Beschi: “Le ‘riformone’ del Governo e le pretese di JP Morgan”

il rischio Italicumedi Mauro Beschi – In questi mesi la discussione sui temi della modifica alla Costituzione e della nuova legge elettorale è stata caratterizzata, del tutto giustamente vista l’importanza e la complessità degli argomenti, da ragionamenti giuridici e di dottrina costituzionale. Meno interessante ma pericolosamente deformante è stata la propaganda, in verità urlata e strumentalizzata come fanno i venditori ambulanti, sui miracoli e le mirabolanti prospettive per il Paese derivanti dalle “riformone” del Governo. Qualcuno potrà dire: perché si parla di “riformone” del Governo quando la modifica della Costituzione e la Legge elettorale dovrebbero essere di prerogativa e responsabilità del Parlamento? In realtà, mai come in questi mesi, si è vista l’ingerenza e le pressioni del Governo nella discussione parlamentare, fino all’utilizzo del voto di fiducia, fatto inconcepibile per tutti coloro che hanno a cuore le prerogative parlamentari, prescritte dalla attuale Costituzione, dell’ordinamento repubblicano. Continua la lettura di Beschi: “Le ‘riformone’ del Governo e le pretese di JP Morgan”

“Vittime Dimenticate”: prefazione di Marco Revelli

cop vittime dimenticate“Vittime dimenticate” (Testimonianze dei bombardamenti anglo-americani 1940/1945 – Edizioni dell’Orso, 2016) apre uno squarcio su un aspetto troppo spesso trascurato dalla storiografia sulla Seconda guerra mondiale, e per certi versi anche dalla nostra memoria collettiva: la questione delle “vittime civili”. Questione invece rilevante per una compiuta riflessione sul tema della guerra contemporanea – della sua particolare ferocia, e comunque dei suoi caratteri inediti – se è vero, come è vero, che alla metà del secolo scorso, per la prima volta nella storia, il numero delle vittime tra la popolazione civile è aumentato in misura esponenziale facendo appunto della “Guerra” un fenomeno “Totale”, destinato a coinvolgere non più solo (o prevalentemente) gli “eserciti” ma l’intera popolazione senza più distinzione tra “combattenti” e “non combattenti”, tra “militari” e “civili”.

Per l’Italia il rapporto è stato di uno a due (150.000 morti civili contro 300.000 militari), un po’ meno in Germania (2 milioni su un totale di circa 5 milioni di morti), di più in Urss (dove le vittime civili superarono i 12 milioni per un totale di 23 milioni di morti), ma il fenomeno tende a essere omogeneo (con l’eccezione del Regno unito, dove i civili coprono “solo” un terzo delle “perdite”, 97.000 contro 270.000, e naturalmente degli Usa dove il territorio nazionale non fu raggiunto dalla guerra per ragioni geografiche). Né le guerre successive cambieranno il quadro, anzi: nella guerra del Viet-nam si calcola che i caduti tra i civili siano stati più del doppio che tra i militari (2.700.000 contro 1.100.000) e per la Seconda Guerra del Golfo un recente studio parla di un agghiacciante rapporto di 24 a 1 tra le morti di civili e militari! Una conferma quantitativa di come la guerra moderna abbia assunto in misura crescente carattere “terroristico” spostando via via in misura crescente il baricentro del fuoco sulla popolazione nel suo complesso.

Il bel libro di Renzo Penna dà conto di ciò con un significativo “caso di studio”, entrando in senso letterale “dentro il fenomeno”, tra le pieghe della quotidianità vissuta, offrendoci il racconto “dal basso” di ciò che accade in una comunità quando la morte arriva, inattesa, dall’alto. E quando si scopre che la propria stessa casa è diventata parte del fronte, obiettivo militare, zona di guerra. Quando, potremmo dire, si vive “la guerra in casa”. Alessandria appare, in quest’ottica, un punto di osservazione particolarmente significativo. I suoi 559 morti sotto i bombardamenti – dal primo, del 14 agosto 1940, all’ultimo, proprio alla vigilia della Liberazione, il 24 aprile del ’45 – la collocano al secondo posto tra i capoluoghi piemontesi, subito dopo Torino (con 2069 morti), e molto al di sopra di Cuneo e Asti (rispettivamente 56 e 54 vittime) oltre che di Vercelli (31 morti) e Novara (una sola vittima).

