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Revelli: “Piazze malate”

Piazze malate (quando la “cultura del sospetto” si fa Pop)

26-07-2021 – di: Marco Revelli (volerelaluna.it)

A volte i popoli impazziscono. O impazziscono piccole porzioni di popolo, come quelle che si sono ritrovate nelle piazze in questi giorni, segno di tempi deragliati. Indecifrabili nella loro composizione scomposta, con i leghisti e i fascisti mescolati ai bene-comunisti, ai dentisti e agli apprendisti o ai giuristi d’assalto, incarnazione di un’eterogeneità sociale accomunata solo dall’assurdità di una pretesa irricevibile: dalla rivolta contro un provvedimento-simbolo come il Green Pass che in tempi di pandemia mortale appare mera proposta di buon senso e senza dubbio male minore, e che invece viene identificato come attentato a una libertà confusa con l’affermazione dell’assoluto diritto al proprio personale capriccio. Espressione, a sua volta, della rottura di ogni principio di responsabilità nei confronti degli altri, del loro ben più sostanziale (e costituzionalmente sancito) diritto alla salute e alla sopravvivenza, come se l’affermazione che “la mia libertà si arresta dove comincia quella del mio vicino” avesse perso di significato, e ognuno si ergesse nella propria solitudine sovrana al di fuori e al di sopra di ogni legame sociale. E come se tutta la libertà (perduta in gran parte delle questioni sostanziali) fosse oggi rifluita nella questione del si o del no a un temporaneo lasciapassare.

Sono, dobbiamo dircelo, piazze foriere di sciagura, gravide di presagi inquietanti e di ombre nere, con un pesante retrogusto fascistoide. Personalmente mi ha colpito il cartello levato in Piazza Castello a Torino con su scritto “Meglio morire da liberi che vivere da schiavi”, perché ricorda il “Meglio un giorno da leoni che cent’anni da pecore” di mussoliniana memoria. Così come mi si drizzano i capelli quando sento i fascisti di Meloni o di Forza nuova levare il proprio inno alla libertà, perché so che la loro libertà è la pretesa degli autoproclamati Signori di vessare gli altri ridotti a Servi. Ma quelle piazze non sono riducibili solo a quell’anima nera, sono molto più eterogenee, trasversali, articolate, coacervo di sentimenti contraddittori, e per questo tanto più preoccupanti, perché parlano di una “crisi della  ragione” più vasta. Di un disorientamento più diffuso, se in tanti sentono di doversi mobilitare per danneggiare se e gli altri, credendo di difendere giustizia e libertà.

Per questo tento disperatamente di seguire l’amletico motto che ci dice che, nonostante tutto, “c’è della logica in questa follia”. O quantomeno bisogna cercarla. E il primo pezzo del dispositivo logico che sta dietro questo sconquasso si chiama “cultura del sospetto”. O meglio il ribaltamento di essa da raffinato strumento filosofico in “fenomeno Pop”. Con quell’espressione – la formulazione originaria era “la Scuola del sospetto” – il grande fenomenologo francese Paul Ricoeur aveva indicato il pensiero di “maestri” come Marx, Nietzsche, Freud, oltre a Schopenhauer che avevano insegnato, per vie diverse e divaricate, a non confondere le immagini di superficie con la verità, e a cercare “sotto” e “oltre” le narrazioni ufficiali (a lacerare, appunto, il “velo di Maya”). Quell’approccio – la motivata denuncia della “verità come menzogna” o, se si preferisce, della “falsa coscienza” coltivata a proprio vantaggio dal potere – aveva alimentato il pensiero critico delle minoranze ribelli novecentesche, delle avanguardie culturali e rivoluzionarie. Poi invece, nel nuovo passaggio di secolo, era diventato atteggiamento di massa, senso comune popolarizzato e aizzato dal web: diffidenza sistematica e disprezzo delle élites. Non senza ragioni (per spiegarlo): le menzogne del potere, delle sue classi dominanti, dei suoi mezzi di comunicazione, diventate totalizzanti negli ultimi decenni, sono sotto gli occhi di tutti. Ma senza l’uso della ragione per selezionare il vero e il falso. E per orientare i comportamenti di risposta che sono stati, appunto, quelli che vanno sotto il nome di populismo, orientati a una sorta di rozzo “fai da te” informativo e da una passiva dipendenza operativa dal demagogo di turno.

