IL LAVORO PERDUTO Alessandria:parlano le lavoratrici e i lavoratori delle fabbriche chiuse (1970-1990) a cura di Paola Giordano e Grazia Ivaldi

libro spi copertinaINTERVISTA A RENZO PENNA[1]

 Scopo dell’intervista: acquisire elementi conoscitivi del contesto sindacale e delle fabbriche in difficoltà negli anni 1970/’80, con particolare riferimento alle aziende che, in seguito, hanno cessato l’attività e le cause della crisi del settore metalmeccanico e argentiero nella realtà alessandrina.

 Ho iniziato ad interessarmi del sindacato e alle sue iniziative, grosso modo, nell’inverno 1972/’73, nella fase legata alle lotte per il rinnovo del contratto dei lavoratori metalmeccanici. Ad Alessandria l’inverno di quell’anno fu caratterizzato dalla presenza della tenda della FLM in Piazza della Libertà dove, di volta in volta, i Consigli delle principali fabbriche della provincia assicuravano la loro presenza e informavano i cittadini sui contenuti delle richieste contrattuali e le mobilitazioni in atto nelle fabbriche. Siamo nel periodo che segue “l’autunno caldo”, il movimento degli studenti, delle donne, le lotte sindacali del 69/’70 e l’approvazione della legge 300, lo Statuto che nel maggio del ‘70 ha sancito nuovi diritti e tutele per i lavoratori e i loro rappresentanti. Una fase segnata da un forte sviluppo dell’azione sindacale, del protagonismo e della emancipazione dei lavoratori –  sia nei luoghi di lavoro che nella società – che ha portato a importanti miglioramenti salariali e a nuove e innovative conquiste  normative nei Contratti di lavoro.

Ero impiegato come responsabile di produzione  presso l’argenteria “Ricci & C spa” nel quartiere “Cristo”  dove sono stato assunto nel settembre del ’69, di ritorno dall’Alfa Romeo di Milano, il mio primo lavoro. La Ricci è stata, insieme alla “Cesa”, la principale fabbrica di argenteria della provincia e non solo. Alessandria – con Vicenza, Padova e Arezzo – ha, infatti, rappresentato una tra le più significative realtà del settore a livello nazionale. I dipendenti Ricci in quegli anni erano superiori alle 200 unità. Lavoravo in produzione e, per essere più preciso, svolgevo mansioni da “capo reparto”, dovevo cioè organizzare e seguire il lavoro dei reparti iniziali della produzione: le fonderie, la laminazione, gli stampaggi di posateria e argenteria e la tornitura in lastra. Un ruolo allora considerato inconciliabile con l’attività sindacale in azienda.

Ad Alessandria gli scioperi e le mobilitazioni dell’autunno caldo non avevano, in generale, visto la partecipazione degli impiegati dell’industria, come era successo nelle grandi città. A Milano, ad esempio, ricordo di aver partecipato alle prime assemblee degli impiegati dell’Alfa nel vecchio stabilimento del “Portello” e ai primi scioperi, mentre ai cancelli della fabbrica si incontravano sempre gruppi di giovani dei diversi movimenti e partiti della sinistra che distribuivano volantini, fogli di giornali e riviste. Ma trascorso qualche anno e nel clima di rinnovo del contratto, anche in provincia tra gli impiegati iniziarono a manifestarsi le prime adesioni al sindacato. Sintomo di un disagio più grande. Iniziai così a seguire, al di fuori della fabbrica, gli incontri e le riunioni dei rappresentanti sindacali della Ricci che avevano in Ettore Sacco – operaio del reparto “finissaggio” – il loro principale esponente.

 La sede unitaria della FLM  

Il ‘73 è un anno significativo per la storia del sindacato dei metalmeccanici alessandrini: viene inaugurata la sede provinciale della FLM in corso Crimea, di fronte ai giardini della stazione.

I segretari sono: Giovanni Divano per la Fiom-Cgil, Vittorio Bellotti per la Fim-Cisl e Raffaele Montecucco per la Uilm-Uil. La sede unitaria di Alessandria è stata anche una delle prime a livello nazionale.

Nella primavera del ’74, con l’elezione nel “Consiglio di Fabbrica” della Ricci, che innova, attraverso il voto segreto, la rappresentanza sindacale di base della vecchia “Commissione Interna”, inizio la mia attività sindacale in azienda e fuori. Il fatto insolito è che la proposta di entrare a far parte della nuova struttura mi fu prospettata dai rappresentanti degli operai, in allora gli unici a partecipare al voto e, inaspettatamente, risultai il primo degli eletti.[2] La mia elezione, come quella di altri impiegati, fa parte di un  fenomeno che in quegli anni porta alcuni di essi a decidere di impegnarsi pienamente nell’attività sindacale. Con non pochi problemi di rapporto nei confronti delle rispettive dirigenze aziendali. Rammento, ad esempio, Franco Baraldi, ingegnere della ditta “Panelli”, molto attivo sia in fabbrica che nel sindacato, il quale seppe coinvolgere altri colleghi – penso a Mirella Bognanni – e a dare impulso al sindacato di fabbrica. La grave crisi della società meccano-tessile “Imes”, appartenente al gruppo Montedison, che aveva portato il sindacato a decidere l’occupazione della fabbrica, era stata, qualche anno prima, la leva per l’impegno sindacale di un altro white collar, l’impiegata Enrica Beltrami. Alla Ricci venne eletto un secondo impiegato, Sergio Soro, anche lui in produzione e responsabile dei reparti finali della lavorazione: quelli della pulitura, della galvanica e del finissaggio. Così la proprietà dell’azienda si trovò improvvisamente nella nuova condizione di avere i due “capi reparto” responsabili della produzione entrambi facenti parte del “Consiglio di Fabbrica”.

Nei “Consigli” un lavoro che veniva richiesto a noi impiegati era quello di correggere le bozze dei volantini e scrivere i comunicati su scioperi e manifestazioni. Tra i delegati operai ho conosciuto figure straordinarie, grandi trascinatori che però avevano meno confidenza con la scrittura e chiedevano a noi una mano per sistemare i testi. Questo è stato, credo, il mio primo “serio” impegno sindacale all’interno della fabbrica. La partecipazione attiva nel sindacato degli impiegati  ha rappresentato anche uno dei fatti nuovi di quel periodo, si manifestò così la rottura di un fronte da sempre ritenuto “fedele” alla direzione e alla proprietà che, di norma, non partecipava  agli scioperi. Non eravamo in molti, ma quei primi esempi hanno aperto un fronte, generato dubbi e riflessioni in molti colleghi e influenzato le relazioni sindacali in diverse realtà aziendali.

