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Tronti: “SALARI, OCCUPAZIONE, PRODUTTIVITA’”

Di Leonello Tronti 26 dicembre 2021 (socialismoitaliano1892.it).

“La questione salariale in Italia è (finalmente) entrata sotto i riflettori del circo mediatico dopo un lungo, infinito, periodo di silenzio interessato. Lo ha fatto grazie anche – si sa – al lavoro di forte e documentata denuncia svolto per anni da validi ricercatori a titolo individuale e, più di recente, ripreso dal Sindacato, da alcune organizzazioni internazionali e persino da istituti di ricerca privati di provata fede governativa. I salari italiani sono bassissimi: il loro potere d’acquisto è fermo da trent’anni. Una vita o quasi. L’Ocse certifica che nei trent’anni tra il 1990 e il 2020 la retribuzione lorda media annua dei lavoratori italiani – unico caso tra i 35 paesi aderenti all’organizzazione – ha addirittura perso il 2,9 per cento del suo potere d’acquisto. Negli altri paesi le retribuzioni reali sono ovviamente aumentate, dal minimo del Giappone (+4,4 per cento) al massimo della Lituania (+276,3%). Questo è il nudo dato di fatto, semplicemente eclatante.

Sul perché dei trent’anni della questione salariale italiana abbiamo già scritto più volte, ma oggi vale la pena di riprendere il tema e di collocarlo in un contesto culturale più ampio, perché sembra che sia possibile avere un po’ più di attenzione. Inoltre, proprio perché del tema si comincia finalmente a discutere anche tra non specialisti, credo sia giunta l’ora di provare a sfatare tre gravi errori di valutazione, tre semplificazioni errate dell’argomento che circolano da decenni senza smentite nelle esternazioni della politica, degli accademici troppo vicini al potere e, purtroppo, anche di alcuni responsabili delle parti sociali.

Il primo e più grave errore è quello fondamentale della microeconomia marginalista, che teorizza che l’occupazione sia funzione inversa del livello dei salari, ovvero che la bassa occupazione si vinca bloccando o addirittura reprimendo la crescita salariale (che taluni si azzardano a definire “inflazione salariale” ogniqualvolta i salari accrescono il loro potere d’acquisto, senza tenere in alcun conto il contemporaneo andamento dei profitti e delle rendite). La contrapposizione tra occupazione e salari si basa su una visione statica e parziale dell’equilibrio dell’impresa, che nel contesto dell’intera economia non si può evitare di dichiarare profondamente errata. Se per la singola impresa il lavoro rappresenta esclusivamente un costo (a meno che, come nel caso di Henry Ford, i lavoratori non siano al tempo stesso acquirenti del loro prodotto), il suo equilibrio economico dipende però, più che dalle retribuzioni dei suoi dipendenti, da quelle degli altri lavoratori (o delle loro famiglie) che – ovunque lavorino – acquistano i suoi prodotti.

Si tratta di un gioco di difficile soluzione, che spinge l’impresa minimizzatrice dei costi da un lato a comprimere i salari dei propri dipendenti, ma dall’altro a sperare che (come avevano ben compreso prima Adam Smith e poi Karl Marx) le altre imprese facciano esattamente l’opposto, in modo che molti siano i lavoratori che possono acquistare i suoi prodotti ad un prezzo adeguato. Per l’insieme delle imprese la soluzione di questo gioco non può che essere un salario compreso tra il minimo accettato dai lavoratori e il massimo che ciascuna impresa desidererebbe che le altre imprese (ma non la propria) pagassero. Un compromesso, certamente non ottimale, ma comunque ben diverso dalla compressione senza fine di tutti i salari che, come da anni ammonisce Larry Summers (ex ministro dell’economia di Bill Clinton – insomma, non proprio un bolscevico), porta alla “stagnazione secolare” dell’intera economia.

Per liberarsi dall’incantesimo marginalista e comprendere meglio il ruolo dei salari nell’economia e, in particolare, il rapporto tra salari e occupazione, bisogna anzitutto riconoscere che la domanda di lavoro è una domanda derivata: una domanda che non esiste da sola (non dipende dalla buona volontà delle imprese), ma riflette invece la domanda che si rivolge ai beni e servizi che le imprese nazionali possono produrre, per acquirenti interni (domanda interna al netto delle importazioni) o internazionali (esportazioni). Ora, l’entità della domanda interna netta e la sua crescita – che nonostante la globalizzazione restano e devono restare gli elementi fondamentali dell’economia – dipendono in misura determinante proprio dal potere d’acquisto delle retribuzioni (e delle pensioni). Per questo la crescita dell’economia si regge in gran parte su quella della remunerazione del lavoro, presente o passato; ovvero, detto in altri termini, su quanta parte del prodotto del proprio lavoro i lavoratori stessi possono comprare.

