida crescita delle disuguaglianze economiche e sociali, che nel tempo si dimostrerà senza precedenti.
4. La globalizzazione dell’economia

Liberismo e monetarismo coinvolgono anche la fase costituente dell’Unione Europea e la creazione dell’euro, che traggono impulso dal parallelo indebolimento dell’impero sovietico, divenuto inarrestabile con la caduta del Muro di Berlino, le successive Rivoluzioni dell’89 e la fine del comunismo in Russia. L’America trionfante, grazie anche alla rivoluzione informatica, assieme
alla dottrina liberista e alle forze del capitalismo internazionale, sostenendo vigorosamente (dopo lunga preparazione) la creazione nel 1995 e il ruolo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio
(WTO), a scapito di quello declinante dell’assai più antica Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO: 1919), pone le basi politiche e normative per il processo di globalizzazione economica del pianeta.
I diversi elementi di questo processo (liberalizzazioni, deregolazioni, delocalizzazione della produzione, riduzione della sovranità degli stati nazionali, paradisi fiscali), sostenuti tecnologicamente dalla rivoluzione informatica e politicamente dalla diffusione dell’ideologia neoliberista e individualista, ottengono il risultato di portare indubbiamente allo sviluppo accelerato una quota rilevante, se non maggioritaria, della popolazione mondiale (soprattutto i
cosiddetti Brics: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Ma portano anche ad un relativo indebolimento economico dei paesi sviluppati, nonostante l’enorme rafforzamento delle imprese
multinazionali. Alla loro ottima e a volte strabiliante salute è ormai sempre meno legata la sorte economica complessiva delle economie nazionali e, in particolare, quella dei lavoratori.
Nonostante l’interscambio commerciale cresca in misura significativa, il Pil dell’intero pianeta, che tra il 1965 e il 1980 aumentava del 4,6% l’anno, nel periodo successivo (1981-2008) rallenta, superando comunque il 3 per cento l’anno, mentre gli Stati Uniti crescono a tre quarti circa della velocità dell’intero pianeta, l’Unione Europea segue a più di metà della velocità degli Stati Uniti, e per l’Italia, ancor più in difficoltà, la crescita che nella Prima Repubblica, tra il 1965 e il 1980, era stata addirittura superiore a quella americana, si riduce a meno della metà della già assai modesta
crescita europea.
5. La liberazione dal lavoro

Oltre al neoliberismo e alla globalizzazione, esiste però anche una stella polare nascosta che guida in modo sotterraneo le trasformazioni del sistema produttivo, dell’economia e della società dei paesi sviluppati. Si tratta di un miraggio, di un’utopia in fondo antica quanto il mondo che però, a partire dagli anni ’70, la Terza rivoluzione industriale rende almeno apparentemente più concreta
e tangibile, facendo collassare su di essa visioni e progetti profondamente diversi, come quelli di una sinistra molto estrema (dall’autonomia operaia all’accelerazionismo), dei cultori di “realistiche utopie” tecnologiche e di punte avanzate del capitalismo globale. La stella polare segreta è quella della liberazione dell’uomo dal lavoro manuale (e, in prospettiva, dal lavoro tout-court).
Ma andiamo con ordine. Sono, anzitutto, proprio degli anni ’70 i contributi di analisi che evidenziano, all’interno del mercato del lavoro, la compresenza di due distinti mercati: il mercato
del lavoro esterno e il mercato interno (Doeringer e Piore, Tarantelli). Quello esterno è il vero e proprio mercato del lavoro, sul quale offrono i propri servizi di lavoro, in concorrenza tra loro,
persone non ancora o non più occupate, oppure in cerca di un posto migliore di quello in cui si trovano. Il mercato interno, invece, è quello che definisce, per le persone che già hanno un lavoro,
procedure individuate dall’organizzazione per cui lavorano, spesso negoziate con il sindacato, per trasferire gli occupati da un posto a un altro, stabilire i percorsi di carriera, fissare la  remunerazione del lavoro e i benefici connessi.
Le imprese, nelle proprie strategie di gestione del personale, fanno alternativamente ricorso all’uno o all’altro mercato: acquistano sul mercato esterno il lavoro di cui hanno bisogno; oppure coltivano, nel mercato interno, la professionalità dei dipendenti, investendo nella loro formazione, regolando benefici economici e non, e garantendosi in questo modo la disponibilità e la qualità del lavoro di cui abbisognano. Il mercato interno si differenzia significativamente da quello esterno in quanto, protetto da barriere all’entrata (procedure selettive o concorso pubblico) che limitano in misura consistente la possibile concorrenza tra i due mercati, di regola prevede diverse durate del rapporto di lavoro in relazione alla professionalità, al ruolo, all’anzianità ecc. del lavoratore, fino a garantire in alcuni casi l’impiego a vita. Ma il mercato interno conferisce al lavoratore anche una capacità decisamente maggiore di influire, direttamente o indirettamente, sull’organizzazione del proprio lavoro, una più ampia informazione sugli obiettivi aziendali, sulle strategie e sugli
strumenti per conseguirli, e soprattutto la possibilità di concorrere a definire orbite o intorni salariali (wage contours) che stabiliscono la remunerazione del proprio lavoro in termini di “giuste relatività” (fair relativities) nei confronti di gruppi socioprofessionali paralleli, superiori o inferiori.
L’interazione con i due mercati genera una sorta di gerarchia delle imprese/organizzazioni, a seconda di quanto esse si collochino a contatto con il mercato esterno oppure sviluppino il proprio
mercato interno. Nel primo caso abbiamo organizzazioni occasionali, poco strutturate, e comunque che occupano lavoratori prevalentemente temporanei, con un alto turnover occupazionale. Nel secondo troviamo invece organizzazioni molto strutturate, grandi imprese, attività professionali e, soprattutto, il pubblico impiego con, al livello più alto della gerarchia, le attività che impiegano personale non contrattualizzato (professori, prefetti, giudici, militari, diplomatici ecc.).
Il processo di separazione del valore dal lavoro avviene in primo luogo tramite l’estensione del mercato esterno. Da un lato le grandi imprese fordiste si ridimensionano attraverso processi di
downsizing basati sia sull’automazione, sia sull’esternalizzazione di intere fasi del processo produttivo ad altre imprese, magari create dall’impresa stessa per ricollocare almeno in parte i lavoratori espulsi, oppure create dagli stessi lavoratori espulsi, a volte incentivati con buonuscite e commesse pluriennali che favoriscono il decentramento produttivo creando filiere di subfornitura.
Un passo parallelo e di enorme rilievo di questo percorso, che procede con la globalizzazione dei commerci e dei movimenti internazionali di capitale, è l’ampliamento dell’offerta di lavoro
planetaria a disposizione delle società multinazionali: ampliamento che giunge a raddoppiarne la consistenza (Freeman, 2007). La creazione di un vasto e variegato mercato del lavoro globale, al
tempo stesso condizione e frutto della liberalizzazione dei commerci e dei movimenti di capitale, oltre a consentire un regime di concorrenza prima impossibile tra i mercati del lavoro e, in
definitiva, tra i lavoratori nazionali dell’intero pianeta, conferisce alle imprese la facoltà di trasferire e distribuire con relativa facilità la produzione da un punto all’altro del globo terrestre. Il legame dell’impresa con il territorio dove è stata creata e/o dove opera – legame non solo economico ma anche storico, culturale e sociale – ne risulta fortemente indebolito, mentre viene notevolmente rafforzato il suo potere negoziale. Grazie alla nuova libertà di movimento e alla possibilità di farne uso in uscita, imprese e fondi di investimento acquisiscono infatti un’inedita e cospicua autorevolezza nei confronti di governi e sindacati. Un parallelo rafforzamento dei poteri di condizionamento dell’impresa nei confronti del lavoro e degli amministratori pubblici locali e
nazionali deriva, poi, dalla creazione di nuovi paradisi fiscali e dal rafforzamento di quelli preesistenti.
6. Flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro 

Peraltro, fin dagli anni ’80, nei paesi industriali avanzati (e in Italia con qualche ritardo), in aggiunta alla nuova concorrenza sul mercato del lavoro globale, il ruolo e l’importanza del lavoro vengono ulteriormente erosi con l’introduzione e la diffusione delle tante forme di prestazione lavorativa regolate da rapporti flessibili e precari, che frazionano il mercato del lavoro in un segmento garantito cui si contrappongono vari segmenti sempre meno garantiti, senza peraltro riuscire in alcun modo a scalfire il segmento non garantito per nulla. Anche i processi di flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro, dunque, favoriscono il trasferimento del lavoro al mercato esterno, anzi a un mercato spesso geograficamente lontano, e cercano di mantenerlo lì, dove esso perde contatto con se stesso, con il sindacato, con la sinistra e con ogni prospettiva di riscatto su base nazionale.
Sul piano della cultura di massa, la progressiva separazione del valore dal lavoro è sostenuta da messaggi sociali che in mille modi affermano che “quello che conta non è più il lavoro”, dato che il
valore si crea con l’inventiva, l’imprenditorialità, l’innovazione, la finanza. Il lavoratore deve diventare “imprenditore di se stesso”, ciò che favorisce la concorrenza tra i lavoratori e la caduta della solidarietà sociale (nel caso italiano, in spregio all’articolo 2 della Costituzione); salvo poi scoprire che questo imprenditore di se stesso se vuole campare deve fare la finta partita IVA, il
fattorino, il guidatore di Uber o, alla meglio, entrare in una catena di valore, magari transnazionale, attraverso la quale il valore viene appunto separato dal lavoro ed estratto in larga prevalenza in alcuni segmenti, mentre negli altri ne ricadono a stento le gocce, secondo la lezione della teoria dello “sgocciolamento in basso” (trickle-down).
A cavallo tra le esternalizzazioni, le retoriche dei distretti e dell’autoimprenditoria, tra il Censimento dell’industria e dei servizi del 1991 e quello del 2011 il numero delle imprese attive cresce di un milione e 126 mila unità (+34,1%), e quello degli addetti di un milione e 850 mila unità (+12,7%). Tuttavia, nello stesso ventennio sia il numero sia l’occupazione delle grandi imprese si riducono nettamente, mentre tutte o quasi le nuove imprese (98%) e quasi due terzi della nuova occupazione (58%) vanno a collocarsi nel segmento delle microimprese (da 1 a 9 addetti), che presenta nell’insieme dinamiche della produttività e dei salari deludenti e, ovviamente, notevoli limitazioni ai diritti sindacali.
Se nel 1993 gli occupati a tempo parziale sono 2,4 milioni, pari all’11,2% del totale, nel 2015 sono diventati 4,2 milioni, ovvero il 18,6%. E così, se nel 1993 gli occupati a tempo determinato sono 1,5
milioni, pari al 10,3% del totale, nel 2015 sono diventati 2,4 mln, pari al 14,1%. Fra l’altro, il lavoro flessibile o precario si concentra sulle donne che, nel periodo considerato, occupano in media il
73,4% delle posizioni a tempo parziale e il 49,1% di quelle a tempo determinato.