Sono anni importanti anche per una serie di altri aspetti tra i quali è giusto ricordare, per l’assoluta  novità, l’apertura delle iscrizioni ai corsi delle “150 ore”, una conquista per la formazione di base dei lavoratori prevista dal Contratto Nazionale del ’73. In questo campo ha operato il “prete-operaio” Giovanni Carpenè che, dopo aver  lavorato alla Pivano, ha lasciato l’azienda e in “distacco sindacale” si è impegnato nell’organizzazione e per la piena applicazione di questa originale conquista. Da prima all’interno della stessa FLM e in seguito, con altri, in una sede autonoma. La conquista delle “150 ore” ha riguardato non solo i corsi della scuola dell’obbligo, ma anche seminari tematici di livello costruiti attraverso la discussione di gruppo.

 In quel periodo come delegato di fabbrica ho seguito soprattutto le vicende sindacali dei lavoratori argentieri alle prese con la crisi del settore, la cassa integrazione e – con la ditta “Pietrasanta” – le prime chiusure di azienda. Gli argentieri come categoria facevano parte della FLM e avevano un proprio Contratto di lavoro che, nelle linee essenziali, era del tutto simile a quello del metalmeccanici. Alessandria per il comparto, come ho già ricordato, rappresentava uno dei centri più importanti a livello nazionale e i sindacati e le aziende alessandrine erano tra i protagonisti anche delle trattative nazionali. Queste, di norma, si svolgevano a Milano presso la sede della Confedorafi e riguardavano sia i lavoratori argentieri che gli orafi delle realtà non artigiane. All’interno della FLM il comparto era seguito da Bruno Pesce che era stato operaio orafo prima di essere chiamato alla Camera del lavoro della zona di Valenza. Pesce è anche il primo sindacalista con cui ho stabilito uno rapporto di collaborazione e di scambio di informazioni. L’ho conosciuto in occasione delle prime assemblee di fabbrica che, in orario di lavoro, si svolgevano nei locali della SOMS del Cristo e nelle riunioni del Consiglio le quali, normalmente, si svolgevano alla sera. Insieme abbiamo portato avanti un’attività di raccordo con i rappresentanti delle altre fabbriche e, anche, con alcuni impiegati delle medesime.

E’ di quel periodo – maggio ’75 – lo svolgimento di un’assemblea interaziendale delle quattro principali fabbriche argentiere, con all’ordine del giorno la crisi del settore, che si tiene in città nel teatro dei frati francescani, dove ogni anno a Natale va in scena la “Divota Cumedia”, la tradizionale recita in dialetto del pastore “Gelindo”.[3]

 Nel 1974  arriva da Casale Guglielmo Cavalli che, entrato a far parte della segreteria provinciale della Camera del lavoro, assume la responsabilità della zona Cgil di Alessandria. Era stato impiegato nella “Franger Frigor”, un’azienda del settore del “freddo” e, anche lui, aveva rotto il fronte aziendalista degli impiegati entrando nel sindacato. Ricordo Guglielmo perché gli anni seguenti sono stati molto segnati dalla sua presenza e dalla sua iniziativa. La zona sindacale di Alessandria era storicamente giudicata con una scarsa capacità di mobilitazione. Quando si proclamavano scioperi provinciali e si organizzavano manifestazioni nel capoluogo, infatti, si doveva soprattutto contare sulla presenza dei lavoratori di altre realtà: in particolare Novi, Casale e Ovada, tradizionalmente in grado di garantire una forte partecipazione di operai.

 Può essere utile fare un breve accenno alle maggiori aziende presenti in provincia dove il settore metalmeccanico, pur ridimensionato, ha retto meglio che ad Alessandria. Nel novese il comparto delle partecipazioni statali con l’Ilva, la LMI (l’ex Delta) e la Morteo di Pozzolo. Nell’ovadese la Mecof e la Ormig. A Casale l’importante – per numero di aziende e dipendenti – settore del freddo è stato decimato dalla crisi, mentre quello delle macchine per la stampa, con la Cerutti e la Rotomec, ha avuto una ruolo significativo nella contrattazione aziendale. Nel tortonese la crisi ha colpito sia le fabbriche dei veicoli per il trasporto delle merci su gomma che quelle delle macchine utensili. Importante e originale il caso della Graziano di Tortona, caratterizzato da un imprenditore, divenuto anche presidente di Confindustria, con un’impostazione sociale e di relazioni sindacali in sintonia con quelle sostenute a Ivrea da Adriano Olivetti. L’acquese con la Tacchella Macchine  di Cassine e una serie di altre piccole e medie aziende, tra cui la coltelleria Kaimano, che in maggioranza hanno chiuso. A Valenza, un tempo importante polo calzaturiero, non vi era nessuna presenza di fabbriche meccaniche, ma il settore orafo contava su alcune significative aziende industriali.

Ho ricordato il periodo che va dal ’74 al ‘76. Lo sottolineo perché sono stati anni pieni di iniziative, segnate da intense mobilitazioni e grande partecipazione. Sono stati anche anni di un forte rinnovamento dei quadri sindacali, di una nuova generazione di delegati di fabbrica che aveva maturato le proprie esperienze alla fine degli anni ‘60, in quel ciclo di lotte che adesso poteva utilizzare, grazie alla legge 300, i permessi retribuiti e il distacco sindacale con la  conservazione del posto di lavoro. Nel contempo sono stati anche gli anni di una iniziativa molto forte sul piano confederale. Ho già accennato al tema delle 150 ore che era specifico dell’industria, ma aveva coinvolto nella gestione anche  il settore della formazione e della scuola.

