Il commento di Tronti a “Se otto ore” di Sergio Negri

Mercoledì 9 ottobre 2019, ore 17, presso la sala CGIL Roma Lazio in via Buonarroti 12 – Roma, ci sarà la presentazione del volume SE OTTO ORE di Sergio Negri. Insieme all’autore nel corso del dibattito, moderato da Renzo Penna (presidente Associazione LABOUR “R. Lombardi”) e con i saluti introduttivi di Alessandro Mauriello (Associazione Labour), vi saranno gli interventi dei seguenti relatori: Leonello Tronti (economista del lavoro), Michele Azzola (segretario Cgil Roma Lazio),  Graziella Rogolino (segretaria Spi-Cgil Piemonte). L’iniziativa è promossa dall’Associazione LABOUR “Riccardo Lombardi”, dalla CGIL di Roma e del Lazio. 

Il commento di Leonello Tronti

L’argomento
L’argomento del libro è estremamente importante: le otto ore come limite massimo all’orario di lavoro giornaliero sono state una pietra miliare delle conquiste della classe lavoratrice, al livello della legalizzazione dei sindacati o dell’istituzione del Primo Maggio.
Ed è molto singolare che in Italia la campagna per le otto ore si sia affermata, prima di ogni altra situazione, tra le mondine della provincia di Vercelli, in una condizione di lavoro agricolo certo importante ma del tutto particolare, perché svolto quasi esclusivamente da donne, spesso immigrate da altre parti del Paese, e comunque per un periodo relativamente breve (circa 40 giorni l’anno).  Tuttavia, nonostante queste condizioni di relativa “marginalità” all’interno del mondo del lavoro, con la lotta per le otto ore condotta all’inizio del secolo scorso, le mondine si sono guadagnate una posizione di assoluta centralità nella storia del movimento operaio italiano. L’epica delle mondine, del lavoro in risaia e delle lotte per migliorare le condizioni di lavoro delle mondariso si è tramandata nelle canzoni storiche di queste lavoratrici. Canzoni importantissime, divenute fondamentali per l’accompagnamento del conflitto sociale e la sollecitazione della solidarietà di classe: da Se otto ore a Bella ciao (che divenne l’inno della Resistenza al nazifascismo e oggi fa il giro del mondo come canzone di lotta internazionale), da Sciur padrun da li belli braghi bianchi a Saluteremo il signor padrone, Amore mio non piangere ecc. Indimenticabili le interpretazioni della compianta ex mondina Giovanna Daffini. E poi, all’inizio della storia della nostra Repubblica, il film Riso amaro (1949) di Giuseppe De Santis, con la sceneggiatura di Corrado Alvaro e Carlo Lizzani e le musiche di Goffredo Petrassi, interpretato da una memorabile Silvana Mangano, da un giovanissimo Vittorio Gassman e da Raf Vallone. E scolpito in esso il tema del lavoro nero e del conflitto tra le mondine regolari e quelle irregolari, conflitto che nel film si conclude con un richiamo forte e vincente alla solidarietà di classe.

Lo stile narrativo
Se 8 ore è un romanzo storico ma scritto secondo lo stile della storia personale, quasi un’opera di microstoria, tanto che la dedica alla madre mondina fa dubitare che non si stia parlando in realtà di una gloriosa pagina della storia familiare dell’autore (nato a Casalvolone, in provincia di Novara, nel 1949), una storia che forse si è sentito raccontare o almeno accennare sin da quando era bambino. Rosa Maria, la protagonista del romanzo, ne potrebbe forse essere stata la nonna o la bisnonna. Una donna davvero speciale, Rosa Maria: forte e sensibile, umanamente e culturalmente. Una lavoratrice che per ragioni economiche non ha potuto approfondire la sua sete di cultura, ma ne comprende il ruolo emancipatore al punto da impegnarsi nell’alfabetizzazione di contadini e braccianti per consentire loro l’accesso al voto, allora precluso agli analfabeti. E parimenti impegnata con l’agitazione politico-sindacale per il riscatto delle mondine e dei lavoratori del contado di Vercelli.
Particolarmente interessante è anche il ritratto dell’avvocato Modesto Cugnolio che, senza mai nominarlo, l’autore delinea attraverso le impressioni e i sentimenti che suscita nel protagonista del romanzo – l’io narrante che si innamora di Rosa Maria fin da ragazzo ma, a differenza di lei, vive in condizioni economiche tali da consentirgli di continuare gli studi fino alla laurea in giurisprudenza. E che poi si metterà al servizio dell’avvocato (Cugnolio) nell’arduo impegno della difesa legale dei lavoratori e, in particolare, degli arrestati per il grande e vittorioso sciopero del 1° giugno 1906, accusati di violazione della libertà del lavoro e di resistenza o addirittura violenza alla Regia Cavalleria.