7. Economia dell’informazione ed economia della conoscenza

Il terzo pilastro della separazione è, poi, la progressiva smaterializzazione del lavoro, consentita dal rapido diffondersi delle tecnologie di comunicazione, coordinamento e anche controllo dei
processi produttivi, che rendono obsoleti la grande fabbrica, il fordismo, l’addensamento del lavoro in grandi concentrazioni operaie. Già nel 1976 la tesi di dottorato di Marc Porat evidenzia
come il 40 per cento dei lavoratori americani sia ormai impegnato in quella che egli definisce l’Economia dell’informazione: un concetto che comprende sia i settori il cui prodotto finale è costituito da diversi tipi di informazione, sia quelli che producono informazione come bene intermedio per altri settori. L’economia dell’informazione include la parte dell’industria dedicata  alla produzione di tecnologie dell’informazione e della comunicazione, i servizi avanzati, i settori
più strettamente legati all’informazione e alla comunicazione (politica e burocrazia, televisione, radio, giornali, spettacolo, arte), la scuola, l’università, la formazione e la ricerca scientifica e,
naturalmente, da ultime ma davvero non ultime, la banca e la finanza.
Sempre a metà degli anni ’70, e sempre in America, il pedagogista Nicholas Henry conia il concetto di “gestione della conoscenza” (knowledge management) e lo pone al vertice della sua ormai
famosa piramide. Quattro stadi di complessità e rarità crescenti – dati, informazione, conoscenza e saggezza (quest’ultima indispensabile quanto raro requisito “metapolitico”, fondamentale per gestire la conoscenza in modo adeguato a mantenere nel solco della democrazia quel processo sociale che, nelle parole di Henry, “cambia noi stessi”). I quattro stadi della piramide delineano
icasticamente l’essenza dell’economia della conoscenza: non solo il suo modo di funzionamento, le sue materie prime, i suoi processi produttivi, i suoi risultati e i problemi che questi generano, ma
implicitamente, come proiezione di quelli, anche i processi di creazione del valore nel nuovo mondo che possiamo definire Economia della conoscenza.
Tornando al tema della globalizzazione, si può facilmente notare come la creazione di circuiti finanziari internazionali, così come di reti di coordinamento e trasmissione/condivisione di dati,
informazioni e conoscenze, renda all’impresa più agevoli e meno costosi i processi di downsizing, esternalizzazione e outsourcing, più facili la composizione e la gestione delle filiere produttive che
scavalcano i confini nazionali. L’internazionalizzazione è, infatti, un terreno relativamente agevole per l’impresa che, per delocalizzarsi, globalizzarsi, creare e gestire catene globali del valore può
traferire mezzi di pagamento e capitali da una parte all’altra del globo con un clic, mentre per il lavoro i processi migratori alla ricerca di un mercato del lavoro migliore non sono soltanto costosi
e dolorosi, ma troppo spesso pericolosi se non drammatici.
Se il continuo avanzamento delle tecnologie digitali e la loro sempre più capillare diffusione favoriscono i processi sinteticamente richiamati nei paragrafi precedenti, essi stabiliscono anche
un discrimine tra chi governa informazione e conoscenza e chi ne è governato, tra chi è descritto dai dati – che peraltro spesso produce egli stesso attraverso l’interazione con le piattaforme social
o con attività amministrative, produttive o semplicemente con il collegamento a siti di informazione o intrattenimento – e chi di quei dati dispone, trasformandoli in informazione e conoscenza, strumenti che gli conferiscono un nuovo potere di intervenire sulla realtà in modo informato. In questo modo, peraltro, l’economia della conoscenza e la sua gestione stabiliscono nuovi confini tra il mercato del lavoro esterno e quello interno. Il mercato interno tende a
diventare casta, privilegio, élite tecnocratica, protetta da una barriera di dati, informazioni e conoscenze sempre crescente, una barriera spesso organizzata in tecnologie, algoritmi e
piattaforme atti a governare processi gestionali, produttivi, distributivi e finanziari, ma anche, se non contrastati, capaci di immiserire il mercato esterno e alimentare disuguaglianze sociali sempre crescenti.
8. L’impresa-piattaforma

In questo quadro, una posizione di particolare rilievo è assunta dall’impresa-piattaforma e dal management algoritmico. Grazie alla comunicazione digitale, il modello della piattaforma si
afferma nei primi decenni del XXI secolo come nuova forma di organizzazione aziendale, spesso di carattere globale, di servizi distributivi o di comunicazione o altri ancora (taxi, viaggi, affitto
appartamenti ecc.). Sotto il profilo organizzativo, l’impresa-piattaforma si distingue per il fatto che, a differenza delle aziende tradizionali, che “contrattano nei mercati, comandano nelle gerarchie e collaborano nelle reti” (Stark e Pais, 2021), le piattaforme funzionano essenzialmente come agenzie di intermediazione: cooptano beni, risorse e attività che non fanno parte dell’azienda e ne segnalano e vendono i servizi/prodotti ad acquirenti che si rivolgono ad esse e non ai produttori.
Le imprese-piattaforma sono un nuovo modello di organizzazione e non soltanto lo svolgimento in chiave digitale di una funzione tradizionale di intermediazione di mercato, assunta da una sorta di
banditore d’asta tecnologico o di agente informatizzato del fornitore. In realtà, “in un processo a geometria triangolare, chi possiede la piattaforma coopta il comportamento di fornitori e utenti, e li iscrive alle pratiche di gestione algoritmica senza che gli sia stata formalmente delegata alcuna autorità né alcuna responsabilità gestionale; internalizza relazioni di mercato senza però pervenire mai, almeno in termini espliciti, ad assumere una gestione gerarchica degli scambi”. Le piattaforme accumulano informazione sui due lati del mercato: su prodotti, fornitori e
distribuzione, così come su bisogni, caratteristiche e preferenze dei clienti. È questa mole di informazione raccolta automaticamente attraverso l’attività quotidiana di interazione con produttori e utenti a costruire il potere dell’impresa-piattaforma, il capitale che può mettere a loro disposizione, che loro stessi alimentano e su cui essa fonda i suoi introiti.
La gestione algoritmica implica un tipo particolare di controllo cibernetico perché, “a ogni piega dell’interazione con clienti e fornitori, l’accesso alle informazioni raccolte e alle modalità del loro
utilizzo può essere deviato e negato”. Gli algoritmi traducono le valutazioni e le altre attività e caratteristiche del contatto informatizzato con fornitori e consumatori in classifiche e altri
dispositivi di valutazione spesso inaccessibili o solo parzialmente accessibili a chi ha fornito l’informazione. In questo modo, essi producono conoscenza, ovvero capacità di effettuare scelte
informate, totalmente disponibile soltanto ai proprietari della piattaforma. Per questa ragione questo tipo di impresa opera una ridefinizione tanto dei soggetti quanto dei termini del conflitto
sociale.
Mentre il management scientifico all’inizio del ventesimo secolo offriva un principio legittimante per la crescita di una nuova classe dirigente, il management algoritmico all’inizio del ventunesimo
secolo ridisegna una classe dirigente protetta da barriere di informazione/conoscenza, che si sottrae al conflitto non gestendo direttamente altro che l’incontro tra domanda e offerta di beni e
servizi e, soprattutto, accumulando e utilizzando in proprio la preziosa informazione che ne deriva.
Le asimmetrie di potere della triangolazione fornitori-piattaforma-utenti sono sostenute a livello regolativo da strutture di consenso in cui il proprietario della piattaforma e gli investitori sono in
alleanza con i consumatori della piattaforma e tendenzialmente in conflitto con chi produce e/o distribuisce i beni e servizi offerti, che tende ad essere marginalizzato e posto in concorrenza. Un
caso evidente ne è il conflitto tra Amazon e le miriadi di aziende di piccola e piccolissima dimensione che trasportano le merci presentate e vendute dalla piattaforma.
In questa prospettiva, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e del lavoro robotizzato evidenziano nuove possibilità di separare ancor più drasticamente il valore dal lavoro. Siamo di fronte a
situazioni tuttora di frontiera, ma espressione di un nuovo mondo che sta crescendo in modo impetuoso a fianco di quello più tradizionale: un nuovo mondo in cui l’utopia della liberazione dal
lavoro corre il rischio di trasformarsi in un’intollerabile distopia fondata su disuguaglianze sociali vertiginose e arresto dello sviluppo, in cui la concentrazione in poche mani della nuova
cristallizzazione del valore (informazione e conoscenza) esplicita la lezione di Paolo Leon sul crescente livello di conflitto tra profitto e accumulazione e, in concreto, tra la figura dell’imprenditore o, meglio, dell’apparente auto-imprenditore, e quella del capitalista (che in realtà capitalizza soprattutto l’informazione raccolta gratuitamente o quasi dai due lati del mercato e, attraverso di essa, il potere di fare scelte informate). Questo nuovo tipo di capitalista
diverge e si allontana dalla figura storica dell’imprenditore in quanto non è direttamente interessato alla produzione di beni materiali, mentre il sistema ristagna e diventa più instabile e soprattutto drammaticamente più diseguale.
9. Il mercato finanziario

Il quarto pilastro che sostiene la separazione del valore dal lavoro è dato dallo sviluppo abnorme del mercato finanziario. In questo momento la ricchezza finanziaria globale è pari a più di tre volte
il prodotto lordo del pianeta. Un’immensa “piramide di carta”, come la chiamava già Guido Carli, di debiti e di crediti, che sovrasta l’economia del mondo e il cui valore, che non ha legame diretto
con il lavoro, vive una vita propria nelle periodiche oscillazioni delle borse e dei mercati valutari. Lo sviluppo della finanza, favorito dai guadagni straordinari dei produttori di materie prime e delle
imprese multinazionali (il neoliberismo ha abbandonato del tutto la lotta al capitalismo monopolistico), e moltiplicato dall’internazionalizzazione del credito e dei pagamenti così come
dalla gestione di grandi patrimoni esportati in paradisi fiscali, dall’espansione senza precedenti del credito al consumo e del debito pubblico, ha finito per dare vita a nuovo pianeta, duale rispetto a
quello fisico, a un universo parallelo dell’economia. Le borse sono ormai insensibili al fatto che le economie crescano o, come sempre più spesso accade, ristagnino: le quotazioni dei titoli,
attraverso procedimenti di buyback delle imprese stesse, acquisti delle banche centrali, continuo aumento degli investitori e altri meccanismi finanziari, non corrispondono né agli investimenti fatti
dalle imprese, né ai loro stessi risultati di bilancio e nemmeno a realistiche previsioni dei guadagni futuri. Se il credito al consumo ha raggiunto ormai livelli impensabili e i dirigenti delle grandi
corporation intascano tra stipendi e dividendi cifre che non hanno più alcun rapporto non solo con i guadagni di un loro dipendente ma nemmeno con i risultati reali delle imprese, le stime anche
prudenziali delle “imprese zombie”, che sopravvivono soltanto perché il valore dei loro titoli viene mantenuto elevato da acquisti finanziati dalle banche centrali stampando moneta, fanno tremare
le vene ai polsi.
Infine, al culmine di questa galleria di forme del valore sempre più autonome dal lavoro troviamo le criptovalute: valori creati dal nulla – gli inglesi dicono out of thin air, dall’aria sottile. Qualcuno
mette in vendita un titolo che la blockchain, di cui è parte integrante e non rimuovibile, rende infalsificabile e inalienabile se non da parte di chi lo ha creato o lo possiede, che rimane comunque ignoto e protetto dal meccanismo algoritmico di creazione del titolo. Il valore della criptovaluta è un atto di fede, un gioco, una scommessa (quando non sia un modo di evadere il fisco o di
occultare denaro sporco). È quello che le attribuisce chi la vuole comprare, chi vuol provare il brivido di giocare a un gioco d’azzardo dove, come in un gigantesco schema Ponzi, si vince solo se
sempre più persone vengono a giocare, acquistando criptovalute, tesaurizzandole o accettandole come pagamento. Per non perdere bisogna saper scendere dal treno in corsa prima che vada a
sbattere.
In questo smagliante mondo nuovo di lavoro non ce n’è o, meglio, è sommerso, invisibile: il suo valore è minimale e non ha più alcuna relazione con il valore prodotto. Le imprese che si liberano
dal lavoro estraggono valore dalle informazioni raccolte gratuitamente da algoritmi e piattaforme, dallo strutturarsi in oligopoli e monopoli globali che neutralizzano i possibili concorrenti
acquistandoli, da processi di acquisto-ristrutturazione-smembramento-rivendita di altre imprese, dalla liberazione delle banche d’affari dai vincoli di separazione da quelle commerciali, dalla
liberazione della finanza creativa e dei derivati, seguendo percorsi molteplici di estrazione di valore e accumulazione di ricchezza svincolati dal lavoro che arrivano fino a quella fiat money
privata che sono le criptovalute.
Certo la crisi pandemica ha fatto emergere, nel periodo del lockdown e dei confinamenti, l’importanza del lavoro indispensabile, del lavoro che solo consente alla società di sopravvivere: la
sanità pubblica, il lavoro agricolo, la distribuzione di generi alimentari e di prima necessità, la logistica e i trasporti, le farmacie, lo smaltimento dei rifiuti e così via. E ha messo a nudo la fragilità
dell’orgogliosa costruzione umana basata sulla presunzione di poter rinchiudere nell’ombra, se non è possibile farne a meno, le mani, il sudore quotidiano della fronte, la dignità, la competenza,
il coraggio e la solidarietà del lavoro. Il segnale di questo scenario bisognerà tenerlo caro nei tempi che vengono; bisognerà dimostrare di averlo ben compreso e di saperne conservare il significato
anche dopo la crisi pandemica e la guerra che la Russia ha mosso all’Ucraina, perché la corsa alla separazione del valore del lavoro ha sì unito il mondo, ma ha fatto anche emergere disuguaglianze
inimmaginabili e rischi senza precedenti.
10. Riconnettere il lavoro al valore? Prima direzione di marcia. Fuori dal lavoro