 Il Consiglio di Zona Cgil-Cisl-Uil

Il 1975 è l’anno in cui maggiormente si è sviluppata l’iniziativa dei Consigli unitari di zona Cgil/Cisl/Uil. Quello di Alessandria si è sicuramente distinto, più di altri, nell’elaborazione e nella presentazione di piattaforme rivendicative nei confronti degli Enti locali: Provincia e Comune. Nel periodo ‘75/’76, il sindacato sperimentò ad Alessandria anche nuove modalità organizzative durante gli scioperi. Queste prevedevano, anziché il tradizionale concentramento dei lavoratori in piazza Garibaldi con il corteo e il comizio finale in piazza della Libertà, la promozione da parte dei Consigli di diversi punti di raccolta dei lavoratori a ridosso dei posti di lavoro i quali, a loro volta, davano origine a più cortei che attraversavano la città. Garantendo, insieme, più protagonismo e maggiore partecipazione. Si dimostrò così che anche la zona di Alessandria era in grado di organizzare e sostenere autonomamente manifestazioni di piazza. In particolare per lo sciopero-manifestazione dell’aprile del ’75, promosso dal Consiglio di Zona, si decisero tre diversi punti di partenza prossimi agli insediamenti industriali. Dal quartiere Cristo un primo spezzone di corteo che raccoglieva tutte le argenterie, la Imes, la Lume e la Laveggio si formò in Piazza Zanzi, un secondo fu previsto in fondo a via Marengo, per la Baratta, la Bolognini, la Comital, la Magneti Marelli, la Olva, e un terzo si costituì nella zona del Consorzio Agrario, raccogliendo i lavoratori della Fiat Trattori, della Panelli, della Pasino e di altre fabbriche, come la Radioconvettori e la Marabese, situate nel comune di Quargnento.

I tre cortei si unirono in Piazza Garibaldi per poi, insieme, attraversare il centro e concludere la manifestazione in Piazza della Libertà. Un’esperienza che ebbe successo e fu, in seguito, ripetuta. Nell’occasione si innovò anche la comunicazione esterna ai luoghi di lavoro con manifesti e locandine posizionate in diversi punti della città.  E i volantini diffusi nelle fabbriche descrivevano bene queste nuove modalità organizzative. Alla Ricci in occasione di questi scioperi e per garantire una maggiore presenza dei lavoratori alle manifestazioni, il Consiglio di Fabbrica  decise di lavorare la prima ora per, poi, uscire tutti insieme dall’azienda. Una scelta possibile per la forte sindacalizzazione della fabbrica e la presenza di delegati credibili e riconosciuti dai lavoratori.

 Di recente, la Camera del Lavoro di Alessandria ha promosso un convegno dedicato alla tutela della salute e all’ambiente, con riferimento alla necessaria bonifica e messa in sicurezza dello stabilimento “Solvay” di Spinetta Marengo. Ora, mettendo a confronto i due periodi, si constatano i passi indietro ai quali il sindacato , su questi temi, è stato negli anni costretto. Allora il Comune del capoluogo istituì le “Unità di Base” con il compito di monitorare nelle singole realtà di produzione l’ambiente, la salute e la sicurezza dei lavoratori. Mentre le aziende erano tenute a compilare i “Libretti di rischio” dei dipendenti. Un significativo risultato di una delle rivendicazioni del Consiglio di zona.

 Tornando al mio percorso sindacale, mi distacco dalla fabbrica a metà ’76, prima a metà tempo, cercando di contemperare l’impegno lavorativo in azienda con quello sindacale esterno, e in seguito, dopo sei mesi, con il distacco pieno. Con l’incarico di operatore unico FLM della zona di Alessandria, in precedenza ricoperto da Livio Cosso. In questa decisione Cavalli ha avuto un ruolo importante, soprattutto nel farmi superare dubbi e resistenze. Come accennato ricoprivo da impiegato tecnico la mansione di responsabile della produzione e a 29 anni di età non ero più giovanissimo per iniziare quel tipo di esperienza. 

In azienda le elezioni per il rinnovo dei Consigli di Fabbrica avvenivano, di norma, con cadenza biennale. Così, dopo essere stato eletto nel ‘74 per la prima volta e nel ‘76 per la seconda[4], sono rieletto anche nel ’78[5], benché da due anni non fossi più in azienda. Questo perché avevo voluto mantenere un legame con i lavoratori della Ricci, in quegli anni alle prese con processi di riorganizzazione produttiva, cassa integrazione e riduzione del personale. Nonostante queste difficoltà riuscimmo a portare a termine, a fine ’78, una delle rivendicazioni sindacali più intensamente volute: la mensa aziendale. La cui attuazione determinò la riduzione dell’intervallo fra i due turni ad un’ora, con più tempo a disposizione per i lavoratori, e sancì a regime una ripartizione dei costi del servizio tra azienda e lavoratori, rispettivamente nella misura del 75 e del 25%.[6] 

Tra i componenti della “vecchia” Commissione Interna della Ricci ricordo, in particolare, Aldo Zuccotti ed Ettore Sacco, entrambi operai addetti alla pulitura degli oggetti in argento. Sacco, prima del ’70 e dell’approvazione dello Statuto, pur lavorando alla Ricci, coordinava anche le altre fabbriche del settore. Allora non esistevano i permessi sindacali per i delegati, così come le assemblee di fabbrica retribuite e l’impegno era tutto volontario e al di fuori dell’orario di lavoro. Anche con Bruno Pesce – che operava a Valenza come responsabile del settore orafo, ma seguiva anche le fabbriche di argenteria di Alessandria – la buona abitudine di valorizzare l’impegno volontario è proseguita sino alla fine degli anni ‘70. Alla FLM, ancora nei primi anni ’80, il lunedì sera era sempre dedicato alle riunioni con i delegati delle principali fabbriche.

Tra i delegati del “Consiglio” della Ricci un pensiero particolare, fra i molti, per Adelino Zanchetta, un bravo e capace stampatore del reparto argenteria, apprezzato dai colleghi di lavoro per il suo impegno, colpito, in giovane età, da un male incurabile; e Milvia Gaggioli, decisa e combattiva delegata, come soprattutto le donne sanno essere, del reparto pulitura della posateria.