L’apparato di documentazione
Il romanzo rivela peraltro un notevole lavoro di ricerca che utilizza opportunamente (senza citarle per evitare di appesantire la lettura) fonti soprattutto giornalistiche (immagino, soprattutto La Risaia, fondata da Cugnolio nel 1900; ma anche l’Avanti!, fondato nel 1896, e certamente altre), ma pure fonti giudiziarie (gli atti del processo del 1906), giuridiche e contrattuali (ad esempio il Regolamento Cantelli e altro). La ricchezza delle fonti, inserite nel testo come parte integrante del romanzo, consente una ricostruzione in presa diretta della cronaca, del commento politico, del comizio, dell’evidenziazione della lotta sui principi.

Per concludere
Insomma, in conclusione un bel libro che, insieme alla ricostruzione storica e alla storia personale di amore e di lotta di gente di risaia, ci trasmette lezioni importanti su come anche una comunità in fondo debole e temporanea, come quella delle mondariso, attraverso l’individuazione di giusti obiettivi (le otto ore e il miglioramento salariale, che sono anzitutto una questione di salute – da notare su questo punto la frecciata contro Camillo Golgi, il grande anatomista primo premio Nobel italiano, proprio nel 1906, che aveva definito “una leggenda” il carattere malsano della risaia), riesca con l’organizzazione, il rafforzamento culturale e la protesta – una protesta pacifica, ma forte e continua –, a sconfiggere consuetudini sociali feudali, dando corpo a una concreta idea di progresso generale delle condizioni di vita dei ceti più deboli.
Oggi, poi, l’argomento del tempo di lavoro – non solo dell’orario giornaliero, settimanale o mensile, ma del tempo di lavoro nel ciclo di vita – insieme a quello del salario e dell’equa distribuzione del prodotto sociale, è diventato nuovamente cruciale per il futuro del lavoro, a fronte della digitalizzazione e della robotizzazione, a fronte di quella Quarta Rivoluzione industriale che richiama con forza crescente la parola d’ordine di Pierre Carniti (nato nel 1936 a Castelleone, in Lombardia ma non troppo lontano da Vercelli): “Lavorare meno, lavorare tutti!”.

 

Riunite le Associazioni di “LABOUR” a Castel San Giovanni

RIUNITE LE ASSOCIAZIONI DI “LABOUR” A CASTEL SAN GIOVANNI (PC) – Poste le premesse per un appuntamento annuale.

Sabato 21 settembre 2019 si è tenuta a Castel San Giovanni (PC) una riunione delle  Associazioni “LABOUR” (‘Riccardo Lombardi’, ‘Fausto Vigevani’, Guglielmo Cavalli’). Nell’incontro, tenutosi nella sala della Biblioteca comunale di Villa Braghieri – dove sono stati collocati i libri di Fausto Vigevani che i famigliari hanno donato all’amministrazione comunale – si è, inizialmente, discusso dell’attualità politica e delle prospettive della sinistra. In seguito si è fatto il punto sullo stato delle Associazioni e delineato un programma di iniziative. Un particolare ringraziamento a Davide Vanicelli che ha curato l’organizzazione dell’evento. La positiva riuscita della riunione ci consiglia di rendere annuale l’appuntamento di settembre a Castel San Giovanni, allargando la partecipazione alle compagne e ai compagni che, in questa occasione, non sono riusciti ad essere presenti.