Le persone che riempivano quelle piazze erano state oggetto, per anni, per decenni, di false narrazioni da parte di detentori del potere (di  ogni potere, privato e pubblico) che presentavano come progresso il regresso, come paradiso il deserto delle anime, come benessere il loro business. Per anni erano state vittime dei raggiri e delle malversazioni di Big Pharma (lo possiamo negare? Abbiamo dimenticato la grande truffa vaccinale sull’ “aviaria”, 62 morti accertati nel mondo, e la speculazione miliardaria sul Paraflu?). Per anni opere inutili e costose erano state spacciate come indispensabili. Per decenni crimini di stato erano stati occultati da apparentemente inappuntabili funzionari pubblici… Ma nello stesso tempo, nella struttura materiale delle loro vite (flessibili, destrutturate e sempre più liquide), nelle forme essenziali della loro esistenza, erano state private degli strumenti indispensabili per ragionarci sopra, per praticare l’arte difficile della separazione tra gli elementi di un fenomeno, cosicché oggi non ci possiamo stupire se non riescono più a distinguere tra la truffa sugli antidepressivi e la risorsa salvifica di un vaccino. Tra la farmacologia come business e quella come cura. O, più in generale, tra la vocazione a mentire del potere così come praticata sistematicamente in questi decenni, e la necessità di alcune (rare) decisioni razionali di quello stesso potere, a cui sarebbe autodistruttivo sottrarsi.

Intendiamoci, non si tratta (necessariamente) di ignoranza o di ottusità. Certo gli imbecilli evocati da Eco e appunto messi all’onor del mondo su scala allargata da internet erano tanti in quelle piazze. Ma accanto a loro c’era una miriade di alfabetizzati, a loro modo “informati”, anzi portatori di un’eccedenza di mobilitazione informativa, di accanimento cognitivo, ognuno convinto di una verità autoprodotta e refrattaria alla validazione oggettiva perché strutturalmente privati del concetto stesso di oggettività in un universo esistenziale in cui la soggettività individualizzata è rimasta l’ultimo e solo protagonista in terra.

Non sono un’enclave arretrata, una minoranza prodotta da un incidente di percorso dell’ipermodernità tecnicizzata. Sono al contrario il tipo umano più proprio dell’epoca della tecnica fattasi assoluta. Di un mondo in cui “non sappiamo più cos’è ‘il bello’, cos’ è ‘il buono’, cos’è ‘il giusto’, cos’è ‘il virtuoso’, cos’è ‘il santo’ cos’è il vero’” – per usare una citazione di Umberto Galimberti – perché l’unica misura di tutto è diventata solo e soltanto ‘l’utile’. E all’occhio di quella misura tutto è sottoposto. La sottomissione come la critica. L’adesione da servi contenti come l’opposizione da “chi non la beve” perché sa “cosa c’è dietro”.

In quell’opera capitale, degli anni ’50, che è L’uomo è antiquato, Gűnter Anders aveva descritto il trionfo del “fare” (che è l’operare secondo standard) sull’”agire” (che implica invece una rilevanza dei fini rispetto ai mezzi) nel mondo della tecnica; e soprattutto aveva denunciato l’ “asincronizzazione tra l’uomo e il mondo dei suoi prodotti, la distanza che si fa ogni giorno più grande” e per questo rende impossibile l’assunzione di responsabilità per il proprio operato (il farsi carico moralmente del rapporto tra mezzi e fini) e, insieme, impedisce quell’”adaequatio rei et intellectus” che permetteva in passato di approdare a una qualche idea di verità. Walter Benjamin, a sua volta aveva segnalato quell’ “indigenza di nuova specie” che è la perdita della capacità di far davvero esperienza in cui si rivela “una nuova forma di barbarie” nella modernità. E in forza della quale – proprio per la separazione che si compie tra l’esistenza e quella relazione riflessiva col mondo che è l’”esperienza” – il circuito ermeneutico si avvita irrimediabilmente su se stesso nella fuga infinita delle interpretazioni, senza riuscire alla fine ad approdare a null’altro che al solipsismo del soggetto vuoto come solitario testimone del (proprio) vero. Per non parlare di quel fondamentale concetto introdotto da Theodor Adorno col temine tedesco “Verblendungszusammenhang”, che letteralmente significa “contesto delirante” ma che in questo caso viene tradotto come “nesso d’accecamento”: il processo sistematico di “rimozione” dalla coscienza universale dei tratti più propri del modello di vita contemporaneo ovvero della sua sostanziale insostenibilità e della sua insopportabile crudeltà (verso il pianeta e l’umanità), che è appunto la forma estrema della condizione alienata nell’epoca della sua piena generalizzazione, e insieme l’ostacolo primo a un autentico processo conoscitivo.