Se si calcola il rapporto tra la dimensione complessiva della popolazione e il numero dei decessi causati dai bombardamenti si può notare come ad Alessandria si registri la maggiore incidenza percentuale delle perdite umane. E come qui l’estensione delle distruzioni del patrimonio abitativo non abbia quasi paragoni nell’insieme della Regione, e la stessa presenza di insediamenti militari e di truppe in città non sia risultata particolarmente significativa. Dovette pesare invece, nel collocare Alessandria tra gli obiettivi sensibili del Bomber Command inglese, il suo carattere di nodo ferroviario di grande rilievo lungo gli assi di comunicazione strategica, e la relativa facilità di colpire aree densamente popolate e poco protette.

Fu così che per gli abitanti della città, e in particolar modo dei quartieri più a ridosso della stazione ferroviaria, dei ponti e delle vie di comunicazione, a cominciare dalle aree del Cristo e della Pista, la vita quotidiana fu scandita da ondate di morte dal cielo ricorrenti, con cadenza quasi mensile, a cominciare dal devastante bombardamento del 30 aprile del ’44 con ben 239 vittime Di tutto questo Renzo Penna dà conto con un sapiente uso congiunto degli strumenti della storia orale e della ricostruzione documentaria, opportunamente intrecciati con un approccio metodologico di indubbio rigore, restituendoci lo spessore del vissuto al di là e al di sotto delle nude cifre.

Nelle pagine del libro le Vittime dimenticate escono dall’ombra, riacquistano un volto, rivelano l’intreccio di sentimenti, relazioni, affetti e mestieri. Per molti di loro vengono ricostruiti gli ultimi momenti prima che la morte facesse irruzione nella loro vita in modo improvviso e imprevisto, per altri si dipanano le biografie, le reti parentali, le esperienze lavorative, a testimonianza di una vita di comunità densa, tenace, che la guerra lacerò con l’insensatezza che la caratterizza. E insieme alle storie di vita acquista spessore e visibilità il territorio: i “luoghi” letti in filigrana con la topografia attuale, così da permettere al lettore di oggi di ri-orientarsi su quelle antiche mappe, di ritrovare i punti di una geografia sconvolta non solo dalle distruzioni belliche ma anche dalla grande trasformazione del lungo dopoguerra, tempo di pace in cui però l’habitat umano non ha cessato di mutare, e la comunità che lo abitava di frammentarsi e disperdersi.

Per questo è tanto più importante questa “operazione sulla memoria”. Questo tornare a ridar parola, anche postuma. E disseppellire le vittime di allora, sottraendole alla fossa comune di un oblio diffuso. A questo serve il Memoriale, posto nel salone d’ingresso del Palazzo comunale con i nomi dei 559 morti innocenti restituiti così al ricordo della loro città, di cui questo libro è il naturale completamento. A non dimenticare mai l’orrore e l’insensatezza della guerra.

Ferrari: “D’Alema polemizza con Renzi…a quando l’autocritica?”

psi con falce, martello e librodi Sergio Ferrari – E’ difficile non concordare con le critiche espresse da D’Alema nella sua intervista del 22 giugno u.s. al “Corriere della Sera” in relazione agli esiti delle elezioni locali appena trascorse. Che questi risultati rappresentino un motivo di riflessione negativa nei confronti del Governo – al di là degli esiti dei singoli concorrenti locali – è una questione ormai riconosciuta da parte dello stesso Presidente del Consiglio, ancorché in termini ovviamente diversi rispetto a quelli avanzati da D’Alema.  Ci sarà tempo e modo per tornare sull’intervista di D’Alema, ma una prima osservazione occorre avanzarla: Renzi e il suo Governo non sono piovuti sul paese nottetempo, non sono una costruzione imprevista o priva di una sua storia e di una sua cronaca.