Veniamo dunque al secondo errore di valutazione, tanto diffuso da essere stato interiorizzato quasi inconsapevolmente da tutti i commentatori che si occupano di salari e redditi. Come dicevamo, la domanda di lavoro dipende dalla domanda interna netta e da quella internazionale (esportazioni). Ci sono dunque due frontiere lungo le quali si dispiega la competizione tra il lavoro nazionale e quello estero: la prima è quella delle importazioni, cioè di quali e quanti beni gli italiani preferiscono comprare all’estero perché caratterizzati da un miglior rapporto qualità/prezzo o semplicemente perché in Italia non si producono. In larga misura le importazioni sono sostitutive di lavoro italiano, ovvero sostituiscono beni che potrebbero essere prodotti in Italia ma non sarebbe conveniente produrre; mentre in misura minore non sono sostitutive perché si tratta di beni che in Italia non vengono prodotti (o, se lo sono, si producono in quantità insufficienti), e non potrebbero nemmeno essere prodotti. La seconda frontiera è quella delle esportazioni. In questo caso la linea di conflitto è quella della concorrenza globale tra i beni prodotti in Italia e quelli prodotti in qualunque altra parte del mondo, secondo una logica che, in ogni paese, riproduce quella che abbiamo descritto per le importazioni in Italia.

In entrambi i casi la competitività di prezzo (che si basa in parte ma non in tutto, lo vedremo dopo, sul costo del lavoro e dunque sui salari) è un elemento indubbiamente molto importante, sia per mantenere l’ampiezza della domanda interna soddisfatta da produzioni italiane, sia per assicurare la domanda estera dei beni prodotti in Italia. Dunque, per l’esito della competizione con i prodotti esteri, sul mercato interno come su quello internazionale, il peso dei salari e del costo del lavoro sui beni e servizi italiani è senza dubbio un elemento strategico, che condiziona il livello dell’occupazione del settore esportatore. Ma, attenzione: nonostante l’Italia dal 2012 sia in avanzo commerciale (cioè esporti più di quanto importa), e dal 2015 l’avanzo oscilli tra i 40 e i 50 miliardi di euro l’anno, il settore esportatore produce meno di un terzo del prodotto lordo. Anche qui, dunque, ci troviamo di fronte ad un gioco la cui soluzione ottimale non è semplice.

I salari dovrebbero essere minimi nel settore esportatore e in quello in concorrenza con le importazioni, così da assicurare la convenienza di costo dei prodotti italiani rispetto ai concorrenti; ma, all’opposto, dovrebbero essere massimi in quello che produce beni che consumano gli italiani – la domanda interna netta, che vale all’incirca il 70 per cento del prodotto – in modo da assicurare il massimo tasso di crescita della quota di domanda complessiva comandata dai salari e, con essa, dell’economia e della stessa occupazione.

È chiaro che, anche in questo caso, poiché non è possibile fissare salari troppo differenziati tra il settore esportatore e quello interno (le differenze ci sono, e molto elevate, ma non dipendono da un obiettivo di massimizzazione del benessere), la soluzione del gioco è subottimale, di compromesso tra il minimo accettabile e il massimo desiderabile. Si può aggiungere che al gioco interno all’Italia si dovrebbe aggiungere una terza dimensione, quella del salario dei lavoratori dei paesi concorrenti, che la soluzione ottimale vorrebbe fosse il massimo possibile, così da abbattere la competitività di prezzo con i prodotti italiani sul mercato internazionale.

Veniamo quindi all’ultimo errore della valutazione comune della questione salariale, quello riferito al ruolo della produttività. Non si tratta, in effetti, che dell’altra faccia della medaglia, perché per nessun tipo di lavoro il salario è alto o basso in assoluto, ma lo è in rapporto alla produttività di quel lavoro: il valore del lavoro è più o meno elevato a seconda del valore che produce. La produttività è, in altri termini, la variabile chiave dello sviluppo economico ed è legata a doppio filo con i salari. È infatti nel rapporto dinamico tra salari e produttività che si gioca il terzo e più difficile gioco della questione salariale: se il sindacato non vuole incidere sui profitti delle imprese, deve mantenere gli aumenti salariali al di sotto della crescita della produttività.