Ora, messe tutte insieme queste linee di riflessione, convergono nella descrizione di una condizione mentale massificata (per lo meno nell’Occidente sviluppato) segnata dalla “disperazione culturale” (quel “cultural despair” segnalato come centrale nelle crisi degli anni Trenta in Europa) e dall’incapacità d’immaginare un qualche oltrepassamento del proprio “cattivo presente”: gli ingredienti più tipici di un tempo in cui l’alienazione (intesa in senso marxiano) ha compito per intero il suo giro, e si è posta come stato assoluto. In questa luce, l’impazzimento dei popoli a cui assistiamo (non solo nelle piazze No Pass, ma nei deliri da vittoria calcistica, nelle movide selvagge in stato pandemico, nell’accanimento consumistico in tempi di conclamata insostenibilità, ecc. ecc.), cessa di stupire per rivelare la sua “logica”. E non è che un ultimo, tragico paradosso, il fatto che chi più accanitamente rappresenta se stesso come antidoto a quell’alienazione (refrattario al “pensiero unico”, ultimo residuo di resistenza all’omologazione voluta dal potere), ovvero gli sconsiderati protagonisti delle piazze No Pass siano in realtà i più estremi rappresentanti di una condizione tanto alienata da non riuscire a cogliere la minaccia mortale al proprio bios da parte del virus. E non saper più distinguere tra la difesa di una libertà sostanziale (in primo luogo quella di vivere) e l’accanimento su un feticcio.

Per tutto questo – perché la cosa è dura e tetra, le sue radici profonde e di improbo rimedio – non dissolveremo le nuvole minacciose che salgono da quelle piazze con gli esorcismi o le deprecazioni. Tantomeno confondendoci con quelle figure istituzionali che hanno enormi responsabilità nell’aver scavato l’abisso che oggi le separa da pezzi consistenti di società sfarinata. Se un luogo c’è, per quelli come noi, per lavorare, è al livello del suolo, dove le vite si compiono o si perdono, e dove solo il ricupero di esperienze autentiche di relazione e di lavoro può frenare la caduta.

Emiliani: “Lombardi, una passione irrefrenabile”

Riccardo Lombardi, una passione irrefrenabile
di Vittorio Emiliani (20 settembre 2004)