Di fronte a mutamenti di questa portata appare evidente che, per riconnettersi con il valore, il lavoro deve trovare nuove forme di identità, di comunità e di autorappresentazione, capaci di
definire nuovi obiettivi che delineino un percorso di trasformazione dei rapporti di lavoro, della dinamica delle relazioni industriali e, con essa, dei caratteri del sindacato, delle stesse imprese e del diritto del lavoro. Ma è possibile additare oggi, anche soltanto in prima approssimazione, gli orizzonti di un nuovo Statuto dei lavoratori evitando, come ben suggeriscono Benvenuto e Maglie,
di limitarsi a rimpiangere l’originale? Forse un risultato di questa portata non è ancora maturo, tuttavia alcune direzioni di marcia sono relativamente ben definite. Come notato all’inizio, l’utopia della separazione del valore dal lavoro ha una sua declinazione “di
sinistra”, “dalla parte del lavoro”, che si iscrive alla previsione che un capitalismo pienamente sviluppato, sotto il profilo tecnologico ma evidentemente anche politico e sociale, riduca sostanzialmente il tempo di lavoro necessario ad assicurare ai lavoratori un tenore di vita “libero e dignitoso”, come proclama sempre meno osservato l’articolo 36 della Costituzione italiana. Già nel 1845 Marx ed Engels prefiguravano la futura stagione comunista in cui l’uomo, liberato dal lavoro, potesse dedicare a suo piacimento “la mattina a pescare, il pomeriggio a cacciare, la sera ad allevare il bestiame e dopo pranzo a criticare”, senza preoccuparsi di fare di caccia, pesca,
allevamento o anche critica, una professione da cui ricavare di che vivere, dato che lo Stato avrebbe assicurato a tutti una sussistenza dignitosa. Ad essi faceva eco nel 1880 Paul Lafargue con
il suo “Diritto all’ozio”, tradotto in più lingue di qualunque altra opera di propaganda socialista ad eccezione del “Manifesto” di Marx ed Engels. Ma anche l’assai più moderato Keynes, che si
proclamava liberal, nelle “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (1930) immaginava che cento anni dopo (ormai manca poco…) gli adulti avrebbero lavorato non più di tre ore al giorno,
prima della scomparsa totale di quello che chiamava “il problema economico”.
La lotta per la riduzione dell’orario di lavoro è, del resto, una direttrice costante delle conquiste della classe lavoratrice. Oggi l’argomento della riduzione del tempo di lavoro – non solo dell’orario
giornaliero, settimanale o mensile, ma del tempo di lavoro nel ciclo di vita – insieme a quello del salario e dell’equa distribuzione del prodotto sociale, è diventato nuovamente cruciale per il futuro del lavoro, a fronte della digitalizzazione e della robotizzazione – di quella Quarta Rivoluzione industriale che richiama con forza crescente la parola d’ordine di Pierre Carniti e di Ezio Tarantelli “Lavorare meno, lavorare tutti!”.
Dopo la battaglia francese per le 35 ore settimanali, divenute nel 2002 obbligatorie per tutte le aziende, limitazioni analoghe sono state approvate contrattualmente in Germania, Spagna e
Olanda, dove tra l’altro si sta sperimentando con favore la settimana lavorativa di quattro giorni.
Contemporaneamente, tendenze “spontanee” alla riduzione del rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita si riscontrano nel differimento dell’età di entrata nel lavoro dei giovani e, all’opposto, nell’anticipo dell’età di uscita degli adulti, come anche nella diffusione del lavoro a tempo parziale e delle varie forme di lavoro intermittente o di breve durata. La riduzione volontaria del tempo di lavoro corrisponde all’aspirazione crescente dei lavoratori e delle
lavoratrici di poter optare per impegni lavorativi più brevi tramite strumenti quali part-time volontario, ferie e riposi settimanali (anche non retribuiti), periodi sabbatici e simili. In un’intervista concessa nell’estate del 1984 a “Quale Impresa”, l’organo dei giovani imprenditori di Confindustria, Ezio Tarantelli si spingeva fino a proporre ai lavoratori una concezione del tempo libero come una sorta di bene di consumo, ipotizzando che per la fine del secolo si generalizzasse il venerdì libero – un esperimento che rispetto a quelle ottimistiche previsioni si sta invece conducendo solo ora, con vent’anni di ritardo, e soltanto in paesi o aziende particolarmente
avanzati (tra queste ultime, ad esempio, Microsoft).
Ovviamente, nella prospettiva di riconnettere il valore al lavoro, la riduzione del tempo di lavoro non può comportare una corrispondente, ulteriore riduzione del valore corrisposto al lavoro per il suo impegno. Già Thomas Piketty e su una linea di indagine autonoma Paolo Leon, hanno evidenziato che l’attuale fase di sviluppo capitalistico globale è caratterizzata da una progressiva
separazione del tasso di profitto dal tasso di crescita o, in termini sociali, dell’accumulazione dallo sviluppo economico, del capitalista dall’imprenditore oltre che dal lavoratore. Come abbiamo
notato più sopra, l’economia della conoscenza è caratterizzata da un progressivo allontanamento se non contrapposizione della figura del capitalista puro, che prospera capitalizzando soprattutto
l’informazione e in particolare quella finanziaria, rispetto a quella dell’imprenditore, impegnato direttamente nella produzione di beni materiali e di servizi, e quindi nella gestione del rapporto
diretto con il lavoro. Il disegno dei rapporti sociali che caratterizza questa configurazione si regge su di un’alleanza tra capitalisti e consumatori, a danno di imprenditori e lavoratori, alleanza il cui
perno materiale è un continuo sviluppo della tecnologia che dovrebbe consentire di produrre ogni bene con una progressiva riduzione dell’intervento diretto del lavoro sino quasi ad azzerarlo. Ma, in questo caso, la prospettiva di ricongiungimento del valore almeno ai consumatori (costituiti ancora in misura prevalente da lavoratori) diviene indispensabile per poter proseguire
l’accumulazione capitalistica, al punto da richiedere che il valore prodotto sia distribuito, in parte crescente, indistintamente a tutta la popolazione, senza più bisogno di uno stretto rapporto con il
lavoro prestato.
Su questa traccia si sono mossi da tempo diversi studiosi, tra i quali va ricordato James Meade, l’economista inglese amico di Keynes e premio Nobel nel 1977, autore di Agathotopia e propugnatore dell’istituzione di un “dividendo sociale”, ovvero di un reddito ricavato da una partecipazione pubblica fino a un massimo del 50 per cento al capitale di tutte le imprese (attraverso un processo che chiama di “nazionalizzazione alla rovescia”). Il reddito ricavato dallo
Stato dalla sua partecipazione nelle imprese dovrebbe sostituire buona parte della tassazione, ma soprattutto consentire a tutti i cittadini di godere in perpetuo di un reddito uguale per tutti e
indipendente dal lavoro – frutto tangibile della cooperazione sociale (tra Stato, imprenditori e lavoratori) nella buona conduzione delle imprese e dell’economia.
In questa stessa linea d’orizzonte si può aggiungere il movimento internazionale BIEN (Basic Income European Network), sorto nel 1986 a Lovanio come rete di ricerca, approfondimento,
discussione e promozione di “un pagamento periodico in denaro erogato senza condizionalità a tutti, su base individuale e senza requisito di prova dei mezzi o di lavoro del beneficiario”. Nel giro
di un ventennio il movimento è cresciuto fino a diventare globale, trasformando il suo nome in Basic Income Earth Network (2006). Esperienze di strumenti redistributivi di questo tipo sono
attualmente in corso in Alaska, in collegamento con i proventi dell’industria petrolifera, come anche in India, Kenya, Iran, Macao e Israele, mentre l’istituzione italiana del Reddito di cittadinanza (2019), non essendo né incondizionato né universale, presenta caratteristiche assai più limitate, mirate in modo specifico a contrastare la povertà.
11. Dentro il lavoro. Il diritto alla conoscenza come nuovo punto di aggancio al valore

Le possibilità di distribuzione generalizzata del reddito senza una contropartita in lavoro evidenziano, però, con forza il caso del lavoro non pagato la cui dimensione più rilevante è
collocata nell’area del lavoro domestico, del lavoro di cura, in quello della ristorazione e del turismo e anche in diverse fattispecie del lavoro nell’economia della conoscenza. Evidentemente,
oltre agli interventi di riduzione del tempo di lavoro e redistribuzione della ricchezza indipendentemente dal lavoro, è indispensabile che il movimento sindacale individui nuovi
obiettivi centrali e nuove strategie organizzative e rivendicative tese a ricongiungere il lavoro al valore nei luoghi di produzione. Per inquadrare almeno il segmento più innovativo dell’orizzonte di
questa direzione di marcia può essere utile richiamare le pagine dedicate da Bruno Trentin, in particolare nella sua ultima opera (“La libertà viene prima”), alle basi dell’ormai improcrastinabile
avvio di un processo di affermazione dei diritti del lavoro proprio nella gestione dell’informazione e della conoscenza. L’affermazione di questi diritti richiede il riconoscimento del ruolo dell’apprendimento come asse portante del percorso di liberazione del lavoro dall’assoggettamento impersonale alle macchine intelligenti, agli algoritmi, alle imperscrutabili
ragioni della finanza e degli impersonali e onnipotenti “mercati”.
Nel contesto dell’economia che estrae valore da informazione e conoscenza, la tensione verso l’emancipazione sociale e la riconnessione del lavoro al valore non può che esprimersi in termini di socializzazione dell’apprendimento, di acquisizione tanto di capacità quanto di diritti capaci di assicurare una gestione democratica della conoscenza. La liberazione del lavoro dallo
sfruttamento e dall’emarginazione sociale, economica e politica cui l’hanno condannato i fenomeni trattati nel volume da Benvenuto e Maglie, qui sinteticamente ripresi da angolazioni diverse ma convergenti, passa per la rivendicazione da parte dei lavoratori del diritto a partecipare alla creazione come alla fruizione dell’informazione e della conoscenza, e quindi del valore, in un
ruolo trasparente, libero perché cosciente e informato non solo nei settori che precipuamente ed esplicitamente producono dati, informazione e conoscenza, ma in tutti i settori che se ne servono
nei processi lavorativi. La conquista di questa nuova sfera della libertà richiede l’acquisizione da parte del lavoro di una nuova capacità collettiva, che Trentin intende come conoscenza e al tempo
stesso competenza. Come capability nel significato che al termine attribuisce Amartya Sen: fondamento di libertà positiva, di autonomia e governo consapevole della conoscenza nel lavoro,
capacità di scelta e di realizzazione di sé attraverso il lavoro, liberazione dagli ostacoli che si frappongono a tale realizzazione. Riprendendo la concettualizzazione di Nicholas Henry, possiamo
parlare della necessità di un’acquisizione socialmente diffusa di saggezza (wisdom), in questo caso specificamente intesa come gestione democratica della produzione così come della diffusione e
dell’utilizzo dell’informazione e della conoscenza.
Sono queste caratteristiche, queste attitudini che costituiscono il fondamento della nuova dimensione della libertà che il lavoro è chiamato a percorrere e a trasmettere, a partire dai luoghi
di lavoro, all’intera società. Questi i nuovi diritti che il lavoro è chiamato a reclamare per consentire a tutti di partecipare a pieno titolo a processi di creazione del valore caratterizzati da
un ampio grado di coscienza, di partecipazione informata e responsabile. Si tratta di una prospettiva che, nel caso italiano, richiama principi e diritti fondamentali e ancora da attuare,
sanciti dalla Costituzione e rintracciabili tanto nell’articolo 3 (libertà come rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana e all’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese), quanto nell’articolo 46 (diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle imprese), dei quali il nuovo contesto globale dell’economia della conoscenza e della digitalizzazione della produzione propone una lettura
totalmente nuova.
Di fronte al rischio che il nuovo orizzonte di produzione e scambio del valore costringa la società in un nuovo Medioevo, dove a prevalere siano i diritti di censo di un’oligarchia globale protetta da
una gestione sempre più monopolistica dell’informazione, della conoscenza e della ricchezza, che privilegia l’accumulazione a scapito dello sviluppo, il lavoro e tutte le forze che ne individuano la
centralità nella compagine sociale sono chiamati ad un nuovo progetto di progresso sociale che dai luoghi di lavoro si espanda sino a coinvolgere società, politica e diritto. La nuova capacità del
lavoro, che fonda questo processo di liberazione, va conquistata attraverso la lotta per il diritto alla conoscenza (come peraltro indicato da prospettive tanto diverse e lontane nel tempo come
quelle di Giuseppe Di Vittorio e di Jacques Delors).
È questo il percorso di costruzione della società dell’apprendimento, premessa indispensabile alla ricostruzione del rapporto tra valore e lavoro, alla saggezza politica nella democratizzazione della
gestione di informazione e conoscenza e a un nuovo livello di emancipazione dell’intero corpo sociale. Se la libertà viene prima, questo è perché “la libertà è la posta in gioco nel conflitto
sociale” (e lo è perché, nello specifico, è il punto in cui è possibile ristabilire la giusta connessione tra lavoro e valore). La rivendicazione del diritto alla conoscenza opera una ridefinizione tanto dei soggetti quanto dei termini del conflitto come del progresso sociale e politico. E il conflitto tende ad accumularsi attorno alla capacità, tanto tecnica quanto di mobilitazione del lavoro coinvolto, di governare il progresso tecnologico e di «contrattare l’algoritmo», ovvero di svolgere un ruolo
paritario e democratico nella determinazione delle informazioni da raccogliere e di come utilizzarle nella creazione e distribuzione del valore. In questo processo l’apprendimento, pratica
collettiva del diritto alla conoscenza – concepito come processo di sviluppo umano, e non come privilegio da concedere ad una struttura di comando fedele e “meritevole” – costituisce «l’unica
opportunità di ricostruire nella persona le condizioni di realizzare se stessa, ‘governando’ il proprio lavoro». Realizzazione della persona che, anche nel suo collegamento con il valore, costituisce il
fattore essenziale dell’avanzamento della libertà e della democrazia.