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Ricordo di Paolo LEON

Paolo LeonL’11 giugno è mancato a Roma Paolo LEON, economista keynesiano, professore emerito di Economia Pubblica alla Facoltà di Economia dell’Università Roma Tre. Una personalità competente e autonoma, un uomo di sinistra, un socialista, estimatore di Riccardo Lombardi e Fausto Vigevani. Un amico del Sindacato e un collaboratore della Cgil. L’Associazione “LABOUR R. Lombardi” nell’esprimere il proprio cordoglio ai famigliari lo ricorda come amico e compagno in alcuni dei momenti pubblici nei quali, con noi, ha partecipato fornendo sempre originali e intensi contributi. In particolare il 5 marzo 2013 in Cgil Nazionale, con la Segretaria Susanna Camusso, per ricordare Fausto Vigevani a 10 anni dalla scomparsa; il 20 ottobre 2014 al Senato della Repubblica per la presentazione del libro “Fausto Vigevani: il Sindacato, la Politica” di Edmondo Montali e Sergio Negri e, più recentemente, il 3 dicembre 2015, il suo contributo scritto alla presentazione, nella capitale, del libro di Luca Bufarale: “Riccardo Lombardi la giovinezza politica (1919-1949)”. Sul questo sito sono presenti alcuni dei suoi interventi.

Penna: “RIDARE PRIORITA’ AL LAVORO E ALLA DEMOCRAZIA ECONOMICA”

carta diritti CgilRenzo Penna: “RIDARE PRIORITA’ AL LAVORO E ALLA DEMOCRAZIA ECONOMICA” – Dallo scoppio della crisi nel 2008 il termine ‘finanziarizzazione’ è stato tra i più utilizzati per spiegarne le ragioni e individuarne le cause. La definizione che ne ha dato Luciano Gallino – uno dei maggiori studiosi della materia – è che rappresenti un gigantesco progetto per generare denaro mediante denaro riducendo al minimo la produzione di merce. Il capitalismo che in origine si è sviluppato da una base essenzialmente industriale, negli ultimi decenni del novecento ha gradualmente abbandonato la strada del valore d’uso delle merci per divenire, soprattutto, un produttore di rendite. Soluzione che il sistema ha adottato per far fronte alle difficoltà emerse nell’economia reale dei paesi sviluppati e dovute, in particolare, alla forte riduzione di occasioni di investimento redditizio nella maggior parte dei comparti dell’industria e dei servizi.

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Zagrebelsky: Una Costituzione per farsi obbedire

Gustavo-Zagrebelskydi Gustavo Zagrebelsky (*)

 Democrazia e lavoro sono le radici della nostra Costituzione del 1948. Una cosa è cambiare, un’altra è il come cambiare. Il superamento del bicameralismo perfetto è largamente condiviso, ma siamo di fronte a un testo incomprensibile e al ritorno a condizioni pre-costituzionali. Coloro che, la riforma costituzionale, la vedono gravida di conseguenze negative non si aggrappano alla Costituzione perché è “la più bella del mondo”. Sono gli zelatori della riforma che usano quell’espressione per farli sembrare degli stupidi conservatori e distogliere l’attenzione dalla posta in gioco. La posta in gioco è la concezione della vita politica e sociale che la Costituzione prefigura e promette, sintetizzandola nelle parole “democrazia” e “lavoro” che campeggiano nel primo comma dell’art. 1. Qui c’è la ragione del contrasto, che non riguarda né l’estetica (su cui ci sarebbe peraltro molto da dire, leggendo i testi farraginosi, incomprensibili e perfino sintatticamente traballanti che sono stati approvati) né soltanto l’ingegneria costituzionale (al cui proposito c’è da dire che nessuna questione costituzionale è mai solo tecnica, ma sempre politica).