La moglie Ena aveva un bel supplicare chi accompagnava Riccardo nei giri elettorali. Fatelo parlare poco, altrimenti gli torna il male ai polmoni. Nel 1930 Lombardi era stato arrestato dalla polizia fascista e scientificamente picchiato con sacchetti di sabbia bagnata ledendogli per sempre un polmone e spedendolo in sanatorio. Ma quando lui si trovava di fronte come capitò una sera al Sociale di Stradella una platea gremita, di giovani soprattutto, disegnava quei suoi affreschi planetari parlando anche una o due ore. Senza che nessuno si schiodasse dalla sedia. Tutti affascinati da quell’oratore alto, magro, un po’ curvo, che parlava con voce forte, sempre a braccio, citando a memoria dati e cifre. L’ingegner Lombardi era così. Irrefrenabile nella passione politica. Nella voglia di comunicare agli altri, ai più giovani soprattutto, passione, libertà di mente, ragionamento politico. E gli astanti avvertivano che dietro quel volto impossibile da immaginare senza occhiali, in quella testa incassata fra le spalle ossute, c’era il più totale disinteresse personale, una mancanza di cinismo persino disarmante.
Nonostante avesse lasciato la Sicilia ancora giovane (era nato a Regalbuto, in provincia di Enna nel 1901), all’inizio degli studi di Ingegneria completati al Politecnico di Milano, manteneva nel suo bel linguaggio, tecnico e immaginoso insieme, a volte tagliente, la cadenza isolana. Era severo, austero nelle espressioni morali e politiche, e però ironico e divertente nella quotidianità. Non certo l’uomo cupo e aggrondato che Indro Montanelli ha voluto sino alla fine descrivere. Nel privato, con noi, che stavamo fra i 20 e i 30 anni, era spesso allegro, spiritoso.
Non parlava quasi mai di sé. Si smitizzava volentieri. Pur essendo stato un attore importante della Resistenza a Milano per Giustizia e Libertà, primo prefetto politico della città nei giorni felici e terribili della Liberazione, non coltivava alcuna mitologia eroica di sé. Diversissimo in questo da Sandro Pertini che non amava né lui, né gli altri ex azionisti del Psi. Naturalmente ricambiato. Sapevamo noi che il prefetto Lombardi aveva sequestrato le industrie del latte per poter distribuire una quota minima dell’alimento a tutti o che aveva pure decretato l’arresto di tutti i grandi industriali, lestamente fuggiti in Svizzera. Al termine dell’esperienza aveva scritto un articolo in cui proponeva di abolire i prefetti.
Presenziava a riunioni di partito e di corrente anche modeste, periferiche, ascoltando fino a notte interventi tanto appassionati quanto sconclusionati a volte. Si accendeva la pipa o il prediletto mezzo toscano, e ascoltava, paziente. Per poi tirare le fila e dare senso politico a quel dibattito notturno. Sempre lucidamente. Era così anche nei comizi, mai di routine. Se permetti, prima andiamo a cena, mi faceva. Il menu era fisso: una specie di zuppa alla pavese con un uovo nel brodo, una piccata di vitello e un frutto. Con un bicchiere di buon rosso. Poi, in piazza o in teatro, avesse di fronte trenta o trecento persone, teneva il suo comizio impegnato, fervido, ricco di dati e di stimoli critici. Si capiva dalle sue diagnosi che, rispetto a Marx, aveva prediletto Schumpeter e Keynes. Mai un filo di retorica, ricco di esempi polemici, crepitante nell’argomentare. Sulla nazionalizzazione elettrica o sulla legge urbanistica.
Non si può governare col 51 per cento? Ma, caro, io avrei paura del 90 per cento, non del 51, mi disse una volta in aperta polemica con la diagnosi di Berlinguer sul rischio cileno che correva l’Italia degli anni 70 e che giustificava il compromesso storico. Era stato uno degli autonomisti determinanti nel portar fuori il Psi dalle secche frontiste, filo-comuniste. Relatore allo storico Congresso di Napoli. Era diventato leader della sinistra interna combattendo però lo spirito di scissione. Da autonomista di sinistra. La radice laica e liberalsocialista tornava fuori quando si parlava di Europa (in una sinistra italiana che aveva votato contro il Mec, o l’aveva ostacolato) o quando ci si batteva per i diritti civili, per il divorzio.
Allorché si spense Ferruccio Parri, tutti pensammo che Pertini avrebbe nominato senatore a vita, in suo luogo, un altro esponente azionista, un altro dirigente del Clnai, cioè Riccardo. Non lo nominò. Né lo invitò mai, credo, al Quirinale. Ma lui non se ne doleva proprio. Anzi ne ridacchiava con quel suo riso gorgogliante, vedendo confermato ciò che pensava da tempo. Del resto, era stato fugacemente ministro dei Trasporti nel primo governo De Gasperi, nel 46, e poi più nulla, nonostante le forti insistenze di tanti. Nel 1968 confermò questo disinteresse per il potere. Era successo che Eugenio Scalfari, candidato dal Psi a Torino e a Milano, fosse riuscito in entrambi i collegi e, nonostante il patto non scritto di optare in tal caso per Torino, fosse restio a lasciare Milano dove aveva più radici. In tal caso però escludeva Michele Achilli, urbanista meno che quarantenne, deputato da due legislature, vicinissimo a Riccardo. Ma cari compagni, che problema c’è? Mi dimetto io ed entra Achilli che è giovane e bravo, mentre io sono lì da tanti anni ( Mi annoio pure, mi aveva detto a parte). Non se ne parla nemmeno. Scalfari resta a Torino, tagliò corto Nenni. Guarda, Pietro, che io parlavo seriamente. E sottolineò la sincerità dell’affermazione col consueto riso. I posti, per lui, contavano poco o nulla. Contavano le idee. Purtroppo alcuni di quelli che aveva scelto come figli dovevano comportarsi in modo opposto. Lontanissimi da lui sempre accusato di essere troppo candido e politicamente presbite.