Riferimenti bibliografici

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Tarantelli E. (1978), “Il ruolo economico del sindacato. Il caso italiano”, Roma-Bari, Laterza.
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Etica ed economia”, 16 maggio 2021: https://www.eticaeconomia.it/il-neocorporativismodecentrato/.
Trentin B. (2004), “La libertà viene prima. La libertà come posta in gioco del conflitto sociale”,
Roma, Editori Riuniti. Nuova edizione 2021 a cura di S. Cruciani, con pagine inedite dei Diari
e altri scritti, Firenze, Firenze University Press

Sateriale: “L’Europa si deve rigenerare”

Intervista a Gaetano Sateriale di Alessandro Mauriello 

In prima istanza, nei suoi molteplici ruoli di dirigente
sindacale, amministratore locale, policy maker a che
punto é a suo avviso la costruzione politica dell’
Europa?

– Non sono un grande esperto di Unione Europea. I miei
contatti diretti risalgono agli anni 90 quando, come molti,
frequentavo la Ces e le Istituzioni europee per conto della
Cgil e poi per qualche contatto da Sindaco, quando era
presidente Romano Prodi. A quei tempi, caduto il muro di
Berlino, l’Unione Europea si allargò molto: troppo e
troppo in fretta secondo il mio parere. Anche se capisco
le spinte e le pressioni che ci furono. Ci si immaginò che
tutto quello che era stato sotto il controllo sovietico
potesse divenire immediatamente parte dell’Unione
Europea con pienezza di diritti (e relatività di doveri). Fu
un’ingenuità o un errore di presunzione? Oggi ci
accorgiamo che alcuni di quei paesi impediscono all’UE
di prendere le decisioni politiche giuste in tempi adeguati.
Io penso, da osservatore esterno, che si sarebbero dovuti
creare due livelli di appartenenza alla UE, con progressivi
passaggi fra loro: uno dei paesi fondatori e uno dei nuovi
aderenti. Con disparità di diritti fra loro. Non è solo un
problema di diritto di veto e di trattati da riscrivere. È
secondo me anche un problema di identità: di volontà di
cedere pezzi di sovranità all’UE. Se non hai questa
disponibilità non puoi far parte dell’Europa e averne i
benefici senza averne piena corresponsabilità. Ci sono
tre identità di appartenenza all’Unione: gli Stati del
continente che si sono fatti guerra per secoli, la Gran
Bretagna che ha perso un impero, gli Stati (ex impero
sovietico) che non sono mai stati autonomi negli ultimi
secoli. Chiaro che l’identità europea è diversa e anche
confliggente fra queste tipologie. Gli Stati più “antichi” vedono i vantaggi dell’Unione (al di là di qualche pentito
dell’ultima ora), la Gran Bretagna si sente “sminuita”
dall’appartenenza all’UE, i Paesi ex impero sovietico
ambiscono a diventare Stati con pienezza di sovranità
prima che non paesi dell’Unione. A mio parere, oltre ai
regolamenti sui poteri e i diritti, andrebbe reimpostato il
disegno e rafforzati i vincoli: se rispetti i diritti, le regole
della democrazia, la pace, puoi stare in Europa, altrimenti
ti accontenti di un rapporto di relazione, magari
privilegiato, ma non di pienezza dei diritti di
appartenenza. L’Europa commise anche l’errore di non
stabilire un rapporto (se non un ingresso) con la Turchia,
quando quel Paese guardava a Occidente e persisteva
una netta separazione, anche nella vita quotidiana) tra
poteri politici e credo religioso. La Turchia era parte
importante della Nato e non era degna di entrare in
Europa? Contraddizioni che si pagano. Mi pare fosse
Helmut Kohl che desiderava una Germania europeizzata
contro l’idea di un’Europa germanizzata. La gestione
della crisi finanziaria 2008-2013 non è andata in questa
direzione. Seppure sul terreno economico e monetario la
Germania ha imposto le sue regole (anti inflattive) a tutti i
Paesi (specie a quelli del Mediterraneo) impedendo le
politiche espansive dei singoli stati per difendere
esclusivamente il valore dell’Euro. L’Europa si limitava ad
esercitare politiche esclusivamente monetarie invece che
economiche e del lavoro. Una bella perdita di ruolo e,
conseguentemente, di identità e di consenso. Poi con la
pandemia, la svolta: risorse comuni per politiche coerenti
con i principi di sostenibilità, innovazione e inclusione.
L’emergenza sociale ha “obbligato” l’UE a tornare ad
essere keynesiana, dopo le gestione monetarista della
emergenza economica. L’emergenza della guerra in
Ucraina farà in modo che l’UE si rafforzi e diventi davvero
una voce sola anche in politica estera e della difesa? Speriamo.

Ma anche qui il passaggio è delicato: perché
necessario che l’UE abbia una sua nuova identità politica
e militare non in contrasto ma autonoma rispetto alla
NATO. Altrimenti sarà sempre un’alleanza con gli Usa a
determinare le linee di politica estera e della difesa e non
l’ autonomia dell’UE. In sostanza: vanno senz’altro rivisti i
regolamenti e ridefiniti i poteri delle istituzioni europee,
ma non è un problema di aggiustamenti. Siamo di fronte
alla necessità di un nuovo salto di rafforzamento
dell’identità dell’UE. Anche a costo di perdere qualche
Paese membro (e conquistarne altri). Del resto, il quesito
è abbastanza netto. Nella costruzione di un nuovo mondo
multilaterale l’UE vuole avere un suo spazio autonomo
oppure no? Se sì, pur non venendo meno all’alleanza
atlantica, si deve potere (e sapere) giocare un ruolo
autorevole e autonomo.

  1. Nel suo ultimo saggio scritto con Fabrizio Ricci, lei
    presidente parla del protagonismo delle città per
    perseguire gli obiettivi di Agenda 2030. Quale saranno il
    loro ruolo per dare forma politica all’ Europa?

– Mi piacerebbe poter dire che le città saranno un soggetto
costituente, un catalizzatore dell’identità futura
dell’Unione Europea. Ma, onestamente, non credo sia
possibile, se non in forma molto indiretta e “culturale”.
Fatichiamo a far convivere l’autonomia degli Stati con
l’identità dell’Unione, ancora oggi l’idea della cessione di
sovranità risulta ostica a molti, figuriamoci… E poi, cosa
dovremmo dire alle identità regionali? Che la Catalogna
(o la Lombardia) sta nell’UE in quanto regione autonoma?
Penso salterebbe il sistema europeo e che invece di una
Federazione avremmo il caos. Le città e i territori, invece, sono il luogo fondamentale per applicare nei fatti le scelte
politiche europee e nazionali sulla sostenibilità e la
riduzione delle disuguaglianze, altrimenti restano parole
belle ma astratte. Quando diciamo le città noi intendiamo
non tanto e non solo gli spazi urbani quanto i cittadini e le
comunità che li abitano. L’Agenda Onu 2030 è precisa
nell’indicare gli obiettivi per invertire le tendenze di
impoverimento del pianeta e dei suoi abitanti. Ma quegli
obiettivi vanno trasformati in politiche concrete e in
progetti da realizzare. Progetti che saranno
necessariamente articolati a seconda delle priorità che ci
sono in ciascun territorio, in ciascuna città del pianeta.
Compreso quelle europee e italiane. Nelle città si
possono verificare quali sono i bisogni prioritari cui dare
risposte coerenti con i principi dell’Agenda Onu. Nelle
città ci sono anche le forze sociali ed economiche per
organizzare queste risposte in progetti concreti da
definire e realizzare. Nelle città ci dovrebbero essere
anche le forme della rappresentanza politica (i partiti) in
grado di interloquire con le comunità e assumerne i
bisogni. Ma questo è uno dei problemi e delle difficoltà in
atto in Italia (e forse non solo): l’aumento della distanza
tra la rappresentanza politica e le persone in carne e
ossa, con i loro bisogni, le loro aspettative e anche le loro
competenze. Le istituzioni di governo delle regioni, delle
città e dei territori sono gli interlocutori diretti per avviare
le politiche concrete di sostenibilità. Anche se spesso
queste istituzioni tendono a essere autoreferenziali e ostili
a costruire reti di relazioni sia sociali che istituzionali.
Restano comunque l’interlocutore da convincere e
coinvolgere per fare dei principi della sostenibilità il
percorso concreto di miglioramento di un benessere
sociale diffuso e meno diseguale.

  1. Lei presiede Nuove Ri-generazioni, ci può esplicare l’
    attività di questa associazione?

– L’Associazione Nuove Ri-Generazioni nasce da un’idea
molto netta del sindacato degli edili della Cgil: che non si
può pensare che l’edilizia possa tornare a essere un
volano di crescita per tutta l’economia (come è stato più
volte dall’ultimo dopoguerra) senza un ridisegno
complessivo, una rigenerazione appunto, delle città e dei
suoi servizi. Non solo dei suoi palazzi e delle sue
infrastrutture. Con l’ingresso nell’Associazione dei
pensionati dello SPI Cgil è stato più facile costruire il
modello logico cui ispirare la nostra attività. Partire dai
bisogni delle persone e del territorio per corrispondere
loro attività e servizi in una logica di prevenzione e di
prossimità. Abbiamo sintetizzato questo percorso nel
concetto della rigenerazione come disegno di 2 Welfare
(non più uno solo e residuale): quello delle persone con la
garanzia di fornire loro i servizi essenziali (casa, scuola,
trasporti, lavoro, ecc.), quello del territorio in una logica di
manutenzione programmata e riduzione dei rischi
(idrogeologico, sismico, ambientale, ecc.). Tra l’altro,
questa idea di dare maggiore impulso alle attività di
servizio potrebbe essere una via necessaria (se non
obbligata) di caratterizzare un nuovo mercato europeo di
qualità che non sia in esclusiva concorrenza con i mercati
manifatturieri di beni di consumo. Un mercato nuovo in
cui le tecnologie digitali siano strumento di qualificazione
dei servizi piuttosto che non solo beni in sé. La nostra
Associazione è a disposizione di quanti nei territori siano
interessati ad avviare pratiche di realizzazione di queste
politiche con i soggetti sociali che intendano
sperimentarle. Ma siccome siamo una associazione di
natura (e cultura) sindacale, abbiamo come fine ultimo quello di creare occasioni per la nascita di nuove imprese
a forte sensibilità sociale e di nuovo lavoro di qualità
particolarmente indirizzato ai giovani e alle donne.