 Il ’76 è anche l’anno del rinnovo del contratto dei meccanici e di orafi e argentieri nel corso del quale vengono organizzate varie iniziative a sostegno delle rivendicazioni. In particolare ho presente lo sciopero deciso congiuntamente da orafi e argentieri e la manifestazione del 22 aprile a Valenza, dove le realtà produttive erano costituite in prevalenza da laboratori di oreficeria di piccole dimensioni e lo sciopero, anche per questa ragione, sovente non aveva successo. Dalle fabbriche argentiere di Alessandria, dove lo scioperò riuscì pienamente, partì una lunga colonna di macchine cariche di lavoratori i quali, giunti a Valenza, formarono un corteo. Che alla guida di Bruno Pesce e da alcuni operai orafi, attraversò la città passando dinnanzi alle principali aziende, molte delle quali non avevano scioperato. Di quella manifestazione conservo alcune foto a testimonianza del comizio che ho tenuto con Pesce in Piazza “31 Martiri”, di fronte al duomo. In un articolo de “La Stampa” che dà conto della giornata di lotta, gli operai orafi occupati a Valenza sono stimati in 3800, mentre l’organico complessivo dei lavoratori argentieri di quell’anno è indicato in 600 unità.[7]  

Per riandare a quegli avvenimenti ho dovuto ricorrere alle carte del mio personale archivio. Mi sono limitato agli anni ’70 perché, dopo di allora, “Lotte Unitarie”, il giornale della Camera del Lavoro, diventa uno strumento puntuale di informazione sull’attività sindacale confederale e delle categorie. Un giornale fondato da Adriano Marchegiani, ma che fu implementato e trasformato in un completo e puntuale periodico da Guglielmo Cavalli.

 Con il distacco dalla fabbrica ho assunto la responsabilità della “Lega” dei metalmeccanici della zona di Alessandria che, allora, era anche l’unica categoria a praticare il tesseramento unitario e, per questa ragione, anche i bilanci erano unici. Ma quella fase che avrebbe dovuto portare all’unità di tutto il sindacato ebbe un primo stop con la costituzione della Federazione Unitaria CGIL-CISL-UIL e andò definitivamente in crisi con l’inizio degli anni ’80. Un elemento che portò anche tra i metalmeccanici a un graduale e sofferto ritorno alle rispettive confederazioni di categoria, dovendo, appunto, decidere per l’iscrizione alla Fiom, la Fim o la Uilm. Anche la sede unitaria della FLM di Corso Crimea finì così per risultare anacronistica e, mi sembra nell’86, chiuse i battenti.

I meccanici della Fiom, prima di trovare nuovamente posto all’interno della Camera del Lavoro, per alcuni anni mantennero una loro sede distaccata in Corso Borsalino, nel palazzo progettato dall’architetto Gardella per gli impiegati del noto cappellificio. In quel periodo responsabile delle fabbriche della zona di Alessandria era Angelo Mirabelli.

Per i metalmeccanici questo “tornare a casa” ha costituito un problema rilevante. La categoria si era molto spesa per l’obiettivo dell’unità, e il processo a ritroso è stato sofferto e contrastato. I delegati di fabbrica erano in maggioranza “unitari”, abituati a rappresentare l’insieme dei lavoratori e non comprendevano le ragioni di una divisione in tre distinte sigle sindacali.

La mia responsabilità nei metalmeccanici termina nell’83 quando sono eletto segretario responsabile della Camera del Lavoro in sostituzione di Cavalli chiamato a Torino a far parte della Fiom Regionale, dove ricoprirà l’incarico di Segretario Generale Aggiunto, con Cesare Damiano Segretario. Massimo Pozzi diviene responsabile dei meccanici di Alessandria. Il mio percorso sindacale in provincia si conclude nell’86 quando, al Congresso della Confederazione, vengo eletto nella segreteria regionale della Cgil. Un incarico che, con diverse competenze, ricopro per dieci anni. Nel ’92, insieme a Claudio Sabatini Segretario Generale, il direttivo regionale della Confederazione mi elegge Segretario Generale Aggiunto del Piemonte.

Nel periodo di responsabilità della Cgil provinciale ho continuato a seguire l’evoluzione delle crisi aziendali dei meccanici attraverso i segretari di categoria e per alcune situazioni, penso alla Baratta e alla Panelli, anche partecipando direttamente alle trattative.

 Ma gli anni compresi tra l’83 e l’86 per il sindacato, la sinistra e i lavoratori sono stati fortemente segnati dalle decisioni del governo che hanno riguardato il ridimensionamento dell’istituto contrattuale della contingenza, meglio conosciuta come “scala mobile”, per fronteggiare una inflazione che aveva superato le due cifre. Quelle scelte hanno prodotto, prima, una profonda divisione tra le Confederazioni sindacali e, poi, nella stessa Cgil tra la corrente comunista e quella socialista. In particolare l’84, dopo il decreto del 14 febbraio che “tagliava” quattro punti di contingenza, ha visto una forte opposizione in Parlamento del Partito Comunista con l’organizzazione di manifestazioni locali e nazionali e la decisione di richiedere un referendum  abrogativo delle norme del governo. Solo la lungimiranza e la forte impronta unitaria di Luciano Lama – con Di Vittorio il più importante Segretario della Cgil – che non aveva pienamente condiviso la scelta del suo partito di indire il referendum, si riuscì a evitare una rottura drammatica dell’organizzazione. E a recuperare gradualmente una direzione unitaria. Sancita in provincia da una manifestazione unitaria della Cgil a Novi Ligure nella primavera dell’84. Ma, comunque, si attraversarono mesi difficili, con forti polemiche tra i dirigenti che si trasferirono, inevitabilmente, nei luoghi di lavoro e si ebbe, come conseguenza, un sostanziale blocco dell’azione contrattuale del sindacato. Ricordo la mia partecipazione e il mio intervento durante una tesa assemblea dei delegati “autoconvocati” che si svolse in febbraio al cinema del Circolo dei ferrovieri “Ambra”, e che approvò l’adesione alla manifestazione di Roma decisa dalla sola maggioranza della Cgil. Solo l’esito del referendum, del  9 e 10 giugno ’85, che vedrà, come è noto, l’imprevista vittoria dei “no” con il 54,3% dei voti, sancirà la chiusura di quella fase e una lenta e graduale ripresa di iniziativa sindacale.                