Renzo Penna

Lettieri: “La discutibile eredità di Mario Draghi”

Ha salvato l’euro, ma sempre sostenendo come contropartita il deleterio binomio austerità- riforme strutturali, che hanno fatto dell’Europa la zona a più bassa crescita e più alta disoccupazione del mondo sviluppato. Solo se questa politica cambierà sarà possibile risollevare l’economia

L’atteso discorso di Mario Draghi del 12 settembre non ha comportato particolari sorprese, ma può essere di stimolo al cambiamento di alcuni aspetti della poltica economica dell’eurozona. Nelle ultime settimane era stato previsto che avrebbe annunciato una ripresa del Quantitative easing (l’acquisto di titoli pubblici e, in parte delle imprese, da parte della Banca centrale). Secondo le previsioni si sarebbe potuto trattare di una cifra fra trenta e quaranta miliardi mensili. La disponibilità sarà invece solo di venti miliardi, ma in compenso la misura non ha limiti temporali predefiniti, essendo destinata a durare fin quando l’inflazione media si sarà avvicinata alla soglia del 2 per cento.
Una prospettiva che si allontana nel tempo a causa della bassa crescita desinata a prolungarsi nell’eurozona. Non a caso, le previsioni di crescita sono state ulteriormente ridotte all’1,1 nel 2019 e all’1,2  per cento nel 2020. In questa poco brillante prospettiva le banche sono spinte ad a accrescere i prestiti alle imprese per evitare che la liquidità collocata presso la Bce paghi, salvo le eccezioni espressamente previste, un tasso accresciuto dallo 0,4 allo 0,5 per cento. In sostanza, è l’ennesimo appello alle imprese a riprendere gli investimenti profittando di danaro distribuito con i più bassi livelli di interesse storicamente conosciuti.
Che questo si verifichi rimane estremamente dubbio, trattandosi di una misura che in termini più ampi (60 miliardi al mese) era già in funzione  nel corso del 2018. Il mandato di Draghi si conclude allo scadere di otto anni in una prospettiva densa di incertezze. Evidentemente il tarlo che lacera il tessuto dell’eurozona ha radici più profonde di quelle puramente monetarie. Ma rimane il fatto che Draghi ha esercitato un ruolo per molti aspetti determinate nel corso del suo mandato coincidente con l’evoluzione della crisi dell’eurozona. Su questo ci soffermeremo, sia pure sommariamente, in attesa di analisi e valutazioni più compiute sul ruolo svolto da Draghi nel corso degli otto anni di presidenza della Banca centrale europea.
1.  Indubbiamente, quando nel 2011 Mario Draghi fu candidato alla presidenza della BCE s’imbatté in un campo minato. A novembre del 2011 quando s’insediò a Francoforte l’eurozona era entrata in una crisi profonda quanto imprevista. L’anno era iniziato mentre l’eurozona sembrava essere uscita  senza gravi danni dalla crisi globale che aveva inizialmente colpito fra il 2008 e il 2009 gli Stati Uniti.
Daghi era nel 2011 al governo della Banca d’Italia e la sua rituale relazione annuale di fine maggio era stata prudente quanto alle prospettive, ma non pessimistica. In definitiva, l’Italia aveva subito una caduta del reddito all’inizio della crisi ma in una misura perfino inferiore a quella della Germania.
Poi tutto era cambiato nel giro di qualche settimana. A fine giugno, la Commissione europea discusse la situazione italiana e Jean-Claude Trichet, presidente della BCE, firmò la lettera riservata inviata ai primi di agosto al governo Berlusconi: lettera con la quale si chiedeva di varare immediatamente un complesso di misure economiche e sociali che per la loro portata avrebbero cambiato la fisionomia di qualsiasi paese, così come in effetti cambiarono la scena italiana. Come forse si ricorderà, la lettera che fu svelata un mese dopo, a settembre, dal Corriere della Sera: imponeva un complesso di misure di carattere economico la cui radicalità era perfino imbarazzate per i circoli tradizionalmente neoconservatori. Il governo italiano doveva nel giro di poche settimane compiere una svolta nella poltica economica e sociale che lo stesso Corriere della sera qualificò come “una manovra di finanza pubblica di entità mai vista nella storia della Repubblica italiana”. Dopo le dimissioni del governo  Berlusconi, messo in crisi dall’attacco dei mercati finanziari, Giorgio Napolitano affidò il completamento del programma di Bruxelles al governo tecnico presieduto da Mario Monti, già stimato membro della Commissione europea.