4. Sul tema lavoro a suo avviso in termini di azione politica
si sta costruendo una Europa sociale?

– Potrebbe essere un mio limite ma purtroppo non vedo
segnali di questa natura. Penso che per farlo si dovrebbe
ripartire dal lavoro: dall’obiettivo troppo trascurato di
garantire la piena occupazione ai cittadini europei. In
fondo, a ben pensarci, ci sono 3 condizioni indispensabili
perché un abitante dell’Europa (o dell’Italia), nativo o non
nativo che sia, ne diventi pienamente cittadino: che abbia
una casa, una scuola, un lavoro. Ciò valeva quando
anche noi italiani eravamo migranti, vale per le persone
che migrano oggi nel nostro continente in cerca di
condizioni più decenti di vita, vale anche per i nostri
giovani che, senza lavoro (o con un lavoro povero),
vivono in un ruolo ambiguo di cittadini ai margini, non in
grado di programmare il loro futuro. L’Europa ha perso
tempo ed efficacia senza riuscire a definire politiche
comuni di accoglienza. È sempre più urgente (anche di
fronte alle crisi climatiche, sociali, economiche, belliche,
sanitarie) definire politiche europee di integrazione e di
piena cittadinanza per chi entra o vive in Europa. Anche
perché le dinamiche demografiche, in Europa e in Italia,
non vanno nella direzione dell’autosufficienza, anzi. Per
realizzare i 2 Welfare cui abbiamo accennato c’è bisogno
di nuovo lavoro, con nuove competenze e nuovi diritti. È
un percorso che va creato e reso possibile a tutti. Una
sfida epocale, forse. Ma già aperta davanti ai nostri occhi,
se volessimo vederla.

da EuropoliticheMacro/Scenari

 

 

Associazione LABOUR: “Alternanza Scuola-Lavoro, la Legge va Cancellata”

Associazione LABOUR: “Alternanza Scuola-Lavoro, la Legge va Cancellata”

di Sergio Negri

L’alternanza scuola-lavoro, introdotta dal governo Renzi (legge 107 del 2015, la cosiddetta Buona Scuola) come “modalità didattica innovativa”  si è trasformata, in molti casi, in un pessimo esercizio speculativo da parte di alcune aziende che invece di favorire il percorso formativo degli allievi hanno preferito sfruttare i giovani studenti-lavoratori, integrandoli subito nel ciclo produttivo.

I troppi infortuni di questi ultimi mesi, alcuni dei quali addirittura letali, sono il triste esito di questa pratica inumana.

Ma la scuola, non può e non deve produrre beni di consumo ma sapienza, cultura, conoscenza.

“Fatti non foste a viver come bruti…” dovrebbe recitare l’insegna che andrebbe posta sul frontale di ogni edificio scolastico.

Torna alla mente quel virtuoso professore di Filosofia che al primo giorno di scuola aveva chiesto ai suoi alunni: “secondo voi a che serve studiare?”. In molti avevano risposto. “A crescere – A diventare bravi – A maturare”. Ma ad ogni risposta aveva scosso la testa in segno di disapprovazione. Dopo qualche attimo aveva poi risposto: “Studiare serve ad evadere dal carcere”. A quell’affermazione tutti si erano stupiti e si erano guardati increduli. Poi aveva proseguito: “L’ignoranza è un carcere. Lì dentro non capisci, non sai cosa fare. In questi anni, insieme, dobbiamo organizzare la più grande delle evasioni. Non sarà facile. Vi vogliono stupidi ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza chiedere aiuto e sarà difficile ingannarvi”.

Dunque il compito della scuola è aiutare gli alunni a fuggire dal carcere dell’ignoranza, a formare il cittadino moderno, a modellare la società del futuro. Non è più tollerabile considerare la scuola e un costo da contenere in ogni legge finanziaria.

L’alternanza scuola-lavoro deve essere abbandonata perché a scuola, per dirla con il prof Galimberti, “si deve diventare uomini, a scuola si deve riportare la letteratura e non il lavoro. La letteratura è il luogo nel quale impari l’amore, la disperazione, la tragedia, l’ironia, il suicidio”.

E mai come in questo momento il nostro paese ha bisogno di cultura.

Sergio Negri

Per l’Associazione “Labour R. Lombardi”

24 giugno 2022

Giudice: “RICCARDO LOMBARDI TRA MARX E KEYNES”

RICCARDO LOMBARDI TRA MARX E KEYNES

di Giuseppe Giudice – 2 giugno 2022

Lombardi fu certamente uno dei primi uomini della sinistra che lesse approfonditamente Keynes. Ma il keynesismo di Lombardi era quello “di sinistra” – i postkeynesiani di Cambridge : Joan Robinson, Nicholas Kaldor, in particolare, di orientamento socialista rispetto al liberale Keynes. Quindi in Lombardi credo che si sia operata una sintesi tra il suo marxismo eterodosso ed il postkeynesismo. Che poi è alla base della sua ben nota teoria della Riforme di struttura come mezzo per una transizione democratica e graduale verso il socialismo. Di qui, anche la sua opposizione alla “politica dei redditi ” di Ugo La Malfa volta alla razionalizzazione del neocapitalismo e non al suo superamento.

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Landini: “NON DIMENTICARE LA NOSTRA STORIA”

NON DIMENTICARE LA NOSTRA STORIA

Prefazione di Maurizio Landini al libro di Renzo Penna: Il Lavoro come Valore” Quando c’era la F.L.M. – Gli anni delle lotte sociali, della tensione, dei diritti e dell’unità (1968-1980)

Il libro di Renzo Penna ricostruisce una lunga e complessa storia del movimento sindacale del nostro paese, quella che va dalla fine degli anni ‘60 all’inizio degli anni ‘80 del secolo scorso. È una storia intensa nella quale l’autore, con intelligenza e passione, ci parla delle lotte operaie della sua città, Alessandria, senza mai distogliere lo sguardo e l’attenzione dagli eventi importanti che hanno caratterizzato in quegli anni la vita politica, sociale, culturale del nostro paese e, in essa, del sindacato stesso (del mondo del lavoro). In questa storia complessa gli anni ‘60 del secolo scorso rappresentano una tappa di fondamentale importanza. È proprio da lì che muove il libro di Renzo Penna. In quegli anni, infatti, maturano trasformazioni profonde nell’organizzazione del lavoro e nei processi produttivi. L’industria occupava la gran parte della forza lavoro e rappresentava il settore trainante dell’economia del paese.

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Gallino: “Come il neoliberismo arrivò in Italia”

Un’attualissima (e inedita) intervista ritrovata a Luciano Gallino: su come la sinistra postcomunista è divenuta neoliberista e sulla «lotta di classe dopo la lotta di classe»

Quest’intervista a Luciano Gallino, scomparso nel novembre del 2015, è stata condotta da Dario Colombo ed Enrico Gargiulo a inizio giugno dello stesso anno. Solo recentemente l’intervista è stata recuperata e resa pubblica  proprio nei giorni in cui cade il decimo anniversario dell’uscita del libro di Gallino “Lotta di classe dopo la lotta di classe“.

Da jacobintalia.it “26 marzo 2022

Caro professor Gallino, prima di tutto le chiediamo una definizione complessiva di neoliberismo: cosa si intende con questo termine? Cos’è il neoliberismo come fenomeno globale degli ultimi decenni e cosa, soprattutto, non è?

Dagli anni Ottanta del secolo scorso, con l’avvento al potere di leader politici come Ronald Reagan negli Stati uniti e Margaret Thatcher nel Regno Unito, si usa designare come neoliberismo o neoliberalismo un’ideologia universale che afferma che qualunque settore della società, ciascun individuo in essa e, infine, la società intera in quanto somma dei due elementi precedenti, può funzionare meglio, costare meno, presentare minor problemi, essere più efficace ed efficiente qualora sia governata in ogni momento dai principi di una razionalità economica e strumentale.

La razionalità strumentale ha a che fare soprattutto con il rapporto tra mezzi scarsi – rispetto all’attore che li vuole utilizzare – e fini alternativi – che possono dare esiti molto diversi. Qualunque altro ragionamento passa in secondo piano dinanzi a questo impegno e presupposto. Non solo l’economia, l’impresa o il commercio dovrebbero essere organizzati e gestiti secondo il principio della razionalità economica ma anche i servizi pubblici: scuola, sanità, ricerca, beni culturali. E così tutte le azioni degli individui, perché solo in questo modo la loro somma complessiva darebbe origine a una società migliore, nel senso di più efficiente e con costi minori.

Se poi mi chiede che cosa non è, si può dire una cosa precisa e piuttosto trascurata: il neoliberalismo non è una dottrina che vuole scoprire come funziona il mondo, spiegarlo agli altri e conformarlo in modo che sia più consono rispetto a leggi individuate e scoperte. Tra le grandi dottrine politiche questo approccio caratterizza ad esempio il marxismo. Marx voleva scoprire come funzionava davvero il mondo capitalistico e spiegarlo, per poi correggerlo, emendarlo e fondare un altro ordine sociale. Il neoliberalismo è una dottrina essenzialmente costruttivistica. Essa non dice, come dicevano i liberali classici, che l’essere umano è di per sé un homo oeconomicus, dice che l’essere umano anche se non lo è, può essere spinto in diversi modi ad agire come un uomo economico e questo ha i suoi vantaggi non solo in economia ma anche nella famiglia, nei rapporti sociali, in politica e in qualunque altro settore della società. Il neoliberalismo, tra tutte le grandi dottrine politiche, non è una teoria scientifica nel senso che vuole scoprire come funziona la realtà, vuole piuttosto costruire la realtà secondo i propri principi e i propri canoni, nella convinzione che tutto funzionerebbe meglio.

A suo parere, esiste un unico neoliberismo o esistono invece molti neoliberismi? A questo proposito, le chiedo cosa pensa del dibattito sulle varietà del neoliberismo, anche in rapporto al precedente dibattito sui differenti modelli di capitalismo.

È certamente sensato parlare di varietà di neoliberalismo. Sul tema si è svolto un dibattito intenso che, negli ultimi quindici anni – non in Italia ma in paesi come gli Stati uniti, la Germania e il Regno Unito –, ha messo in luce la complessità del pensiero neoliberale. Senza inseguire le minute variazioni individuate dagli storici del neoliberalismo ma dovendo e volendo semplificare, si possono individuare due grandi varietà di neoliberismo.

Quella anglosassone, detto anche transatlantico, quindi Stati uniti e Gran Bretagna essenzialmente, alla cui base c’è il pensiero neoclassico liberale e della scuola di Chicago, i Chicago Boys, vale a dire Milton Friedman e compagni. L’altra variante è quella europea, nata principalmente in Germania e in Austria, che è caratterizzata dal peso che hanno avuto le dottrine dette ordoliberali. Sono dottrine nate intorno agli anni Trenta, ancora sotto Weimar, soprattutto all’università di Friburgo, per cui sono dette anche Scuola di Friburgo. Il pensatore principale, tra molti altri, è Walter Eucken.

Ambedue le varianti hanno avuto un grande successo politico ma anche sociale, perché il neoliberismo è diventato non solo la dottrina politica più o meno ufficiale ma ha vinto e stravinto in ogni ambito di applicazione possibile. L’ordoliberalismo, la versione tedesca, ha avuto grande importanza ad esempio nell’economia del dopoguerra. Ludwig Ehrard, considerato il padre della rinascita dell’economia tedesca, in modo più o meno evidente si rifaceva ai principi dell’ordoliberalismo.

