L’Enciclica del Papa e l’accordo sul clima del G7

clima che cambiadi Renzo Penna –  E’ stato probabilmente l’annuncio dell’attesa Lettera Enciclica di Papa Francesco “Sulla cura della casa comune”, con l’incipit ripreso dal cantico delle creature di san Francesco d’Assisi: “Laudato si’, mi’ Signore”, a favorire l’accordo delle nazioni industriali appartenenti al G7 per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e il contenimento dei cambiamenti climatici in atto. I principali mezzi d’informazione europei hanno presentato l’esito del vertice – svolto ai primi di giugno a Elmau in Baviera – come un importante successo della Cancelliera Angela Merkel che si è prodigata per includere nella dichiarazione finale l’obiettivo di limitare a 2° C il riscaldamento del pianeta entro la fine del secolo, “includendo lo sviluppo e la diffusione di tecnologie innovative nello sforzo di trasformare il settore energetico entro il 2050”.

Un risultato sicuramente accolto con soddisfazione dal presidente francese Francois Hollande che nella prima metà di dicembre accoglierà a Parigi i leader di tutto il mondo per la Conferenza sul clima COP 21. Un’intesa per nulla scontata vista la posizione del primo ministro giapponese Shinzo Abe, tra i meno sensibili al tema della riduzione delle emissioni, e la presenza del Canada, nazione fortemente impegnato nell’estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose, che, nell’occasione, non si sono opposti all’accordo.

Ricordando che la battaglia tra energie fossili, rinnovabili ed efficienza energetica è ormai aperta, mentre autorevoli esperti sostengono che, senza misure radicali a livello globale, il riscaldamento della terra è destinato ad aumentare di 3-4 gradi entro pochi decenni, la presidente del Partito Verde Europeo Monica Frassoni si domanda se l’accordo siglato in Baviera è davvero così ambizioso.(1)

“Potrà – afferma l’esponente dei Verdi – davvero rilanciare le prospettive di un trattato vincolante sulla riduzione delle emissioni, la fine dei sussidi ai fossili e adeguati strumenti finanziari per i paesi in via di sviluppo alla COP21 di Parigi? Potrà davvero sancire ‘la fine dell’era del carbone’, dei fossili e del nucleare, che godono ancora oggi di 5 volte più di sussidi pubblici che le rinnovabili ed il settore dell’efficienza energetica (5,3 trilioni di dollari all’anno)?”

Dubbi alimentati dal fatto che a Elmau la Cina, il Paese responsabile della maggior quantità di CO2 rilasciata nell’atmosfera, non era presente, così come l’India e lo stesso Obama, negli Stati Uniti, è fortemente limitato dalle maggioranze ostili del Congresso di Washington.

Chi al G7 non ha svolto un ruolo significativo è stato, purtroppo, il nostro Paese. Il premier Renzi non ha dimostrato alcun particolare interesse a giocare davvero la partita del clima, accontentandosi di fare da spettatore. Bloccato da una politica nazionale incoerente con gli obiettivi sanciti in Baviera a causa di una politica contraddittoria nei confronti delle energie rinnovabili e per le decisioni prese su trivellazioni e gasdotti. Un errore anche sotto il profilo dello sviluppo economico e delle potenzialità che l’efficienza energetica e l’incremento delle energie rinnovabili possono rappresentare per lo stesso settore industriale italiano, se adeguatamente sostenuto e incentivato dalle politiche del governo. Per altro la stessa Unione europea rischia di perdere la leadership sul clima lasciandosi sfuggire mercati e possibilità di investimenti; gli obiettivi su cui si è impegnata nella riduzione delle immissioni e l’incremento di rinnovabili ed efficienza energetica al 2030 non paiono, infatti, essere sufficienti a contenere l’aumento del riscaldamento climatico. (2)

Le possibilità e i segnali che, comunque, la Conferenza di Parigi possa avere un esito migliore rispetto a quella che si tenne sei anni fa a Copenaghen ci sono tutti. I Paesi del G7 nella dichiarazione sottoscritta hanno riaffermato la loro “forte determinazione a trovare un accordo alla COP21” e la necessità di un impegno “urgente e concreto per affrontare il cambiamento climatico”. Usa e Cina si sono di recente spesi per prendere impegni precisi, anche se ancora limitati, di riduzione delle emissioni di CO2. Persino nella finanza internazionale alcuni parlano di disinvestimenti dai combustibili fossili e banche importanti offrono proposte di pacchetti “verdi” ai propri clienti. E, come ci ha rivelato la trasmissione di “Report”, fin’anche alcuni sceicchi sauditi paiono disposti a investire nel solare.

Un aiuto non marginale potrebbe poi venire dall’attesa Enciclica del Papa interamente dedicata alla cura e alla tutela di “nostra sorella terra”; soprattutto, dove indica tra le cause del fallimento dei passati Vertici mondiali sull’ambiente, la sottomissione della politica alla tecnologia, alla finanza e ai poteri economici. E dove si può leggere una severa autocritica nei confronti dell’idea della proprietà e del dominio che ha autorizzato l’uso irresponsabile da parte dell’uomo dei beni naturali e il loro saccheggio. Alcuni assi portanti che attraversano tutta l’Enciclica riguardano l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia; la grave responsabilità della politica internazionale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita. Viene considerato anche l’inquinamento prodotto dai rifiuti. “La terra, nostra casa – vi si legge – sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia.”