L’Italia non fu tuttavia il solo paese destinato a subite il trattamento economicamente e socialmente devastante riservatogli dal binomio BCE,  guidata da Trichet, e dalla Commissione europea sotto la presidenza di Barroso. Angela  Merkel e Nicolas Sarkozy avevano già decretato in una drammatica riunione a Cannes  la fine del governo di George Papandreou in Grecia e costretto Zapatero in Spagna a anticipare le elezioni favorendo, sotto l’urto della crisi, la vittoria di Mariano Rajoy, il candidato del Partito conservatore sostenuto dalla Germania. Si chiudeva così il 2011, l’anno che cambiò la fisionomia politica della vecchia Unione europea.
2.  Sappiamo che la crisi finanziaria aveva preso le mosse in America nel 2007-08 ed era apparsa talmente profonda da essere paragonata a quella del 1929. In Europa invece, dopo i primi sussulti, la crisi era apparsa controllabile. Trichet aveva perfino aumentato i tassi di interesse nel’estate del 2011 – la sua ultima manifestazione di insipienza. Il contrario della linea adottata negli USA da Bernanke alla testa della FED in accordo con Paulson, ministro del Tesoro, nell’autunno del 2008, segnato dalla crisi della Lehman Brothers, una delle maggiori e più antiche banche americane. Poi  Barack Obama, appena giunto alla Casa Bianca, giudicando necessaria ma insufficiente la manovra finanziaria mirata al salvataggio del sistema bancario, promosse una manovra di bilancio che comportava una spesa pubblica aggiuntiva di 800 miliardi di dollari finalizzata al rilancio dell’economia schiacciata dal peso di 14 milioni di disoccupati. La terapia, benché consideratai insufficiente dagli economisti della sinistra democratica, aveva funzionato, e l’America aveva ripreso la crescita  a metà del 2009.
In Europa, tra l’estate e l’autunno del 2011, Banca centrale e Commisisone europea  fecero esattamente il contrario. La Commissione europea lanciò la strategia delle riforme strutturali. In  altri termini il ritiro dello Stato dall’economia, le privatizzazioni, l’abbattimento del welfare e, in primo luogo, la liberalizzazione del mercato del lavoro. Una poltica che per la sua radicalità avrebbe fatto arrossire di  invidia e di incredulità Margaret Thatcher. Il passaggio di Draghi alla direzione della BCE il 1° novembre del 2011 non poteva avvenire in condizioni più inquietanti.
Le decisioni adottate alla fine del 2011 avevano promosso una poltica di stampo reazionario ma non erano state in grado di rimettere in carreggiata l’euro. E’ in questo quadro che Draghi nell’estate del 2012 , intervenendo a Londra nella Global Investment Conference, compie la svolta più importante nella storia della BCE . Sorprendendo governi e mercati, fece la celebre dichiarazione: “Ho un messaggio chiaro da darvi: nell’ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario a preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza”. La speculazione di fronte alla annunciata potenza di fuoco della Banca centrale non era destinata ad arrestarsi del tutto, ma aveva perduto gli artigli. In un certo senso poteva agire solo nella misura in cui gli era consentito.
Sappiamo che in seguito   la  difesa dell’euro non fu omogenea, e alcuni paesi dovettero adattarsi al temibile spread  – la differenza dei tassi pagati al livello nazionale rispetto al tasso tedesco. In ogni caso, Draghi aveva cambiato lo scenario, e nel dicembre del 2012 il Financial Times lo proclamò l’”Uomo dell’anno“, aggiungendo che era “la persona che aveva scongiurato la disintegrazione del’euro”.
3.   L’euro fu salvato, ma non altrettanto si può dire del destino dell’eurozona. Il confronto con l’America è, ancora una volta, istruttivo. Dieci anni dopo l’inizio della crisi, l’America può vantare il più lungo periodo di crescita della sua storia, mentre la disoccupazione ha raggiunto il livello più basso degli ultimi cinquanta anni. Chi guarda all’eurozona, vede uno scenario rovesciato. L’eurozona presenta il più baso livello di crescita a livello globale, e il più alto livello di disoccupazione tra i paesi sviluppati.