Le differenze tra le due versioni sono moltissime e profonde. Una distinzione piuttosto importante verte sul fatto che gli anglosassoni insistono sul ridurre al minimo lo stato. C’è uno slogan che affiora di continuo durante le campagne elettorali negli Stati uniti che suona, in maniera non molto elegante, «Bisogna affamare la bestia» [lo slogan comparve la prima volta nel 1986 nel libro The Triumph of Politics: Why the Reagan Revolution Failed, il cui autore è David Stockman, sotto la presidenza Reagan direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio, Ndr]. Il che significa ridurre al minimo le risorse dello stato affinché intervenga il meno possibile nell’economia. Lo stato deve provvedere alle forze armate, alla sicurezza, a pochi altri aspetti ma deve stare lontano da qualsiasi cosa abbia a che fare non solo con l’economia ma anche con la regolazione della società. Invece l’ordoliberalismo è una dottrina che insiste molto sul fatto che è lo stato che con le leggi, la normativa, la regolazione, deve predisporre l’ambiente e il terreno in cui il sistema economico possa dipanarsi in tutta la sua efficacia, in tutta la sua libertà. Quindi meno stato o stato ridotto al minimo nei paesi anglosassoni; stato invece che pesa molto in Europa. Per certi aspetti il trattato di Maastricht, l’autoritarismo economico dominante che ancora oggi subiamo, denota il fatto che in Europa ha avuto la meglio la variante ordoliberale la quale richiede una certa dose di autoritarismo per far sì che sia lo stato a spianare la strada alla stabilità monetaria, al controllo dell’inflazione, al pareggio di bilancio pubblico.

Quali sono le caratteristiche distintive della variante italiana – se ritiene corretto parlare di una variante italiana – del neoliberismo? Quali le date e i passaggi rilevanti della penetrazione del neoliberismo in Italia e quali gli attori cruciali sia individuali che collettivi?

Prima richiamavo la mole di studi internazionali sull’elaborazione teorica intorno al neoliberismo. Sino a tempi recenti questa era molto modesta in Italia. Ho letto di recente una riedizione del 2008 di un volume di Norberto Bobbio, L’età dei diritti, con un’abbondante bibliografia di lavori in italiano sul pensiero liberale che integra l’originale: ne figura soltanto uno che si riferisce al neoliberismo. Nondimeno si può dire che l’Italia sia stata un canale importante per far diventare neoliberali i successori del Pci, i comunisti, così come i socialisti e altri.

Già negli anni Sessanta c’erano scambi molto nutriti tra economisti e studiosi di altre discipline italiani ed europei con studiosi sovietici e dell’area sovietica, soprattutto ungheresi e polacchi, sullo sfondo di quella che si chiamava la teoria della convergenza. Sono autori lontani dai dogmi sovietici che con autori occidentali altrettanto lontani dai dogmi liberali ritenevano che la produzione di massa, il fordismo, le nuove tecnologie della comunicazione, i grandi calcolatori – che erano già presenti e operativi, io ne vidi uno a Ivrea alla fine degli anni Cinquanta – producessero elementi di convergenza tra il sistema dell’economia di piano e il sistema capitalistico. Economisti delle due parti si incontrarono spesso, anche in Italia, per discutere gli aspetti di questa convergenza. Gli italiani scoprirono, ma anche gli americani che venivano in Italia ad ascoltare, che i colleghi sovietici parlavano come neoliberali. Parlavano di mercato, di regolazione del mercato mediante l’informatica. Gli economisti sovietici erano critici sull’economia di piano perché ritenevano che non avrebbe potuto funzionare ancora molto.

Gli economisti europei e italiani apprendevano che per i colleghi sovietici l’economia, per essere felicemente regolata, avrebbe avuto bisogno di un dittatore benevolo. E il dittatore benevolo in questo caso era l’informatica. Per generazioni era stato vero l’assioma per cui lo stato non sarà mai in grado di governare il mercato perché il mercato raccoglie una serie di informazioni istante per istante e lo stato non può farlo. Però l’informatica poteva essere anche più rapida del mercato nel raccogliere informazioni e a essa si sarebbe dovuto sottostare.

Tra le istituzioni che hanno favorito gli incontri con questi economisti sovietici, polacchi e ungheresi – tutti espressione dell’era comunista ma molto critici e molto attenti alle trasformazioni dell’economia – ha avuto un’importanza notevole la fondazione Ceses, Centro di studi economici e sociali, fondata a Milano nel 1964 a spese e per volere della Confindustria. Il suo impegno si è via via ridotto ma ha operato fino al 1988. Per ventiquattro anni è stata una fondazione molto importante, a cui hanno partecipato molti docenti e anche uomini politici, che cercava di scoprire cosa succedesse dall’altra parte attraverso le voci degli economisti dei due campi. Purtroppo, gran parte di questa letteratura è andata dispersa e, tanto per cambiare, per sapere qualcosa bisogna andare negli archivi americani o cercare delle pubblicazioni americane, essendo stati loro a studiare quest’esperienza.

Ciò significa che nella testa di quelli che erano prima membri del Pci, e poi via via membri del Pds, Ds e Pd, circolavano delle idee in tema di economia che erano sostanzialmente neoliberali. L’economia doveva essere libera, doveva essere amministrata in modo tecnicamente perfetto. Quello che prima il piano e anche il mercato capitalistico facevano male, poteva essere fatto meglio mediante le tecnologie informatiche. Quindi, uno dei canali attraverso i quali il neoliberismo è entrato nella testa degli esponenti dei partiti di sinistra sono stati questi colloqui trans-europei tra comunisti da un lato e liberisti dall’altro, i quali si confrontavano sulla possibile evoluzione dell’economia.

Nel caso del Pci e delle tante vesti che ha assunto dopo, si può aggiungere un elemento che è diventato particolarmente pesante dopo l’89. Da allora si è parlato sempre più degli errori, dei gulag, di un regno del terrore che finalmente era caduto. Questo ha fatto sì che generazioni di aderenti, simpatizzanti e studiosi delle successive incarnazioni del Pci abbiano fatto l’impossibile per far dimenticare che avevano avuto rapporti e simpatie col comunismo sovietico, ovvero col socialismo realizzato. È come se avessero deciso di spogliarsi di tutti i propri panni e buttarli in un bidone del cortile affinché nessuno si ricordasse che qualche tempo prima erano stati comunisti. C’è stato una sorta di pentimento politico a posteriori, non sempre chiaro e non sempre evidente, che ha avuto molta importanza nel far letteralmente sparire in poco tempo il Pci.

Ancora più importante è stato il fatto che, come si evince dai colloqui avuti con i colleghi comunisti, l’economia comunista alla quale il Partito comunista nostrano si sentiva più vicino assomigliava molto al neoliberismo: il dittatore benevolo, l’importanza data al calcolo, alla previsione. Dal punto di vista intellettuale e politico, uno dei cardini dello sviluppo del neoliberismo in Italia, un canale davvero molto importante, sono stati questi incontri con gli economisti dell’area sovietica avvenuti al Ceses per un quarto di secolo. Intendiamoci, la Confindustria lo finanziava perché sperava che in tal modo venissero fuori le magagne dell’economia di piano. Qualcosa magari veniva pure fuori, ma emergeva anche il fatto che quelli erano studiosi – e di primissimo piano, pensiamo agli ungheresi, tra i quali Micheal Polanyi e altri – che lasciavano una traccia che poi purtroppo non è stata contrastata da nessuno studio critico. Il neoliberismo è stato accettato per intero senza alcuna reticenza e senza ragionamento sulle conseguenze.

È corretto dire che il modello italiano di neoliberismo è autoctono oppure è più corretto dire che sia eterodiretto, guidato dall’esterno? Ed eventualmente quali sono i paesi e i soggetti politico-economici che lo hanno ispirato?

Io non pretendo di conoscere l’intera bibliografia. Resta il fatto che trovare una pubblicazione sul neoliberismo italiano è veramente molto difficile. Quello che è stato travasato in politica viene in parte dagli Stati uniti, in parte dall’Inghilterra della signora Thatcher e in parte dai tedeschi. L’assoluta obbedienza dei nostri governi ai dettami di Bruxelles e ai dettami di Berlino attesta il fatto che c’è stato un assorbimento in gran parte acritico del neoliberalismo, dei suoi aspetti più politici e più disciplinari, senza che si levasse quasi alcuna voce a contrastarlo.

Quali sono i settori di policy in cui la presenza delle ideologie e delle politiche neoliberiste è più evidente, quali i settori in cui c’è ma è più nascosta e quali, ammesso e non concesso che ve ne siano, in cui questa influenza è del tutto assente?

I due settori in cui questa influenza è più evidente sono la protezione sociale, quindi l’attacco allo stato sociale, alle pensioni come alla sanità, e il lavoro, quindi la sfera delle politiche del lavoro. Su quest’ultimo punto, le leggi incominciano a grandinare già nei primi anni Novanta, per poi diventare un vero diluvio con le leggi Treu del 1997, la legge Biagi del 2003, quelle di Sacconi nel governo Berlusconi alla fine dello stesso decennio, la legge Fornero del 2012 e il cosiddetto Jobs Act del governo Renzi. Questi sono stati e sono i settori in cui le pratiche neoliberiste sono maggiormente attive e presenti. Ce ne sono poi parecchi altri. Quando si dice che occorre avere cura dei beni culturali perché attirano molti visitatori che contribuiscono al Pil nazionale, si tradisce una norma di fede neoliberale. Ciò che conta non è il merito dell’oggetto ma cosa l’oggetto può determinare in termini di utilità. Diversi servizi pubblici che stanno impoverendo le città: si riducono i trasporti e parchi, gli asili nido e altre forme di sostegno alle famiglie. Nel campo culturale, l’università ha avuto delle ferite terrificanti in quanto a soppressione del pensiero critico in nome di un’università sempre più azienda. Per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria si sta affermando il principio che debba comportarsi, essere organizzata, agire e pensare come un’azienda. E questa è una delle caratteristiche neoliberali principali.

È la sua vocazione totalitaria perché per certi aspetti il neoliberismo è un’ideologia profondamente totalitaria. Non ammette discussione, non ammette critiche. Anche dopo quel che è successo, anche dopo quel che è accaduto nell’economia globale che ha seguito il credo neoliberale. È incredibile: gli economisti neoliberali non hanno previsto la crisi, non hanno saputo spiegarla, non hanno nulla da dire al riguardo, hanno inventato le politiche di austerità che, per ammissione di alcuni di loro stessi, sono state una catastrofe. Non solo le critiche ma le contraddizioni della realtà, il principio di realtà, passano sulle politiche neoliberali come fossero acqua sulla roccia. Nelle università si insegna quello che si insegnava dieci anni fa. Non c’è un barlume di pensiero critico in economia che sia sopravvissuto. Sì, c’è qualcosa, ma talmente minoritario da essere pressoché invisibile.

Per quanto riguarda lo scenario attuale: come sta cambiando, se sta cambiando, il liberismo in Italia? Ha esaurito il suo ciclo e verrà sostituito da un’altra ideologia egemone, oppure è vivo e vegeto? Pensiamo ad esempio a questo volume uscito di recente su Lo stato innovatore, che alcuni hanno letto come segnale di un’inversione di tendenza del pensiero economico.

Buonissimo libro ma si riferisce agli anni Trenta e Quaranta più che al presente. Non ha nulla a che fare con le tendenze attuali o le eventuali loro inversioni. Lo dico con rimpianto ma serenamente perché bisogna riconoscere le cose come stanno. Il neoliberalismo è vivo come non mai. Fa parte della sua inossidabilità. Gli scarti dalla realtà non hanno minimamente scalfito il pensiero neoliberale. Tutte le dichiarazioni che fanno i nostri ministri sono dichiarazioni intrinsecamente neoliberali e spesso sono riprese da testi neoliberali. Il Jobs Act contiene pezzi di testi dell’Ocse, testa di ponte della demolizione neoliberale dell’Europa, che risalgono al 1994. La riforma della scuola del governo Renzi è stata sostanzialmente scritta da una fondazione privata, di cui si citano esattamente i passi, che vengono recepiti dal governo e dal parlamento. Nonostante le sconfitte, il neoliberismo è più vivo che mai. Si potrà cominciare a parlare di un suo decadimento quando si vedranno dei provvedimenti che vanno in senso contrario, che aboliscono alcune delle leggi adottate in questi anni, insomma che si esprimono contro la tendenza dominante. Oso dire che non vedo assolutamente nulla di tutto questo. Le dichiarazioni del presidente Renzi, che ogni tanto dice che «bisogna cambiare l’Europa», non sono che acqua fresca.