Penna: “IL MIO RICORDO DI FAUSTO VIGEVANI”

IL MIO RICORDO DI FAUSTO VIGEVANI

di Renzo Penna – 10 marzo 2021

Chi per primo mi ha parlato di Fausto Vigevani è stato, nei primissimi anni ’80, Guglielmo Cavalli, Segretario responsabile della Camera del Lavoro di Alessandria, socialista, la persona che più si è adoperata per favorire il mio impegno, a tempo pieno, nel sindacato.

Cavalli di Vigevani apprezzava, in particolare, le sue declinazioni del tema dell’unità: l’unità interna alla CGIL, quella dei soggetti presenti nel mondo del lavoro, l’unità sindacale e quella della sinistra. Fausto, quando nel novembre ’81 entra a far parte della segreteria Confederale, ha alle spalle otto anni nella categoria dei chimici, di cui gli ultimi quattro da Segretario generale.

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Bolognesi: “Matteotti, un riformista rivoluzionario”

Giacomo Matteotti, un riformista rivoluzionario

di Antonio Bolognesi

“Ho scoperto chi era veramente Giacomo Matteotti più di vent’anni fa per caso. A Ferrara su una bancarella fra i libri di storia mi attirò un titolo “Per Matteotti” e soprattutto l’autore Piero Gobetti. Di Matteotti allora avevo una conoscenza superficiale: il martire dell’antifascismo, il riformista turatiano. Ma la parola riformista anche allora non era tanto di moda nella sinistra e non solo fra i comunisti. Mi ricordo che Riccardo Lombardi, in una delle sue assemblee alla Galleria d’Arte Moderna di Torino, negli anni ’70 ci spiegò che lui non si considerava un riformista ma un riformatore. Come dire non c’entro niente con Turati e Matteotti e da lombardiano di ferro non potevo che condividere. Ma tornando alla bancarella non mi risultavano collegamenti fra i due grandi antifascisti e incuriosito lo comprai. Era un piccolo libro dal costo di 10.000 lire, che gelosamente conservo, e la cui lettura mi coinvolse fin dall’inizio.

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Tronti: “La questione salariale”

Di Leonello Tronti* – 17 gennaio 2021

“È dal primo gennaio 1991, quando entrò in vigore la seconda e definitiva disdetta della scala mobile da parte di Confindustria (presidente Sergio Pininfarina), che il potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori italiani è entrato in un tunnel di stagnazione di cui ancora oggi, ventotto anni dopo, non si intravede la fine. Quando nel luglio 1993 venne varato l’impianto di contrattazione delle retribuzioni a due livelli tuttora in vigore, la scala mobile fu definitivamente sostituita dal contratto nazionale di categoria (primo livello), che prevedeva una politica salariale d’anticipo basata sull’aggancio dei minimi contrattuali per qualifica a obiettivi di inflazione condivisi tra governo e parti sociali (dal 2009 su livelli di inflazione previsti, prima dall’Isae e ora dall’Istat). La possibilità che il potere d’acquisto dei salari crescesse veniva affidata alla contrattazione decentrata (secondo livello), che non è mai stata disponibile a più del 20-25% dei lavoratori delle imprese.

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Ferrari: “Innovazione tecnologica e Paolo Sylos Labini”

Quello che segue è il racconto di Sergio Ferrari sul suo rapporto con Paolo Sylos Labini e la discussione con lui avuta sull’innovazione tecnologica. L’intervento è stato pubblicato dall’Associazione dedicata a Sylos Labini (www.syloslabini.info) in occasione del centenario della nascita.

“Nel 1974 mi capitò, nel corso della mia attività all’ENEA, di essere incaricato di “mettere assieme” una serie di laboratori di natura scientifica completamente diversa – dalla chimica analitica, alla strumentazione elettronica, dai nuovi materiali al calcolo scientifico, alla robotica, ecc, ecc. Un totale di circa 800 persone, escluse quelle dedicate alla fusione nucleare, che inizialmente erano state inserite in quella operazione, ma che ben presto – e giustamente –  vennero staccate e rese autonome. Non sto a spiegare le motivazioni di un tale provvedimento, certamente non da me auspicato. Fatto stà che sin dall’inizio la domanda su che cosa avrei dovuto fare mi si pose con grande evidenza ma anche senza un precedente o un qualche riferimento a cui ispirarmi.