Difficile non porsi l’interrogativo: come è potuto accadere? La risposta benché sottaciuta o messa in ombra è, in definitiva, del tutto trasparente. E’ nella politica economica imposta all’eurozona all’insegna del binomio: austerità e riforme strutturali. Non è questa la sede per un’analisi dettagliata. Ma sappiano di cosa si tratta. Per l’austerità bisognava (bisogna) abbattere il disavanzo di bilancio fino a zero o nei dintorni, riducendo la spesa pubblica: fondamentalmente, gli investimenti pubblici e la spesa sociale. Le riforme strutturali (privatizzazioni, riduzione della spesa per pensioni e sanità e, principalmente, liberalizzazione del mercato del lavoro) sono il sale dell’austerità. L’obiettivo, bisogna tenerlo a mente, era (ed è) nella retorica di Bruxelles e dei governi compiacenti, il rilancio della crescita e dell’occupazione. Difficile individuare una spiegazione più inconsistente e una terapia più rovinosa. La crisi non solo si è dimostrata la più lunga che si ricordi in Italia, ma ha investito l’intera eurozona, fino a colpire la stessa Germania, la maggiore economia europea e la quarta potenza industriale a livello globale, oggi ridotta a oscillare fra ristagno e recessione.
4.  Il bilancio di Draghi sarà oggetto di analisi e riflessione critica anche, e forse soprattutto, dopo l’insediamento di Christine Lagarde che a novembre gli succederà a Francoforte. Ma una prima valutazione è possibile attraverso la semplice osservazione dei fatti. Draghi ha salvato  l’euro – in effetti una valuta senza radici applicata a economie caratterizzate dalla loro disomogeneità. Basti considerare l’inattaccabile stabilità del marco a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, e la potenza esportatrice dell’industria tedesca. Austerità e riforme strutturali erano finalizzate a fare dell’eurozona una sorta di Germania, imponendo un euro a somiglianza del marco, sostenuto da un avanzo nella bilancia dei pagamenti che compensava la costante bassa domanda interna dell’economia tedesca.
In questo contesto di squilibri, la BCE di Draghi ha il merito di aver salvaguardato l’euro, ma sempre sostenendo come contropartita il deleterio binomio austerità- riforme strutturali. Il discorso del 12 settembre ne è ancora una sia pur velata testimonianza. Dal momento che l’eurozona rimane l’area con il più basso di grado di crescita – ha sostenuto –  i paesi con i bilanci in equilibrio debbono scegliere la via degli investimenti per rilanciare la crescita. Un’affermazione importante, ma con un grave limite.  In questa condizione di bilanci in equilibrio con disavanzo zero, o in avanzo,  sono solo due paesi, la Germania e l’Olanda, favoriti dal più alto surplus commerciale in Europa. E gli altri 17 paesi dell’eurozona? L’obbiettivo rimane quello che ha dominato il passato decennio. “L’attuazione trasparente e coerente del quadro di governance economica e fiscale dell’Unione europea – ha afferma Draghi nel suo ultimo discorso  – rimane nel tempo e in tutti i paesi essenziale per rafforzare la capacità di adattamento (resilience) dell’economia dell’area dell’euro”.  E’ questo il contesto europeo nel quale dovrà operare il nuovo governo italiano di Giuseppe Conte. Il programma, nonostante le sue approssimazioni, si presenta orientato a sinistra. Ma gli ostacoli non mancano. E, per molti versi, benché evocati con molta discrezione, gli ostacoli sono ancora una vota a Bruxelles. In altri termini, nella poltica autolesionista che ha caratterizzato l’eurozona nel passato decennio. Riuscirà il governo Conte a uscire dalla gabbia dell’austerità? Di un disavanzo di bilancio misurato in termini di decimali, come è già successo nel corso dell’ultimo decennio, mentre cambiavano senza successo i governi?
Quando la spesa per i consumi è stata già contratta ai limiti della sopportabilità, il debito pregresso  può essere ridotto solo con l’aumento del reddito. E questo è possibile solo rilanciando la crescita mediante gli investimenti pubblici sia diretti sia intesi a stimolare quelli privati. In altri termini, la crescita sia in termini reali che monetari è la condizione per ridurre in prospettiva il debito come quota del reddito nazionale. La politica monetaria tendenzialmente espansiva che lascia in eredità Draghi acquista senso solo in questa prospettiva. Abbandonata a se stessa non può produrre di più di quanto ha prodotto in passato, quando le risorse offerte dalla BCE  erano il triplo.
Il governo italiano è fortunatamente cambiato. L’interrogativo è se si riuscirà a imprimere un cambio sostanziale alla poltica nazionale in un quadro di auspicabile cambiamento della poltica dell’eurozona.  L’analisi dell’esito fallimentare delle politiche condotte nell’ultimo decennio è una condizione per rafforzare il senso e l’urgenza di una svolta radicale.  I prossimi mesi ci diranno se uscire dalla gabbia è possibile quanto auspicabile.