Alcuni osservatori ripongono fiducia in attori politici che potrebbero costruire una nuova egemonia intorno a idee diverse rispetto a quelle neoliberali. Secondo lei è plausibile questo scenario o non lo è?

Io dal mio canto ho fiducia nel flogisto o nella pietra filosofale, più o meno equivalente alla fiducia nella direzione che lei indica.

Facendo un bilancio, quali sono stati e quali saranno i costi umani delle politiche neoliberiste in Italia? Quali sono i gruppi, magari quelli meno visibili e più nascosti, maggiormente colpiti da queste politiche?

Il neoliberismo politico è orientato sistematicamente a colpire i più deboli. Ed è quello che ha fatto anche in Italia: i lavoratori dipendenti, gli impiegati a mille euro al mese, i pensionati a seicento euro, le famiglie povere. Una grande fascia della popolazione, stimabile intorno al 25-30%, avrebbe bisogno di essere in qualche modo aiutata, non soltanto con sussidi ma con politiche del lavoro e della protezione sociale che non siano solamente punitive come sono state quelle degli ultimi tre o quattro governi.

Peraltro, spesso maneggiando in modo non corretto i dati. Noi abbiamo ormai uno strato di poveri, sia assoluti che relativi, molto elevato. Parliamo di molti milioni di persone che non possono permettersi gli standard di vita ai quali ci eravamo tutti abituati oppure non possono nemmeno procurarsi le risorse per far fronte a una vita dignitosa, riprendendo i significati di povertà relativa e povertà assoluta. Parliamo, tra gli uni e gli altri, di una cifra intorno ai dieci milioni di persone; su sessanta milioni è assai significativa. Inoltre assistiamo a una contrazione delle classi medie, perché l’attacco alla pubblica amministrazione e ai quadri intermedi, l’evoluzione dell’organizzazione del lavoro vanno tutte nella direzione di colpire anche le cosiddette professioni liberali, quelle che richiedono una certa qualificazione.

Nell’insieme, sono certo i più deboli a essere più colpiti, coloro che hanno bisogno di assistenza perché proprio non ce la fanno, che necessitano di politiche contro la disoccupazione decenti, di un autentico aiuto a tornare sul mercato del lavoro. Su tutto questo non è stato fatto nulla. Non c’è da stupirsi perché è ciò che è accaduto anche negli altri paesi dell’Occidente. Prendiamo ad esempio la ricca Germania: le riforme del lavoro neoliberali volute dal socialdemocratico Gerhard Schroeder – e non è un errore accostare i due termini – a partire dal 2003, con le cosiddette leggi Hartz, sono andate nel senso di impoverire una grande frazione della popolazione lavoratrice, inclusa la classe media.

Questo è il neoliberismo. Per il neoliberismo l’ineguaglianza, anche sfrenata e molto elevata, non è un male da curare. Piuttosto, è un aspetto indispensabile di un’economia ben funzionante, perché se ci sono molti ricchi, in base alla teoria del gocciolamento – che è una teoria per molti aspetti spudorata dal punto di vista scientifico – questi investono di più, consumano di più e quindi gli effetti benefici gocciolerebbero sui ceti meno abbienti finendo per produrre più occupazione. Non è vero nulla, non c’è uno straccio di statistica che lo possa confermare. Il consumo dei ricchi non può superare certi livelli: comprare ciascuno otto lavatrici, sei automobili o cambiarsi quattro camicie al giorno. E per l’investimento bisogna considerare che, come numerosi studi confermano, oggi i ricchi tendenzialmente non investono in infrastrutture, stabilimenti, impianti, aziende di servizi. Investono in finanza per moltiplicare il denaro che già hanno. Quando la diseguaglianza non è deplorevole, non è un male, non è una forma di patologia sociale da curare in maniera più o meno radicale, il risultato è che i più deboli ne fanno le spese. L’enorme aumento della disuguaglianza negli ultimi vent’anni è dovuto alla finanziarizzazione dell’economia, al taglio delle tasse ai più ricchi, a due occhi dello stato perennemente chiusi sull’evasione e l’elusione fiscale. Ma questo, nell’ottica del neoliberalismo, è un bene, perché i ricchi consumando e investendo trascinerebbero all’insù anche i consumi e gli investimenti dei più poveri.

Nel corso dell’intervista è già emerso che manca una forte opposizione politica e sociale al neoliberismo. Quali sono le ragioni di tale assenza? È possibile pensare a un’azione politica organizzata della classe del lavoro salariato o da parte di altri soggetti che riescano a opporsi al neoliberismo? Da questa prospettiva, che ruolo svolge la precarizzazione, sia come agente di frammentazione dell’organizzazione politica del lavoro, e quindi di offuscamento della coscienza di classe, sia come possibile base di partenza di un nuovo agire collettivo? 

Sono abbastanza scettico a questo riguardo. Il movimento operaio e il movimento sindacale sono divenuti importanti, potenti e hanno ottenuto i migliori risultati nel dopoguerra, durante i «trenta gloriosi» come sono chiamati in Francia: buoni salari, buone condizioni di lavoro e, parallelamente, un tasso di sviluppo oggi inimmaginabile. Questo perché il sindacato era potente, rappresentativo, poteva battere i pugni sul tavolo per ottenere migliori condizioni di lavoro. Senza tralasciare nell’analisi quel fattore geopolitico che è stato la presenza, sino al 1991, dell’ombra sovietica. Anche in Confindustria, e comunque nel padronato in generale, si preferiva concedere abbastanza agli operai e ai lavoratori indipendenti, piuttosto che rischiare di irritare quel grande orso che sonnecchiava a oriente. Caduto quello, dissoltosi nel giro di un anno o due, la controffensiva delle classi più ricche e dominanti non ha più avuto limiti.

Il potere del sindacato si è fondato per un secolo e mezzo su tre forme di unità: l’unità di tetto, cinquecento, mille, diecimila persone sotto lo stesso tetto che facevano lo stesso lavoro; l’unità di contratto, vale a dire che se quei mille o diecimila sotto lo stesso tetto facevano il lavoro da metalmeccanici, allora avevano il medesimo contratto da metalmeccanici, punto e basta; inoltre rispondevano a un solo padrone, e quindi c’era anche l’unità di padrone. Questi tre elementi hanno reso forte il sindacato perché facevano maturare dei forti interessi comuni. Se tutti avevano lo stesso contratto, se tutti avevano lo stesso padrone, quelli si muovevano tutti insieme o quasi per una singola vertenza.

Adesso quelle cinque o diecimila persone un tempo sotto lo stesso tetto, anche lasciando perdere gli impatti dell’automazione, sono divise in centinaia di fabbriche e fabbrichette che stanno metà in Italia e metà all’estero in nome delle cosiddette catene di creazione del valore. Nessuno sa bene chi è padrone di che cosa e soprattutto i cinquemila sono diventati trecento, magari pure moltiplicati per quindici sedi in un territorio sterminato. Non hanno alcuna possibilità di vedersi, di raccontarsi, di solidarizzare fisicamente nei luoghi di lavoro.

Tutto questo ha indebolito fortemente il sindacato a prescindere dalle lotte sindacali che sono state condotte. La prima cosa che Reagan e Thatcher hanno fatto appena andati al potere, nell’81 Reagan e nel ’79 Thatcher, è stato schiantare i sindacati più rappresentativi come quello dei piloti o dei minatori. Tutto questo è accaduto anche in altri paesi, e naturalmente anche in Italia. Non c’è stata riforma del lavoro che non fosse anche un attacco ai sindacati. Non soltanto. L’organizzazione fondata sulla distribuzione di centinaia di aziende collegate fra di loro nelle catene di creazione di valore non è mica caduta dal cielo. È stata voluta per indebolire il sindacato: se uno ha una fabbrica nel milanese, una a Timisoara, una a Taiwan, avere a che a fare con i sindacati diventa molto agevole perché basta buttare via un anello, ossia interrompere il contratto con una particolare azienda, e avviarne uno nuovo con una diversa impresa tra le innumerevoli che si offrono. L’indebolimento del sindacato è stato cercato sul piano organizzativo e praticato sul piano politico. Non mi si venga a dire oggi: «il sindacato non fa più il suo mestiere». Per forza: gli sono state tagliate non solo le unghie ma anche le dita.

Vedo difficile, per concludere, ritrovare un qualche tipo di unità, perlomeno di interessi derivanti dai contratti, che preluda a un’organizzazione di massa. I soggetti sono molto frammentati e hanno interessi diversi. Occorrono delle micro-organizzazioni che sappiano coordinarsi tra loro. Ad esempio, come avviene adesso in Spagna, ma non a partire dai contratti di lavoro ma da altri punti di partenza: i contratti di affitto, i contratti di finanziamento che permettono di espropriare casa a una famiglia che pure abbia ripagato quasi tutto il prestito, dalle mense comuni, dalle scuole che non hanno i materiali o gli insegnanti. Lì si può trovare una comunità di interesse che il luogo di lavoro non offre più. Da noi non vedo molte esperienze in questo senso. Ripeto: data la frammentazione intervenuta rispetto al tetto, al contratto e al padrone, non credo sia possibile pensare soltanto alla classe lavoratrice come soggetto egemone. Bisogna pensare ai tanti altri soggetti che possono avere in comune interessi significativi pur facendo diversi lavori e sperimentando condizioni di lavoro molto diverse.

*Dario Colombo, sociologo, si è occupato della neoliberalizzazione delle politiche sociali e lavora nel campo della microprogettazione sociale. Enrico Gargiulo, sociologo all’Università di Bologna, si occupa di trasformazioni della cittadinanza, integrazione dei migranti e sapere di polizia.

Luciano Gallino (1927-2015), sociologo tra i più autorevoli della nostra epoca, ha insegnato all’Università di Torino. Si è occupato delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell’epoca della globalizzazione. 

 

 

Marco Revelli: “Il virus della guerra”

Il virus della guerra – L’antidoto della memoria“. *

Di Marco Revelli,  7 marzo 2022

Il 24 febbraio, quando tutto è incominciato, per un gesto quasi automatico, mi sono trovato tra le mani Mai tardi, il diario di guerra di mio padre con le pagine tragiche della ritirata di Russia. Forse perché quella fuga a ritroso nel tempo, in un lontano orrore conservato nella memoria familiare mi aiutava a metabolizzare quest’altro orrore contemporaneo affidato al racconto pubblico. O, più probabilmente, perché quella rilettura mi aiutava a meglio capire la doppia angoscia che mi veniva dalla sovrapposizione di quelle due temporalità coesistenti nello stesso territorio. Giocava, in quel grumo emotivo, la coincidenza cronologica: il 24 febbraio (del 1943) è segnato nel diario come quello dell’arrivo nel villaggio di Verkievka, finalmente fuori dalla “sacca” chiusa dai russi sull’Armata italiana, quando il giovane tenente degli alpini diventato di colpo “vecchio” incominciò a raccogliere i brandelli della propria vita per rielaborare il suo pensiero sulla guerra, e non solo. Ma soprattutto mi colpiva la coincidenza geografica: tutte le fasi di quella guerra maledetta di allora si sono svolte, dall’inizio alla fine, esattamente nelle stesse terre di quest’altra, di oggi.

Continua la lettura di Marco Revelli: “Il virus della guerra”

Brancaccio: “Il vero volto del capitalismo”

Recensione di Daniele Nalbone del libro di Emiliano BrancaccioDemocrazia sotto assedio. La politica economica del nuovo capitalismo oligarchico” – Piemme, 2022
Con il suo ultimo libro, “Democrazia sotto assedio”, attraverso 50 brevi lezioni di politica economica, Emiliano Brancaccio mostra il vero volto del capitalismo di oggi, destinato a sopprimere la democrazia perché somiglia sempre più al vecchio feudalesimo
“La spaventosa concentrazione del potere economico nelle mani di una ristretta oligarchia plasma a suo immagine l’intero sistema dei rapporti in cui viviamo”. Questa frase, contenuta nell’introduzione e ripetuta – in diverse forme, come base o risultato di diverse analisi – un po’ in tutto il libro, è il cuore dell’ultimo lavoro dell’economista Emiliano Brancaccio,  Una piccola enciclopedia della politica economica di oggi sotto forma di “50 brevi lezioni” che gettano luce sulle tendenze di fondo dell’epoca che stiamo vivendo, e subendo.