Ma la crescita della produttività non viene né da Marte né dal laboratorio di Archimede Pitagorico: se si escludono le innovazioni che si dimostrano davvero game changer, capaci di cambiare in modo radicale i processi produttivi, le imprese (che solo in minima parte sono guidate da imprenditori schumpeteriani, innovatori ferventi), e specialmente quelle di piccola e piccolissima dimensione (che sovrabbondano in Italia), non assumono il rischio di finanziare esperimenti innovativi che potrebbero aumentare la produttività del lavoro a meno che la stessa frusta salariale (termine utilizzato dai coniugi Webb, fondatori del movimento fabiano, e più recentemente ripreso da Paolo Sylos Labini) non li obblighi a farlo mettendone a rischio la sopravvivenza. In altri termini, il gioco del rapporto tra produttività e salari è, in essenza, che i salari non possono crescere più della produttività se non intaccando i profitti delle imprese, ma le imprese non vogliono investire in innovazioni che aumentano la produttività a meno che una pressione salariale sui profitti non li induca a farlo, pena la sopravvivenza stessa dell’impresa.

La soluzione “classica” di questo gioco è la cosiddetta “regola aurea” delle politiche salariali, che fino agli anni dell’aggancio all’euro era di comune dominio del sindacato. I contratti fissavano incrementi salariali nella stessa misura della produttività, o magari anche qualcosa in più, e le imprese regolavano gli investimenti in innovazione per evitare di compromettere i profitti. La regola aurea è stata abbandonata negli anni ’90 del secolo scorso quando l’Italia, messa a confronto con i paesi europei più avanzati, si è accorta che aveva pochi occupati dipendenti e, in particolare, poche donne occupate. Da allora è prevalsa una diversa soluzione del gioco, che si trova in qualche modo codificata nel protocollo Ciampi di riforma del modello contrattuale del 1993: i lavoratori accettano una regolazione stringente dei salari (che, come si vedrà dopo qualche anno, inchioderà i salari per trent’anni al potere d’acquisto del 1993); le imprese, in cambio, dovrebbero investire i risparmi sui salari per fare tutti gli ammodernamenti necessari a sviluppare tecnologicamente le imprese e mettere così l’economia in grado di sostenere adeguatamente l’urto della concorrenza nel mercato unico europeo e, più ancora, nel mercato mondiale globalizzato, mantenendo e anzi possibilmente ampliando l’occupazione.

Questa soluzione del gioco, però, ha funzionato poco e male, perché è purtroppo sbagliata. In mancanza della frusta salariale, la produttività è cresciuta poco (i dati sulla sua crescita di lungo periodo, da poco aggiornati dall’Istat, sono a dir poco disperanti). I salari reali sono semplicemente rimasti al palo e l’occupazione anche, seppure oggi dispersa tra mille diverse tipologie di lavoro flessibile, precario e nero: nel 2019 25,5 milioni di occupati (nel 2008 25,4), ma con un monte annuo di 1.710 ore lavorate per occupato contro 1.807 (e negli anni precedenti erano anche più).

In sintesi, per giocare bene il gioco dello sviluppo è dunque necessario tenere presente:

1) che l’economia cresce se cresce il potere d’acquisto dei salari, altrimenti ristagna;

2) che per tenere il passo con la concorrenza globale non basta tenere basso il costo del lavoro (cosa che rispetto al punto 1 si dimostra controproducente), ma bisogna fare innovazioni e produttività (un obiettivo in cui la mano pubblica è elemento indispensabile, oggi più che mai);

3) che la concorrenza non basta a stimolare la crescita della produttività – specie in un mercato interno polverizzato, come quello italiano, in una miriade di piccole e piccolissime imprese – ma sono necessarie tanto la frusta salariale e un sistema di relazioni industriali in grado di gestirla in modo adeguato, quanto una mano pubblica programmatrice, che favorisca la creazione dell’innovazione e spinga le imprese ad adottarla. Lo strumento indispensabile perché il sistema di relazioni industriali accompagni questa terza soluzione è che la contrattazione si trasformi in programmazione concertata dello sviluppo, a livello tanto nazionale quanto settoriale, territoriale e aziendale. L’attuazione del PNRR è un ottimo momento per intraprendere senza tentennamenti questo cammino.