 La crisi delle fabbriche metalmeccaniche e delle argenterie

Torniamo agli anni dell’impegno con i lavoratori meccanici e argentieri della zona di Alessandria. E’ stato un periodo intenso, pieno di avvenimenti, con oltre cinquanta aziende da seguire. Oltre alle riunioni del lunedì sera con i delegati della “Lega FLM” per discutere e decidere le iniziative, sovente nel corso della settimana, sempre dopo cena, si svolgevano incontri con i diversi Consigli di Fabbrica. Il diritto di assemblea retribuita nei posti di lavoro, nella misura delle dieci ore annue, veniva esercitato appieno dai delegati e rappresentava  lo strumento principale per rapportarsi con i problemi e le esigenze dei lavoratori e consentiva di cogliere, meglio di qualsiasi altro strumento, il clima presente nelle fabbriche. Ricordo che per organizzare e programmare lo svolgimento delle assemblee avevo affisso in sede l’elenco di tutte le aziende con, a fianco, un grafico che registrava la loro effettiva tenuta.

Nella zona di Alessandria il comparto metalmeccanico ha subito una pesantissima ristrutturazione che ha portato, nella maggioranza dei casi, alla chiusura delle aziende. La crisi inizia verso la metà degli anni ’70 e prosegue per tutti gli anni ’80 e i primi ‘90. Parlando delle maggiori aziende di quel periodo possiamo ricordare la “Panelli” che contava oltre 400 dipendenti, la “Carrozzeria Pasino”, con circa 300 e con lo stabilimento nel comune di Solero, le aziende legate alla FIAT: la “Filiale Auto”, la “FIAT Trattori” e la “Magneti Marelli” la quale contava su una forte presenza di personale femminile. Poi, nel quartiere della “Pista”, la “Baratta”, anch’essa con una maggioranza di operaie, la fonderia dei “Fratelli Bolognini”, le “officine” del Cavaliere Luigi Volante, “Olva” e “Ocma”. Nessuno di questi insediamenti produttivi è sfuggito alla chiusura.

 Le realtà argentiere più importanti, oltre alla Ricci e alla Cesa,  erano la “Goretta”, la “IMA-Guerci” e la “Bagliani”. Tra le minori ricordo la “Lima de Bernardi” per la sua collocazione particolare, a ridosso della chiesa di  Santa Maria di Castello. Un settore caratteristico, con una tradizione e una storia rilevante oggi del tutto azzerato. Dopo una lunga competizione durata decenni e diverse vicissitudini, nei primi anni ’90, si è avuta l’acquisizione della Ricci da parte della Cesa, con la confluenza delle due società e delle rispettive maestranze nello stabilimento di Corso Acqui. Ma dopo poco tempo e  l’avvio di un progetto di ampiamento della struttura forse troppo ambizioso, è sopraggiunta la crisi irreversibile della Cesa. Oggi i due gloriosi marchi sono stati acquisiti dal gruppo “Greggio” e le produzioni trasferite nel padovano. L’azienda, insediatasi nella zona artigianale D4 con una ventina di dipendenti e oggi ridotta ai minimi termini, era propedeutica al trasferimento delle attività e alla vendita diretta dei prodotti del magazzeno.

Un settore che alla fine degli anni ’70 contava ancora oltre 500 dipendenti e un centinaio di lavoranti a domicilio, soprattutto pulitori e argentieri, nel volgere di pochi anni si è dissolto. A causa, certo, della crisi del settore, agli aumentati costi della materia prima e a un diverso orientamento nei consumi, ma anche per la mancanza di un coordinamento, di un progetto comune, in grado di superare una poco produttiva rivalità tra aziende, che ne ha accelerato la fine.

Passando dagli argentieri ad altri settori, alcune delle crisi aziendali che si sono protratte per lungo tempo sono state quelle della Baratta, della Carrozzeria Pasino, della Panelli e della Magneti Marelli. Quest’ultima ha cessato l’attività quando era già segretario della Fiom Angelo Mirabelli, quindi dopo l’86. La Baratta come stabilimento alessandrino terminò anch’esso di produrre nella seconda metà degli anni ’80, ma ci fu un piccolo nucleo di dipendenti che continuò sino a pochi anni fa l’attività nel comune di Predosa, con un nuovo proprietario. La Panelli ha avuto invece una crisi più accelerata e traumatica e a scongiurarne il fallimento non è bastato l’ingresso nella società dell’imprenditore Elio Camagna, proprietario del calzaturificio “Alexandria”. Se a queste si aggiunge il lento ridimensionamento e infine la chiusura di Olva e Ocma e della fonderia Bolognini, si ha un quadro della dimensione della crisi che, negli ultimi due decenni del secolo scorso ha decimato il settore metalmeccanico della zona di Alessandria. Si fa così prima a citare le fabbriche rimaste in attività: la “Mino” e la “Gefit” del gruppo Guala, le più significative.

Le ragioni tra loro diverse: carenze nelle direzioni aziendali, produzioni con basso valore aggiunto e/o poco competitive, scarsa innovazione tecnologica dei prodotti, obsolescenza organizzativa, difficoltà finanziarie dovute a bassa capitalizzazione, conseguenze del ridimensionamento e della ristrutturazione del settore auto. E, in generale, una ridotta propensione dell’imprenditoria locale a reagire alla crisi e al declino, ricercando nuove strade e puntando con maggiore decisione ed inventiva su formazione, ricerca e innovazione dei prodotti e delle produzioni.   

 A tutto questo si deve aggiungere un generale peggioramento nel clima delle relazioni sindacali con un indebolimento del sindacato che si compie nell’ottobre 1980, con la pesante sconfitta dei metalmeccanici nella vertenza della Fiat nello stabilimento di “Mirafiori”. Dopo 35 giorni di blocco dei cancelli, per rispondere ai licenziamenti voluti dall’azienda, la marcia dei colletti bianchi – detta dei “quarantamila” – di impiegati e quadri del 14 ottobre a Torino segna, emblematicamente, anche la conclusione di un periodo, avviato negli anni ’60, caratterizzato da importanti conquiste contrattuali dei lavoratori e di ruolo e potere per il sindacato. Con i delegati delle fabbriche di Alessandria sono stato ai cancelli della Fiat pochi giorni prima della “marcia” e ricordo di aver avvertito, nella stanchezza e nella sfiducia dei non molti lavoratori presenti ai presidi, il presagio di ciò che sarebbe accaduto da lì a poco.          