Lunedì, 16. Settembre 2019 – da “Eguaglianza & Libertà”

Lombardi: “Il problema della disoccupazione deve essere risolto”

È il 18 settembre del 1984 e sono trascorsi 35 anni.

Riccardo Lombardi è morto. Il vecchio padre storico della sinistra italiana, fondatore del Partito d’Azione, prefetto della Milano liberata, leader intransigente e spesso isolato di una minoranza socialista, si è spento ieri alle 14,50 in una clinica romana.
Riccardo Lombardi, personalità estremamente eterodossa, probabilmente per i suoi trascorsi nel Partito d’Azione, capace di affascinare chi sognava l’alternativa, ma anche di suscitare grande rispetto in chi non aveva una idea propriamente movimentista della politica come Ugo La Malfa. Diceva il leader repubblicano del vecchio compagno del Partito d’Azione: «Non basta avere gli economisti. Bisogna avere anche chi interpreta politicamente gli economisti. Ora secondo me, c’era un solo uomo nel Partito Socialista Italiano che poteva impostare bene il problema dell’economia moderna in Italia, Riccardo Lombardi.

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Penna: “Renzi lascia il PD – Uno sbocco prevedibile”

di Renzo Penna – La decisione, per altro annunciata, di Matteo Renzi di lasciare il PD con il proposito di formare una nuova aggregazione politica rappresenta una scelta che non mi sorprende. Persa la guida del ‘suo’ partito e non essendo in grado di immaginare per sé un ruolo di minoranza o, peggio, un lavoro di gruppo, ha operato la scissione per tornare a ‘capo’, vedremo di che cosa.
Ho fatto parte della minoranza dei Democratici di Sinistra che, nel 2007, non condivise la confluenza, insieme ai cattolici della Margherita, nel Partito democratico, in quanto riteneva necessario per la sinistra italiana costituire, finalmente, anche nel nostro paese, un partito che facesse parte a pieno titolo del Socialismo europeo. E non la realizzazione, fuori contesto e in misura ridotta, del “compromesso storico”.

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Beschi: “In ricordo di Sergio Veneziani”

Mauro Beschi – “Caro Sergio, quante volte, soprattutto quando sopravveniva un qualche acciacco, ci siamo chiesti chi dei due avrebbe salutato l’altro. Era una discussione leggera che certamente conteneva una sorta di esorcizzazione di un evento tanto complicato e, poi, davamo per scontato che sarebbe arrivato più in là, molto più in là.
Il destino ha voluto che fossi io a salutarti e, ti prego di credermi, questo saluto è emotivamente il più impegnativo e faticoso che io ricordi. Ho incontrato Sergio nel 1977, in una riunione nella quale si doveva decidere sulla sua candidatura a Segretario Generale della Filtea lombarda.

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Ciafaloni: “La resa culturale che ci sommerge”

Di Francesco Ciafaloni – 6 Agosto 2019, pubblicato dall’Associazione dalla parte del torto”.
“Mi è capitato di recente di leggere o rileggere alcuni testi sulla riduzione e la redistribuzione dell’orario di lavoro scritti più o meno un quarto di secolo fa, quando si discuteva di 35 ore, di autori che mi sono familiari, come Giovanni Mazzetti1 o Giorgio Lunghini.2 Mi sono reso conto che alcune delle tesi sostenute dagli autori, che avevo ben presenti venti anni fa, erano come sparite dal mio orizzonte mentale negli ultimi tempi. Avevo smesso di fatto di usarle per cercare di capire quello che succede tutti i giorni. Mi sono accorto di essermi come addormentato, intontito dalla eterna ripetizione delle tesi correnti: l’eccesso di spesa pubblica, la necessità di puntare sull’innovazione tecnica, sull’industria 4.0, la possibilità che si crei, all’interno del sistema produttivo, occupazione sostitutiva di quella distrutta dall’automazione, l’ossessione e la necessità della crescita del Pil. Venti anni fa erano vivi De Cecco, Graziani, Gallino, non c’era la resa culturale che ci sommerge ora.