Continua la lettura di Brancaccio: “Il vero volto del capitalismo”

Daniela Palma: “La Ricerca dimenticata”

di Daniela Palma: “La lunga crisi dell’economia italiana e la Ricerca dimenticata

Tutt’altro che nuova alle attenzioni degli osservatori esteri, l’Italia è tornata recentemente a suscitare interesse per la sua positiva capacità di reazione alla crisi pandemica. Impossibile non ricordare gli elogi dispensati sul finire del 2021 dal settimanale “The Economist”, che l’ha consacrata “Paese dell’anno” non solo in ragione dei maggiori miglioramenti conseguiti in termini di qualità del governo e di gestione della pandemia, ma anche per aver dato prova di un più rapido avvio di ripresa del Pil. Con l’avvento del nuovo anno, tuttavia, un’analisi del quadro economico dei 23 paesi più “ricchi” dell’area Ocse da parte del medesimo settimanale, comprendente oltre al Pil anche altri indicatori significativi sullo stato di salute dell’economia, ha mostrato come in realtà il nostro paese sia ancora ben lontano dal poter cantare vittoria. L’Economist sottolinea come la pandemia “abbia creato vincitori e vinti” e l’Italia ricada tra i “worst performers”, avendo recuperato solo parzialmente le perdite subite sul fronte del reddito (complessivo e riferito alle famiglie), in un contesto nel quale il tasso di disoccupazione è molto più alto della media Ocse (9,2% contro 5,7%). Rispetto ai “blocchi di partenza” dell’inizio pandemia il Pil italiano – prosegue l’Economist – registra uno scostamento del -1,3%, contro i più ridotti scarti di Germania e Francia (rispettivamente -1,1% e -0,1%); differenze per la verità non preoccupanti se non fosse che il dato di confronto del 2019 corrisponde per l’Italia a un valore del 4% inferiore al livello del Pil precedente l’arrivo della crisi finanziaria internazionale del 2008.

Aldilà di qualunque valutazione più o meno benevola, è dunque un fatto che l’economia italiana non ha ancora saldato i suoi conti con il passato. All’arrivo della crisi Covid l’Italia è l’unico paese dell’Eurozona (ad eccezione della Grecia) a non aver risalito completamente la china della trascorsa recessione. E andando a ritroso appare chiaramente come le sue difficoltà di crescita vengano da molto più lontano. Nel 2005 lo stesso Economist l’aveva presentata come “The real sick man of Europe” (Il vero malato d’Europa), zoppicante e ormai avviata sul sentiero del tramonto. Un’uscita che non doveva suonare inaspettata, visto che proprio allora iniziava ad animarsi fra gli economisti il dibattito sul “declino” del paese; questione tanto più discussa dopo il 2008 quanto più risultava evidente che i contraccolpi della crisi erano stati tra i più duri e che il terreno perso veniva riguadagnato molto più lentamente. Quella dell’Italia appariva sempre più una “crisi nella crisi” della quale veniva colta la natura essenzialmente strutturale, collegata soprattutto al persistere di una debole capacità di innovazione del suo sistema produttivo a causa della scarsa presenza di imprese nei settori tecnologicamente più avanzati. Questi ultimi divenuti sempre più cruciali per lo sviluppo mondiale via via che il rapido incremento delle conoscenze scientifiche innovava radicalmente gli assetti della produzione industriale grazie a un’attività di ricerca sempre più sistematica e condotta su larga scala.

Ciò che però sembra aver per lo più improntato l’industrializzazione italiana è l’idea che fosse percorribile la via di uno “sviluppo senza ricerca”, che è finita con il diventare la “bussola” alla quale sono state affidate le sorti dell’economia del paese. Emblematico in tal senso è stato il frequente ricorso alla metafora del “volo del calabrone”, una leggenda rivenduta spesso come “verità scientifica”, secondo la quale il tozzo insetto riuscirebbe a volare sfidando le leggi della fisica. Esattamente come l’Italia che, priva di risorse naturali e relativamente povera di industrie avanzate, contro ogni aspettativa avrebbe tessuto una storia fitta di successi, divenendo una delle maggiori economie mondiali. Nella realtà, tuttavia, e senza nulla togliere alla forza di un’ascesa che dalla seconda metà del secolo scorso ha sostenuto il decollo economico del paese, i sintomi di una fragilità del percorso di sviluppo intrapreso si sono fatti sempre più numerosi e frequenti. I limiti erano quelli di un’economia che, completata la prima fase della modernizzazione in coda ai paesi più industrializzati, non poteva sfruttare oltre la spinta propulsiva tipica del “paese inseguitore”, importando o adattando secondo modalità più o meno creative le tecnologie prodotte altrove e frutto di una continua e crescente attività di ricerca scientifica.

Non importa pertanto rilevare “solo” quanto a investimenti in ricerca (fermi ad appena 1,5% del Pil) e relativamente alla capacità di presidiare i mercati dei beni ad elevato contenuto tecnologico l’Italia si trovi oggi a gravitare verso la periferia dei maggiori paesi industrializzati e con ormai l’incombente presenza di quelli “di nuova generazione” (Cina in testa) che pure stanno divenendo protagonisti nello sviluppo di nuove tecnologie. E’ importante piuttosto capire fino in fondo cosa sia “andato storto”, capire come mai il divario tecnologico con il resto del mondo sviluppato non solo non si sia ridotto, ma abbia seguitato ad ampliarsi. E su questo versante è importante cogliere i tratti fondamentali della dinamica storica che ha caratterizzato la spesa in ricerca in rapporto al processo di industrializzazione. Così facendo, si osserva infatti che il paese non aveva fin dal principio rinunciato a progettare un “salto di qualità” del suo sviluppo, ma si trovava impegnato a promuovere un forte aumento dell’investimento in ricerca con grande attenzione per quella di base (indispensabile ad alimentare la produzione di nuove conoscenze), prefigurando un’espansione dell’industria nei settori chiave delle tecnologie di frontiera. Ma, già dalla prima metà degli anni Sessanta, il fallimento di un’illuminata “programmazione economica”, che sarebbe dovuta diventare fulcro di politiche di intervento volte ad incidere sulla struttura del sistema produttivo, lasciava che emergessero i primi deragliamenti di una “corsa al benessere” prorompente e che necessitava al più presto di un altro registro. Aumenti dei salari che superavano quelli della produttività, generavano incrementi significativi dei costi unitari del lavoro e comprimevano i profitti, con effetti negativi sugli investimenti. In assenza di miglioramenti della produttività derivanti dallo sviluppo di settori avanzati, la via breve alla competitività non poteva che essere quella di calmierare le retribuzioni, riorganizzando l’occupazione anche attraverso operazioni di decentramento produttivo e di precarizzazione della forza lavoro e, non ultimo, facendo ricorso alla svalutazione del cambio. Un meccanismo in seguito solo parzialmente corretto mettendo in campo una capacità di innovazione del tutto inedita che faceva perno sulle conoscenze “non formalizzate” di “distretti industriali” incardinati in un fitto tessuto territoriale di piccole-medie imprese, e destinati a trainare per molto tempo il comparto manifatturiero, ma che sempre meno sarebbero stati attrezzati a fronteggiare gli esiti degli ulteriori avanzamenti tecnologici connessi alla rivoluzione dell’elettronica e dell’informatica.

L’Italia che si affaccia agli anni Novanta, che si confronta con uno scenario di piena globalizzazione produttiva attraversato dai veloci ritmi del cambiamento tecnologico, e con mercati nei quali cresce vertiginosamente il peso delle produzioni high-tech, da più di un ventennio ha già di fatto realizzato una  sorta di “fuga dalla ricerca”, segnata da un sempre minor protagonismo delle imprese (operanti in prevalenza in settori tradizionali) e da una ritirata del settore pubblico che si è tradotta anche in minori finanziamenti per la ricerca di base. Nel frattempo il Pil cresceva già a tassi inferiori a quelli dei principali paesi industriali, collocandosi su una traiettoria declinante. La crisi valutaria subentrata nel 1992 e la necessità di ristrutturare le finanze pubbliche per predisporre il paese all’entrata nell’euro, completavano il quadro. Le spese in ricerca (tanto sul fronte delle imprese quanto su quello dello Stato) non sono esenti da ripercussioni e si contraggono drammaticamente, raggiungendo in quel decennio i loro minimi storici. Tale arretramento, di per sé negativo, risulta addirittura letale non appena se ne considerino gli effetti a lungo termine: una debole capacità del sistema industriale non solo di produrre innovazione, ma anche di utilizzarla, rendendo sempre meno rilevante la spesa pubblica in ricerca (che viene ulteriormente ridotta) e l’offerta di “capitale umano” altamente qualificato (che tende via via a diminuire o a infoltire le fila dei cosiddetti “cervelli in fuga”). Un circolo vizioso che ancora oggi sta pregiudicando la possibilità di dare il giusto impulso agli investimenti in ricerca (a cominciare da quelli pubblici) e alla nascita di filiere produttive a più elevata intensità tecnologica, facendo sì che il paese continui a giocare (infruttuosamente) la propria competitività sulla riduzione del costo del lavoro, con riflessi molto pesanti anche sulla la componente interna della domanda.

In una recente intervista, il Nobel per la fisica Giorgio Parisi ha sostenuto come il positivo apporto di finanziamenti provenienti dall’Europa attraverso il programma di rilancio post-Covid “Next Generation EU” debba essere certamente salutato con soddisfazione, ma debba soprattutto risuonare come stimolo affinché l’Italia torni realmente a destinare risorse più consistenti e stabili all’attività di ricerca, a cominciare da quella di base. Il richiamo di Parisi coglie effettivamente un punto nodale. La storia della “fuga dalla ricerca” dell’Italia è infatti una vicenda che si contraddistingue anche per l’ampia variabilità delle cifre destinate alla spesa in ricerca e per la residualità con cui spesso queste sono state contestualizzate nelle politiche di bilancio. Ciò significa che l’investimento in ricerca ha perso da tempo anche il suo valore strategico e che, nel momento in cui si riconosce la necessità di tornare a investire, è necessario farlo avendo presente che esso deve diventare un pilastro della politica economica, della quale una politica industriale finalizzata al potenziamento dei settori tecnologicamente avanzati – che nell’attività di ricerca hanno il loro fondamento – diventi parte integrante. Una prospettiva, questa, che troverebbe riscontro anche nell’ambito di un rinnovato contesto europeo nel quale si sta valutando la possibilità di valorizzare il ruolo di quegli investimenti pubblici giudicati più rilevanti per il loro impatto strutturale sullo sviluppo economico, con crescente considerazione per gli interventi orientati all’innovazione dei sistemi produttivi.

7 febbraio 2022

“Articolo 33”

 

Tronti: “SALARI, OCCUPAZIONE, PRODUTTIVITA’”

Di Leonello Tronti 26 dicembre 2021 (socialismoitaliano1892.it).

“La questione salariale in Italia è (finalmente) entrata sotto i riflettori del circo mediatico dopo un lungo, infinito, periodo di silenzio interessato. Lo ha fatto grazie anche – si sa – al lavoro di forte e documentata denuncia svolto per anni da validi ricercatori a titolo individuale e, più di recente, ripreso dal Sindacato, da alcune organizzazioni internazionali e persino da istituti di ricerca privati di provata fede governativa. I salari italiani sono bassissimi: il loro potere d’acquisto è fermo da trent’anni. Una vita o quasi. L’Ocse certifica che nei trent’anni tra il 1990 e il 2020 la retribuzione lorda media annua dei lavoratori italiani – unico caso tra i 35 paesi aderenti all’organizzazione – ha addirittura perso il 2,9 per cento del suo potere d’acquisto. Negli altri paesi le retribuzioni reali sono ovviamente aumentate, dal minimo del Giappone (+4,4 per cento) al massimo della Lituania (+276,3%). Questo è il nudo dato di fatto, semplicemente eclatante.

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Associazione LABOUR R. Lombardi – "Per una società di liberi e eguali"