 Qualche documento sindacale della seconda metà degli anni ‘70

Pensando che potesse essere utile alla vostra ricerca ho recuperato un po’ di documentazione relativa a quel periodo. Per l’anno 1975 ho trovato, tra le altre cose, un bel volantino della segreteria della Camera del Lavoro con elencate le Commissioni di lavoro dei Consigli di zona Cgil/Cisl/Uil. Il comitato esecutivo aveva deciso la nomina dei componenti suddivisa fra diverse tematiche: sanità, scuola, occupazione, agricoltura, distribuzione, prezzi, casa, trasporti, riscaldamento. Anche queste riunioni tematiche si svolgevano alla sera. Dagli incontri è poi scaturita la piattaforma rivendicativa. Nei documenti sono elencati anche i nominativi dei responsabili di allora.

Sempre sulle iniziative del Consiglio di zona del ’75 ho trovato: a) il documento di un convegno sulla riforma sanitaria e gli ambienti di lavoro; b) un volantino sulla sciopero generale unitario della zona di Alessandria del 22 aprile. E’ il volantino, cui ho accennato in precedenza, nel quale, sul primo lato, sono riportate le rivendicazioni e nel retro la cartina dei diversi cortei con il percorso della manifestazione, e i concentramenti delle diverse fabbriche. Una delle manifestazioni di quell’anno venne conclusa da Fausto Bertinotti, allora, Segretario Generale Cgil del Piemonte.

Sempre dello stesso anno ho recuperato il testo della piattaforma zonale con le richieste presentate al Comune di Alessandria e un documento sulle “150 ore” che elenca i corsi tenuti nel 1973/’74: in totale 12 corsi di licenza media suddivisi tra Alessandria(4), Casale(2), Novi Ligure (2), Tortona (2), Acqui (1) e Valenza (1). A questo proposito, nel recente convegno della Camera del Lavoro sulle condizioni ambientali del polo chimico di Spinetta, un relatore ha sottolineato come la durata della vita venga influenzata anche dal diverso livello di istruzione delle persone. Una analoga indagine, effettuata a Torino negli anni ’80 sui lavoratori che avevano utilizzato le 150 ore, rilevò come ciò avesse portato ad un miglioramento delle loro speranze di vita.

 Ho recuperato anche alcune foto dello sciopero generale e della manifestazione di orafi e argentieri che si svolse a Valenza nell’aprile del ‘76. Può risultare interessante, poi, una relazione del Congresso della Fiom del ’77 svoltosi a Ovada al quale parteciparono anche delegati della Fim e della Uilm perché il sentire comune della categoria non era allora ancora stato messo in discussione. Di seguito alcuni risultati dell’accordo sull’occupazione del gruppo Magneti Marelli, e un documento della “Safiz” di San Giuliano durante l’occupazione. In quest’ultimo caso, siamo nel ’77, si può leggere una frase piuttosto impegnativa che rappresenta quel tipo di vertenza incentrata sulla strenua difesa della realtà produttiva: “I lavoratori difendono l’azienda e i posti di lavoro elevando i contenuti della lotta per creare i presupposti del passaggio dalla condizione di sfruttato a quella di produttori.” La conclusione di quella lotta traguarderà nella costituzione di una cooperativa che, purtroppo, per limiti finanziari non avrà lunga vita. E ancora del ‘78 un volantino della Imes su occupazione, salute e contro l’intransigenza aziendale.

Per l’insieme delle aziende metalmeccaniche può risultare interessante un documento che illustra sinteticamente la situazione della vertenzialità aziendale della categoria nella zona di Alessandria. Vi si trovano gli accordi aziendali e i principali contenuti riferiti a: festività, aumenti salariali,  inquadramenti professionali. Così sull’occupazione gli accordi raggiunti con il gruppo Marelli nel 76, alla Pivano, alla Pasino e alla “Comital” (l’attuale “Ariflex” e già “Sila”, un’altra azienda ancora in attività nel settore dell’alluminio, ma con molti problemi), alla Bolognini, alla Imes, alla Panelli. Sull’ambiente di lavoro l’accordo alla Marelli, alla “Pelizza e Maso”, alla “Negro”, alla Comital, alla Imes, alla Bolognini, alla Panelli. Sulle festività l’accordo alla “Giraudo” di Bosco Marengo, alla Cesa, alla Ricci, alla Panelli, alla Mino, e alla Ariflex. Su salario e inquadramenti accordi alla Marelli, Olva, Pivano, Pasino, “CBG” di Quargnento, Imes, Panelli, Baratta.

 Erano in tutto 54 le fabbriche della zona con iscritti e nelle quali si tenevano regolarmente le assemblee, mentre un numero più ridotto era in grado di realizzare la contrattazione e siglare accordi aziendali. La Lega della FLM inviava periodicamente una sintesi degli accordi, suddivisi per temi, a tutti i Consigli di Fabbrica per informare sugli aspetti positivi raggiunti e discutere dei limiti. Una diffusione capillare con la finalità di far conoscere i risultati conquistati e, compatibilmente con le diverse situazioni, estenderli. Superando con la formazione e la conoscenza  gli aspetti carenti dell’azione sindacale. Questo mi induce a dire che, per quanto riguarda la documentazione, sarebbe utile ascoltare le segretarie amministrative della FLM che hanno attraversato l’intera vita dell’organizzazione, dalla sua costituzione fino allo scioglimento. Come Rosalba Guidi che è stata la storica impiegata della Fiom. Allora le segretarie si occupavano di molte cose, avevano rapporti diretti con i delegati, contribuivano alla stesura dei volantini, alla preparazione degli striscioni e partecipavano all’organizzazione delle manifestazioni. Con loro sarebbe possibile, ad esempio, verificare lo stato dell’archivio dei  metalmeccanici nei diversi periodi. Per il lavoro di ricerca da realizzare per i diversi stabilimenti potrebbe essere utile consultare la serie delle pubblicazioni degli accordi sindacali. Finisco segnalando un documento del ‘78 che riguarda il 1° Congresso provinciale del SUNIA, il sindacato degli inquilini, e di cui Luisella Orsi è stata, in Alessandria, l’appassionata animatrice. Il diritto alla casa e l’applicazione dell’equo canone negli affitti ha rappresentato in quel periodo un elemento di forte e diffusa contrattazione e vertenzialità.

 Le fabbriche e i delegati

Passando agli aspetti più concreti e utili alla ricerca, segnalo alcuni nomi di delegati di fabbrica. Bisognerà verificare presenze e disponibilità. Non sembra, ma è trascorso parecchio tempo.