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Tronti: “La produttività se la prende l’impresa”


A luglio sono scaduti i contratti di un milione e mezzo di lavoratori. Nei rinnovi bisognerebbe tener conto della funzione macroeconomica dei salari che, se da una parte sono un costo per la singola impresa, dall’altra alimentano la crescita attraverso i consumi, generando domanda per l’insieme delle imprese. L’esame di alcuni settori mostra che i guadagni di produttività non si sono divisi equamente tra profitti e retribuzioni, con svantaggio di queste ultime a volte notevole

Di Leonello Tronti da “Eguaglianza & Libertà”

“Secondo l’Istat (Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali), i contratti nazionali di lavoro che vengono a scadenza nel mese di luglio 2019 sono pari all’8,7% del monte delle retribuzioni di primo livello del settore privato. Più precisamente, i contratti da rinnovare riguardano il 6,6% del monte retributivo dell’industria e il 10,9% di quello dei servizi privati: nell’insieme quasi un milione e mezzo di lavoratori. A fronte delle difficoltà economiche in cui versa il Paese, bloccato com’è da ormai un anno su di uno scomodo crinale che su un versante porta alla recessione e sull’altro alla stagnazione, come affrontare questa stagione di rinnovi?

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Lettieri: “Con le elezioni sconfitta la politica europea”

Antonio Lettieri da “Eguaglianza & Libertà”

Uno dei meriti più evidenti di un regime democratico è che il periodico svolgimento delle elezioni consente di definire la continuità o l’alternanza dei governi. Ciò è particolarmente evidente nel sistemi bipartisan come negli Stati Uniti e, con alcune variazioni, in Giappone e, fino in tempi recenti, in Germania nel Regno Unito, dove uno dei due partiti principali può, da solo o in coalizione con un secondo partito, formare un nuovo governo.
Nel caso dell’Unione europea, la maggioranza del Parlamento europeo è stata stabilmente formata, nel corso di 40 anni, da due partiti dominanti: il conservatore e il socialdemocratico. La novità è che con le elezioni di maggio questi due partiti per la prima volta non hanno più la maggioranza assoluta. Una svolta storica importante. Ma che non impedisce la creazione di una nuova maggioranza, ricorrendo a uno o due partiti collaterali su una piattaforma comune sostanzialmente orientata alla continuità della vecchia politica europea. Tomasi di Lampedusa, autore del “Gattopardo”, avrebbe potuto ribadire, riferendosi alle elezioni europee di maggio, che “se vogliamo che le cose rimangano come sono, le cose dovranno cambiare”. Ma i risultati elettorali ci forniscono effettivamente un quadro in grado di avvalorare una prospettiva di pura continuità? Se diamo uno sguardo ai principali quattro paesi dell’Unione europea, che da soli comprendono la maggioranza della sua popolazione, i colori diventano molto più sfumati e il futuro molto meno certo.

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Ferrari: “Per una nuova alternativa socialista e di sinistra”

di Sergio Ferrari – Come è noto, l’Associazione Labour-Riccardo Lombardi, ha curato, con il dott. Bufarale come autore, la pubblicazione di un volume sulla vita politica di R. Lombardi a partire dagli anni iniziali sino ai primi anni ‘60. Gli anni successivi, il periodo che va dagli anni ’60 al 1984, rappresentano per il nostro paese un periodo storico che avrebbe portato alla seconda repubblica.
In quegli anni il PSI, nonché, ovviamente, il PCI e la DC, praticamente tutte le forze politiche, erano di fatto bloccate su una condizione di conservazione politica in coerenza con gli equilibri politici tra USA e URSSS. Mentre sul piano economico si andava esaurendo la spinta keynesiana e si affermava la cultura liberista, in un contesto di progressiva e grave crisi economica nazionale e internazionale, Riccardo Lombardi sviluppava la sua proposta di alternativa di sinistra, che non solo avrebbe dovuto dar seguito all’ormai esaurito centro-sinistra, ma anche affrontare in termini strutturali e profondi la crisi sociale ed economica da tempo in atto nella società capitalistica. Quel “progetto” alternativo di Lombardi si incrociò con vicende straordinarie: a livello mondiale, il crollo del muro di Berlino, e a livello interno, Tangentopoli.

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Associazione LABOUR R. Lombardi – "Per una società di liberi e eguali"