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Ferrari: “Da Keynes alla beatitudine economica”

di Sergio Ferrari (da www.cittadellascienza.it)

4 marzo 2016

Sergio Ferrari
Sergio Ferrari

Tra le varie domande che le incertezze economiche esistenti sollevano a livello internazionale, la più frequente – anche se non sempre espressa compiutamente – sembra essere quella che riguarda i tempi e i modi del superamento delle cause della crisi da tempo in atto.
Una crisi che ha evidenti connotati economici, ma non minori sono i segnali negativi in materia sociale, ambientale e delle relazioni internazionali. Continua la lettura di Ferrari: “Da Keynes alla beatitudine economica”

Settis: la ‘buona scuola’ non è buona

s settisSalvatore Settis: “La buona scuola non è buona. E le “competenze” non servono a niente” – di Bruno Giurato (da Linkiesta.it). L’archeologo e storico dell’arte contesta l’indirizzo della scuola e dell’università di oggi. E difende gli insegnanti, l’ozio creativo, e la storia come riserva di possibilità per il futuro. Studi sempre più specializzati. L’acquisizione di “competenze” sempre più precise che seguano le esigenze del mercato del lavoro. Studenti che escono dall’università (o anche dalle superiori) in possesso di una professionalità spendibile subito. Sono questi i desideri proibiti di chi frequenta le scuole, oltre che il totem retorico degli addetti alla cultura, dai ministeri ai dirigenti scolastici. Continua la lettura di Settis: la ‘buona scuola’ non è buona

Ferrari: “La buona scuola di Walter Tocci”

buona scuoladi Sergio FerrariLe molte sollecitazioni che vengono indotte nel lettore dalle analisi particolarmente “sentite” di Walter Tocci (La scuola, le api e le formiche”) [1] sulla recente riforma della scuola, hanno una origine nel convincimento che una società può e deve essere giudicata attraverso l’analisi del suo sistema scolastico. Nel caso del nostro Paese questo sistema è stato oggetto di un intervento del Governo evidentemente di grande pretese, che  si è voluto, infatti, chiamare:  “ la grande riforma per la Buona scuola”. In parallelo “il pensiero dominante si è impadronito delle parole illibate, le ha strappate alla comunità e le ha gettate sul marciapiede a prostituirsi”. Così oggi la parola riforma “non fa più presagire un’emancipazione, ma annuncia nuove sciagure.”

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Mazzucato: “Quello di cui la politica non si rende conto”

stato innovatore“PUBBLICO E PRIVATO UNITI NELLA LOTTA” di Mariana Mazzucato da “la Repubblica” del 2 gennaio 2016 – “Le fasi in cui si sostiene il ruolo dello Stato nello sviluppo economico sono sempre seguite da un attacco contro il suo intervento nel buon funzionamento dei mercati. È stato così per tutto il XX secolo. Ed è stato così anche dopo la recentissima crisi finanziaria e recessione economica a livello globale: dopo un breve periodo, subito dopo lo scoppio della crisi, in cui tutti concordavano che lo Stato aveva un ruolo chiave da giocare per il salvataggio delle banche e lo stimolo della crescita attraverso lo stimolo economico, hanno rapidamente preso il sopravvento quelli che vedevano con allarme l’aumento del debito pubblico (considerato erroneamente come causa della crisi quando invece ne è l’effetto, per via dei minori introiti fiscali, dei salvataggi sempre più onerosi, eccetera). L’austerità è tornata quindi a essere il piatto del giorno, mentre qualunque misura seria di politica economica e industriale è diventata tabù. Continua la lettura di Mazzucato: “Quello di cui la politica non si rende conto”

Associazione LABOUR R. Lombardi – "Per una società di liberi e eguali"