Alla Baratta sicuramente Graziella Oliveri, che è stata un po’ l’anima della fabbrica, poi Gianni Taverna, Zen Wanda e Savioli. Confinava con la Baratta la fonderia Bolognini, una fabbrica dove tenere le assemblee era disagevole, non c’era un locale apposito e ci si trovava negli spogliatoi con gli operai in piedi o seduti per terra ed era difficile anche solo farsi ascoltare. Era divisa tra officina e fonderia con solo una parte dei lavoratori iscritti al sindacato. Il delegato che più manteneva i rapporti con la Lega era Giuseppe D’Onofrio, ma ricordo anche Codecasa e Stiptevich. Nella stessa zona alla “Mag” il delegato era Siri Piero. Alla Magneti Marelli, del gruppo Fiat, Bruno Suardi è stato il delegato più rappresentativo, insieme a Coco, Demicheli Piera, Alpa Giuliana e Picchio Stefania. Nel quartiere della Pista si trovavano la Ocma e la Olva dove il delegato più attivo di quest’ultima era Bailo Angelo. Alla Negro, una piccola realtà, il delegato era Calandrino Giuseppe. Alla Cesa Mauro Paiuzzi, Stefano Reggio e Bruno Sisella. Per la Goretta e la IMA-Guerci ho due nominativi, rispettivamente Giardi Giovanni e Boriani Romano. Alla Lima de Bernardi Gaviorno Lino. Alla Comital, già Sila, il delegato era Luigi Selis della Uilm, ma vi ha lavorato anche Esposito Enrico, allora giovane delegato della Fiom, da poco andato in pensione. L’azienda, con il nome di Ariflex, si è trasferita tra l’89 e il ‘90 nella zona industriale di Spinetta, dove recentemente, in un grave incidente, un operaio ha perso la vita. Al di là del Tanaro, dove si è insediato il Consorzio agrario, la Fiat Trattori è stata una realtà sindacale importante, vi lavoravano Rossi Carlo e Favola Giacomo. Alla Panelli, che si trovava di fronte alla Trattori, insieme a Franco Baraldi, c’era anche Milia Adolfo, ma chi ha seguito l’intero iter della crisi aziendale è sicuramente stato Giovanni Tavernese, delegato della Fim.

Lo stabilimento della società Mino, posto all’inizio della strada per Solero, pur coinvolto nella disastrosa alluvione del ’94, è tra le poche realtà industriali importanti tuttora in attività e i delegati sindacali più attivi negli anni ’70 e ’80 sono stati Giacomo Abonante e Stocco. Al quartiere Cristo, oltre alla Ricci, nei locali che erano stati della Mino G.B, si è in seguito insediata la Imes e Enrica Beltrami è la delegata di riferimento. Oggi, a parte la palazzina degli uffici, ristrutturata e adibita a distretto sanitario, l’intera area è stata occupata da un supermercato. Nello stesso quartiere in un vecchio capannone ha operato la Lume, per la produzione di stufe, con il delegato Incusci Michele e la Laveggio, impianti per la pesa in piano, dove era delegato Bodini Enrico. Ancora nel quartiere la “Prosidea”, un grande magazzino di laminati metallici collegato alla Fiat, con delegato Pierluigi Ceresa. Purtroppo alcuni dei delegati citati, figure importanti del sindacato di base e di riferimento per lavoratori delle loro fabbriche e la “Lega”, sono scomparsi.  

 Al di fuori del comune di Alessandria, a Boscomarengo, la “Giraudi” costituiva una bella realtà. Come l’“Abbriata” a Sezzadio per la produzione di macchine agricole. Nel comune di Quargnento, della stessa proprietà della Mino, la “Lanfer” per la produzione di laminati in ferro, la Marabese, cassette per i bagni e, confinante, la Radioconvettori, la fabbrica dove è stato delegato Giuseppe Ciardullo. In direzione di Solero la Carozzeria Pasino con delegato Michele Mancuso. A San Giuliano, oltre alla Safiz, operava la “Carrozzeria Coppero” dove l’ambiente di lavoro rappresentava un grave problema, specie in verniciatura. Si svolgevano le assemblee, ma mancavano le condizioni per la contrattazione. Alla Safiz, che produceva attrezzature per stalle, chi ha  seguito l’intero passaggio dal fallimento alla nascita della cooperativa è stato Favero Luigi, ma Enrico Mazzoni, che ha fatto parte come impiegato dell’azienda, può dare utili indicazioni e ricordare altri delegati. Per concludere la Pivano che penso sia stata la fabbrica più studiata dai ricercatori dell’Istituto Storico della Resistenza per la presenza di Giovanni Carpené e Salvatore Mattu. Dove anche Iozzia Pietro è stato un ottimo delegato. E infine la fabbrica dove ho lavorato, l’argenteria Ricci. Qui, tra i molti possibili delegati, consiglio di sentire Zuccotti Aldo, Gilardi Renzo e Rita Cornaglia che possono fornire notizie utili anche sugli inizi dell’impegno e dell’iniziativa sindacale degli argentieri che, in questa città, ha preceduto quella dei metalmeccanici.

 Naturalmente le cose da dire sarebbero ancora molte, addentrandosi di più nelle politiche sindacali, nell’attività contrattuale all’interno delle fabbriche, nella loro storia e sulle differenti ragioni della loro chiusura, per alcune delle quali ho seguito personalmente l’intero iter della crisi. Ma credo sia  prioritario ascoltare i delegati.

 Contro il terrorismo e in difesa della democrazia

Sono stati gli anni ‘70/’80 un periodo nel quale i soggetti politici di riferimento erano il Sindacato Confederale, e la sinistra storica con il Partito Comunista e il Partito Socialista. Ma dove la presenza dei partiti e dei movimenti extraparlamentari era molto vivace e si manifestava soprattutto nei confronti delle iniziative di fabbrica. E’ stata una fase segnata da grandi mobilitazioni operaie e caratterizzata da una forte dialettica, sia politica che sindacale, che trovava nella piazza il luogo fisico per eccellenza dove cercare l’affermazione. Anni che hanno visto il doloroso ingresso nella scena del nostro Paese dello stragismo nero, veicolato dai servizi segreti, detti “deviati”, messo in campo per fermare il protagonismo, bloccare l’avanzata e le conquiste dei lavoratori iniziate nel corso degli anni ’60. Cui ha fatto seguito il tragico terrorismo delle “brigate rosse”. Con il sindacato in prima linea impegnato ad arginare le derive reazionarie su entrambi i fronti e a difendere la libertà, la democrazia e i principi della Costituzione Repubblicana.