Penna: “55° RAPPORTO CENSIS: UNA SOCIETA’ INGIUSTA E “IRRAZIONALE””

55° RAPPORTO CENSIS: UNA SOCIETA’ INGIUSTA E “IRRAZIONALE” – di Renzo PENNA

Il 55° Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese sta facendo molto discutere per la parte relativa agli elementi di “irrazionalità” che una quota non piccola di italiani manifesta. Rimanendo su temi di pregnante attualità, quasi il 6% (circa 3 milioni di persone) pensa che il Covid non esista, per il 10,9% il vaccino è inutile e inefficace, mentre il 12,7% ritiene che la scienza produca più danni che benefici. Avendo seguito un poco le rivendicazioni, i proclami e le proteste dei no-vax, debbo confessare che mi sarei aspettato anche risultati con percentuali maggiori. In ogni caso un fenomeno, quest’ultimo, che non riguarda solo il nostro Paese, ma, e in maniera maggiore, tutte le nazioni del cosiddetto “mondo sviluppato”. Il Rapporto osserva, poi, una poco ragionevole disponibilità dei cittadini nel credere a superstizioni, teorie infondate e speculazioni complottiste: il 5,8% è sicuro che la Terra sia piatta e il 10% è convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna. Ma una più cospicua e, anche per questo, pericolosa parte di connazionali, il 39,9%, condivide la teoria del “gran rimpiazzamento”, cioè della sostituzione etnica: identità e cultura nazionali spariranno per l’arrivo degli immigrati, portatori di una demografia dinamica rispetto agli italiani che non fanno più figli, e tutto ciò accade per interesse e volontà di presunte élite globaliste.

Le manifestazioni irrazionali degli italiani, naturalmente, sottendono profonde ragioni di natura sociale ed economica ed è a queste che i capitoli del 55° Rapporto dedicano analisi e prospettano possibili soluzioni. Di particolare interesse quelli che si occupano di “lavoro, professionalità, rappresentanze” e del “sistema di welfare”.

La fuga nell’irrazionale è sovente l’esito di aspettative soggettive, ancorché legittime, rimaste insoddisfatte. Infatti, l’81% degli italiani ritiene molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, energie e risorse profuso nello studio. Il 35,5% è convinto che non conviene impegnarsi per laurearsi, conseguire master e specializzazioni, per poi ritrovarsi con guadagni minimi e rari attestati di riconoscimento.

Per la maggioranza si viveva meglio nel passato

Per i due terzi degli italiani (il 66,2%) nel nostro Paese si viveva meglio in passato. Per il 51,2%, malgrado il robusto rimbalzo del Pil di quest’anno, non torneremo più alla crescita economica e al benessere della seconda metà del secolo scorso. Il Pil dell’Italia era cresciuto complessivamente del 45,2% in termini reali nel decennio degli anni ’70, del 26,9% negli anni ’80, del 17,3% negli anni ’90, poi del 3,2% nel primo decennio del nuovo millennio e dello 0,9% nel decennio pre-pandemia, prima di crollare dell’8,9% nel 2020. Negli ultimi trent’anni di globalizzazione, tra il 1990 e oggi, l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite: -2,9% in termini reali rispetto al +33,7% in Germania e al +31,1% in Francia. Un arretramento che non si è verificato neppure in Grecia e in Spagna. L’82,3% degli italiani pensa di meritare di più nel lavoro e il 65,2% nella propria vita in generale. Il 69,6% si dichiara molto inquieto pensando al futuro, e il dato sale al 70,8% tra i giovani. Solo il 15,2% degli italiani ritiene che dopo la pandemia la propria situazione economica sarà migliore. Per la maggioranza (il 56,4%) resterà uguale e per un consistente 28,4% peggiorerà.

Per quanto attiene alla domanda e all’offerta di lavoro, quasi un terzo degli occupati possiede al massimo la licenza media. Sono 6,5 milioni nella classe di età 15-64 anni. Anche tra i poco meno di 5 milioni di occupati di 15-34 anni quasi un milione ha conseguito al massimo la licenza media (il 19,2% del totale), 2.659.000 hanno un diploma (54,2%) e 1.304.000 sono laureati (26,6%). Considerando gli occupati con una età di 15-64 anni, la quota dei diplomati scende al 46,7% e quella dei laureati al 24,0%. Un’occupazione povera di capitale umano, una disoccupazione che coinvolge anche un numero rilevante di laureati e offerte di lavoro non orientate a inserire persone con livelli di istruzione elevati indeboliscono la motivazione a fare investimenti nel capitale umano. Non a caso l’83,8% degli italiani ritiene che l’impegno e i risultati conseguiti negli studi non mettono più al riparo i giovani dal rischio di dover restare disoccupati a lungo.