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Cofferati: “Il lavoro al tempo del Covid”

 

 

 

 

Intervista di Alessandro Mauriello a Sergio Cofferati da “tempi moderni” – 12 novembre 2020

La crisi da Covid sta cambiando il lavoro, con quale modalità e in quale direzione sta andando a suo avviso questo mutamento? Cosa dobbiamo aspettarci a breve per ciò che riguarda il mondo del lavoro?

Domanda molto difficile ma proviamo a rispondere analizzando il quadro d’insieme, e poi avendo come focus alcune dimensioni fondamentali per il sistema produttivo, per il carattere di interdipendenza dei fattori.

Ma andiamo con ordine, la crisi sarà credo dal punto di vista sistemico irreversibile, e non sappiamo quanto durerà, non possiamo fare previsioni; ma, ripeto, possiamo fare un ragionamento di sistema sul contesto in essere:

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Penna: “LA SANITA’ PUBBLICA: UN INVESTIMENTO, NON UN COSTO”

di Renzo Penna, 7 novembre 2020

Con l’impetuosa e, nelle dimensioni, imprevista ripresa del contagio sono numerosi i commentatori che, nel denunciare i ritardi, chiedono per quale ragione nei mesi estivi il Governo e, aggiungo, le Regioni non abbiano adottato tutti i provvedimenti necessari a mettere il Sistema Sanitario nelle condizioni di affrontare con minore affanno le conseguenze della pandemia.

L’impressione, però, è che molti trascurino ciò che è successo negli ultimi vent’anni, quando la Sanità pubblica nazionale è stata oggetto di un sistematico smantellamento perseguito con radicali tagli negli investimenti e nella progressiva riduzione del personale, sia medico che infermieristico. E a parlare sono i numeri: in Italia il rapporto tra spesa sanitaria e Prodotto interno lordo (Pil) è al 6,6%, tra i più bassi d’Europa. Tre punti meno di Germania (9,6%) e Francia (9,5%) e molto meno di Svezia (9,1), Olanda (8,2%) e Regno Unito (7,6). Solo Spagna e Grecia hanno una spesa inferiore alla nostra (rispettivamente 6.3% e 5,1%), insieme a diversi Paesi dell’Est. Persino nazioni come la Svizzera, con un sistema sanitario che in prevalenza si basa sul finanziamento privato, spendono per la sanità pubblica parecchio più di noi (7,7%).[1]

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Agostini: “La sconfitta alla Fiat”

Marcia dei 40mila, la sconfitta
alla Fiat non fu colpa di Lama

di Luigi Agostini 

Elias Canetti sostiene che quando le grandi forze non hanno qualcosa da dire, ricorrono alla celebrazione di qualche anniversario. Il grande scontro degli anni 80 tra Sindacato e Fiat non appartiene a questa serie di eventi celebrativi, sia per la fase che chiude che per la fase che apre. Da parte sindacale lo scontro è condotto dalla FLM, che ne uscirà ferita a morte: la FLM è stata il prototipo di una forma sindacale originale, il sindacato dei consigli; è stata l’esperienza di massa più ricca della storia d’Italia, tra il sindacalismo cristiano ed il sindacalismo di formazione diciamo marxista, almeno  nella parte più consapevole; è stata infine l’anima e la struttura del grande incontro tra le masse operaie e studentesche che, a partire dall’autunno caldo, ha sorretto il movimento sociale di più lunga durata del Paese.

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Giudice: “IL RIFORMISMO RIVOLUZIONARIO DI LOMBARDI”

di Giuseppe Giudice, 19 settembre 2020

Nell’anniversario della scomparsa di Riccardo Lombardi (18 settembre 1984).

“Diverse volte ho scritto sull’argomento. Oggi lo riprendo. Gaetano Arfè scriveva che Turati, Treves e soprattutto Matteotti, rifiutarono sempre l’attribuzione della pubblicistica rivolta a loro di essere riformisti. Pochi sanno che questi tre esponenti importanti del socialismo italiano, furono critici con il “revisionismo” di Bernstein . Non so neanche se Bernstein si definisse o meno riformista, ma questo è un altro discorso. In realtà la pubblicistica confondeva il riformismo con il gradualismo. Vale a dire l’ipotesi del superamento graduale del capitalismo verso il socialismo.

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