I delegati che ho citato, insieme a molti altri, sono stati anche tra i principali protagonisti di questa difficile e intensa lotta democratica. Partecipando – soprattutto nella seconda metà degli anni ‘70 e i primi ’80 – a innumerevoli momenti di mobilitazione e a manifestazioni nazionali e locali, portando nei luoghi di lavoro e tra i cittadini, attraverso il loro impegno e la credibilità di cui godevano, la ferma posizione del sindacato: di intransigente condanna, sempre e comunque, del terrorismo di qualunque colore ammantato, nemico sempre dei lavoratori.  

 La bomba esplosa a “Piazza Fontana” a Milano (12 dicembre 1969), quella a Brescia in “Piazza della Loggia”, durante una manifestazione sindacale (28 maggio 1974), sul treno “Italicus” a San Benedetto Val di Sambro (4 agosto 1974), e quella alla stazione di Bologna (2 agosto 1980), le tappe principali degli attentati e delle stragi della destra eversiva.

L’uccisione, dopo il sequestro e la prigionia, di Aldo Moro in Via Caetani a Roma (9 maggio 1978), quella di Guido Rossa, operaio e delegato sindacale dell’Italsider, a Genova (24 gennaio 1979), del giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi a Milano (28 maggio 1980) e del professor Ezio Tarantelli all’università di Roma (27 marzo 1985), i principali fatti e alcune delle troppe vittime del terrorismo brigatista di quegli anni.

Ricordo, in particolare, due momenti. A Roma la grande manifestazione dei metalmeccanici del 2 dicembre 1977 che si tenne in un clima di fortissima tensione sociale e politica e rappresentò una straordinaria dimostrazione di forza e di compostezza dei lavoratori, in uno dei momenti più delicati vissuti dalla democrazia del Paese nel secondo dopoguerra. Nonostante le fosche previsioni della vigilia non accadde il più piccolo incidente.

E a Genova, nel gennaio ’80, in occasione del primo anniversario dell’uccisione di Guido Rossa, la commemorazione e il comizio di Luciano Lama in una piazza gremitissima e commossa. Che segnò il definitivo isolamento del terrorismo nel paese e tra i lavoratori, e la sconfitta politica del folle disegno e delle teorie delle “brigate rosse”.    

 [1] Delegato Sindacale argenteria “Ricci & C Spa” dal 1974 al 1980, Operatore sindacale FLM della Lega di Alessandria dal 1976 al 1983, Segretario Generale della Camera del Lavoro provinciale dal 1983 al 1986 e Segretario della CGIL  Piemonte dal 1986 al 1996

[2] Le elezioni a scrutinio segreto del Consiglio di Fabbrica della argenteria “Ricci & C” si svolgono nel mese di aprile ’74; votano gli operai e alcuni impiegati di produzione e vengono eletti 14 componenti in rappresentanza dei diversi reparti. Il C.di F. nella prima riunione nomina un esecutivo composto da Bocchio Mirco, Gilardi Renzo, Penna Renzo, Sacco Ettore e Zanchetta Adelino.

[3] 13 maggio 1975 – Teatro San Francesco. Dalle ore 14 alle 16 assemblea dei lavoratori delle argenterie Ricci, Cesa, IMA-Guerci, Goretta sulla crisi del settore.

[4] Le elezioni del Consiglio di Fabbrica si svolgono il 18 maggio 1976. Votano 117 lavoratori  e l’esecutivo del CdF è composto da Bocchio Mirco, Penna Renzo, Sacco Ettore,Zanchetta Adelino e Zuccotti Aldo.

[5] Le elezioni si svolgono il 29 marzo 1978 e partecipano 90 lavoratori.

[6] Accordo siglato in azienda il 23 ottobre 1978.

[7] La Stampa del 23 aprile 1976: “Valenza: gli operai orafi hanno fatto fallire lo sciopero”.

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8 commenti su “IL LAVORO PERDUTO Alessandria:parlano le lavoratrici e i lavoratori delle fabbriche chiuse (1970-1990) a cura di Paola Giordano e Grazia Ivaldi”

  1. Eravamo sempre uniti e pronti ad aiutarci nelle lotte sindacali x vivere meglio e far valere i nostri DIRITTI all’interno della “nostra fabbrica”.
    Vi ricordo sempre tutti.
    Ciaoooo

    1. La vertenza della Baratta e la tua intervista hanno, nella bella e importante pubblicazione della Camera del Lavoro di Alessandria, un giusto rilievo. E’ stata quella della Lega FLM di Alessandria una bella stagione, piena di impegno, di lotte vere e di convinta solidarietà. Una stagione della quale è giusto andare orgogliosi e nella quali in molti siamo cresciuti. Grazie per il commento, ciao!

  2. E’ stato bello vedere che papà e il suo lavoro fatto alla Baratta non è stato dimenticato, ne sarebbe stato felice. Un abbraccio a tutti i suoi ex-colleghi.

    1. Tuo papà, con Graziella Oliveri e Gianni Taverna,è stato uno dei protagonisti dell’impegno sindacale alla Baratta in difesa dell’occupazione e per conquistare nuovi diritti per i lavoratori. Ricordo di essere andato con lui Gianni e Graziella a Roma per sollecitare al Ministero il pagamento della Cassa Integrazione. Un abbraccio.

      1. Eh … ci ha lasciati a Marzo di quest’anno e ha aperto un vuoto nel mio cuore.
        Mi ricordo di te, un abbraccio

        1. Le mie più sentite condoglianze per la perdita di tuo papà, amico e compagno di lotte sindacale. La Baratta era la nostra “casa”.
          Ciao

  3. È con molto piacere che ho letto le battaglie fatte in quegli anni. Ti ringrazio per aver citato mio padre “Adelino Zanchetta “ che nei suoi pochi anni di vita ha combattuto per avere quei diritti di cui oggi godiamo.

    1. Ciao Franco
      Adelino, tuo padre, oltre ad essere uno dei migliori delegati del Consiglio di Fabbrica della Ricci, è stato, per me, un caro amico.
      Se non hai il libro dove si trova questo mio articolo fammelo sapere che te lo procuro.
      Cari saluti
      Renzo

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