Naturalmente occupa uno spazio adeguato l’acqua buona e pulita indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici il cui accesso rappresenta un diritto umano essenziale. Un campo fondamentale dove le nazioni più ricche del mondo hanno accumulato un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile.

E ancora la denuncia del livello scandaloso di consumo di alcuni settori privilegiati della popolazione e la necessità di cambiare stile e qualità di vita. Maggiore sobrietà, meno sprechi e corruzione. Mentre, si sostiene, in ogni discussione che riguarda le finalità di un’iniziativa imprenditoriale ci si dovrebbe sempre porre una serie di domande, per poter discernere se porterà ad un vero sviluppo integrale: Per quale scopo? Per quale motivo? Dove? Quando? In che modo? A chi è diretto? Quali sono i rischi? A quale costo? Chi paga le spese e come lo farà? Il principio della massimizzazione del profitto è una distorsione concettuale dell’economia. Qual è il posto della politica?”

 Un Enciclica destinata a far discutere e che sta già suscitando polemiche, persino in alcuni ambienti della Curia vaticana. Noi però auspichiamo serva a sensibilizzare e a mobilitare l’opinione pubblica, europea e non solo, in vista della Conferenza di Parigi.

 

1) Monica Frassoni: “Vertice di Parigi, cosa dobbiamo aspettarci”, da “Sbilanciamoci” – del       13/06/2015

2) 40% di riduzione delle emissioni e il 27% di rinnovabili ed efficienza energetica al 2030

Alessandria, 18 giugno 2015

 

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2 commenti su “L’Enciclica del Papa e l’accordo sul clima del G7”

  1. Vorrei porre due interrogativi che mi sembrano essenziali per cercare di capire se le nuove prospettive di controllo del clima hanno un fondamento credibile e se il nostro paese intende o meno inserirsi concretamente nei processi che ne conseguono.

    Il primo interrogativo si riferisce al fatto che attualmente “campano” sui prodotti petroliferi e simili una quota significativa della popolazione mondiale ma – e questo è l’interrogativo – sappiamo quanti sono quelli che ci campano non avendo alternative o hanno come alternativa quella di aggiungersi a quelli che attualmente emigrano.?. Ma forse le conseguenze potrebbero essere ancora peggiori.

    Mi meraviglia che un problema come questo non trovi posto in tutti quelli che pretendono di parlare per il bene del prossimo. A me è capitato tempo fa di scrivere una articoletto richiamando l’attenzione su questa questione, ma è stato accuratamente trascurato. Ma se non si affronta insieme al cambiamento delle fonti energetiche anche questa questione, la credibilità dei propositi, compresi quelli che si stanno preparando per Parigi a fine anno, mi lasciano molto perplesso. Sarei lieto di sapere dove sbaglio.

    Il secondo punto riguarda il fatto che essendo noi come Paese, un forte importatore di prodotti petroliferi e simili, con un peso sulla nostra bilanci commerciale – cioè sul tanto citato Pil – di svariate decine di miliardi di euro all’anno. Oltre al dovere di partecipare agli impegni per ridurre gli effetti negativi sul clima, questo obbligo sembra fatto apposta anche per consentire una non marginale politica industriale per uno sviluppo sostenibile con una contemporanea vantaggio competitivo. Il costo del kwh – accise a parte – è fatto, come è noto dal costo capitale – cioè l’impianto – e dal costo del combustibile, naturalmente nel caso di impianti che necessitano del combustibile. Nel caso delle fonti alternative il costo del kwh è dovuto totalmente e solamente al costo degli impianti poiché, ovviamente, il combustibile è il sole. Sembrerebbe molto evidente come la necessità di ridurre le emissioni si potrebbe tradurre in una occasione quanto mai positiva per la nostra economia là dove si mettesse in grado di produrre questi nuovi impianti. Altrimenti sarebbe un disastro poiché se attualmente per l’utilizzo delle fonti tradizionale il nostro sistema di imprese, pur con vari limiti è in grado di produrre gli impianti, nel caso che non ci si mettesse nelle condizioni di produrre, ad esempio, gli impianti fotovoltaici ma ci “accontentassimo” di comprarli, avremmo un aggravamento della nostra bilancia commerciale pari – a parità di costo finale del kwh – .al costo totale di questi impianti meno il costo del combustibile risparmiato, un aggravio pari a circa il 50 % di quello attuale. Ma non è tutto perché occorre tenere conto che la mancata produzione di impianti termoelettrici convenzionale sarebbe un onere sociale in termini di occupati/lavoro, ecc.

    Qualcuno – non pochi, ma la maggioranza – ha pensato bene di incentivare l’utilizzi delle fonti rinnovabili per renderle più competitive. E sino a qua, tutto bene se non fosse che si è incentivata non la capacita di produrre impianti per la produzione di energia rinnovabile ma la capacità di comprare quegli impianti senza ancor essere in grado di produrli ma anzi cercando di penalizzare quei laboratori che avevano acquisito le necessarie competenze. I risultati sono stati oltre dieci miliardi di incentivi per importare impianti, incentivi coperti con degli aumenti delle tariffe elettriche coperti da tutti gli utenti e con l’incentivazione di varie forme speculative conseguenti. Un vero e proprio disastro economico e sociale. Ci sarebbe di che giustificare una indagine parlamentare se si trovasse qualcuno estraneo a queste storie. Ma di questa vicenda è difficile trovare traccia anche da parte degli ambientalisti C’è qualcuno che è in grado di spiegare questo genio italico ?.

    Ferrari Sergio

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