 La pandemia ha accresciuto le diseguaglianze e il bisogno di welfare

Nella pandemia sono aumentale le diseguaglianze e si è registrato un picco di nuove povertà. Nel 2020 due milioni di famiglie italiane vivono in povertà assoluta, con un aumento rilevante rispetto al 2010, quando erano 980.000: +104,8%. L’aumento è sostenuto soprattutto al Nord (+131,4%), rispetto alle aree del Centro (+67,6%) e del Sud (+93,8%). Tra le famiglie cadute in povertà assoluta durante il primo anno di pandemia, il 65% risiede al Nord, il 21% nel Mezzogiorno, il 14% al Centro. Il disagio sociale ha assunto anche forme inedite, materializzandosi nel rapporto non sempre facile con il digitale sperimentato da quote significative della popolazione. In Italia cinque milioni di lavoratori percepiscono un salario inferiore ai 10 mila euro lordi l’anno. Tra disoccupati e inattivi si contano quattro milioni di persone. Tre milioni sono precari, 2,7 milioni i part time involontari. Di fronte a questa situazione nei partiti del centro sinistra ci si è “sorpresi” per il fatto che CGIL e UIL hanno deciso uno sciopero generale contro le misure del governo che accentuano le diseguaglianze, non affrontano la precarietà nel lavoro e rinviano per giovani e anziani la riforma delle pensioni.

Sotto il profilo sanitario il perdurare delle incertezze legate al protrarsi dell’infezione da Covid ha richiamato, e non poteva che essere così, una maggiore attenzione dei cittadini nel confronti del Servizio sanitario che il 77% valuta adeguato. Ma, accanto al riconoscimento dell’eccezionale sforzo compiuto, stanno maturando nuove aspettative sulla sanità post-Covid. Il 94% della popolazione ritiene indispensabile avere sul territorio strutture sanitarie di prossimità, con medici di medicina generale, specialisti e infermieri cui potersi rivolgere in caso di bisogno e il 93,2% chiede un incremento stabile dei finanziamenti pubblici. Si tratta, nella sostanza, di una rivalutazione dei  principi e degli indirizzi della riforma del Servizio Sanitario Nazionale del 1978. Un servizio pubblico universalistico che basava la sua efficacia sui dipartimenti di prevenzione. Impianto che il vento liberista, l’aziendalizzazione degli ospedali e lo spostamento di enorme quote di soldi pubblici verso il privato convenzionato ha stravolto. Aspettative cui toccherà adesso, al governo e alla politica, dare risposte convincenti, anche perché la pandemia ha accentuato il senso di vulnerabilità degli italiani. Il 40,3% si sente insicuro pensando alla propria salute e alla futura necessità di dover ricorrere a prestazioni sanitarie; il 33,9% non si sente protetto rispetto a un’eventuale condizione di non autosufficienza; il 27,4% teme la disoccupazione e le relative difficoltà reddituali ed è preoccupato dal tenore di vita che potrà permettersi nella vecchiaia.

Un risvolto positivo: la riscoperta della solidarietà

In un contesto insicuro ed incerto nei confronti del futuro qualche segnale positivo viene dalla riscoperta della solidarietà, caratteristica propria dei tempi difficili che stiamo attraversando. Un terzo degli italiani ha, infatti, partecipato a iniziative di solidarietà legate all’emergenza sanitaria, aderendo alle raccolte di fondi per associazioni non profit, per la Protezione civile o a favore degli ospedali. Quasi un terzo di coloro che si sono attivati ha, poi, svolto in prima persona attività gratuita in associazioni di volontariato impegnate nella lotta al Covid.

Renzo Penna

Alessandria, 18 dicembre 2021

 

    

 

 

Fermiamo le delocalizzazioni

FERMIAMO LE DELOCALIZZAZIONI

 3 settembre 2021

Sul tema delle delocalizzazioni industriali praticato con grande spregiudicatezza da fondi finanziari internazionali che non hanno nessun interesse ai valori del lavoro e alle stesse produzioni, ma puntano solo a massimizzare i profitti degli azionisti pubblichiamo il documento di indirizzo per una legge contro le delocalizzazioni redatto da un gruppo di giuslavoristi tra cui vari Giuristi Democratici, approvato dall’assemblea permanente delle lavoratrici e dei lavoratori Gkn

L’assemblea permanente delle lavoratrici e dei lavoratori Gkn ha votato e fatto proprio il seguente documento di indirizzo per una legge contro le delocalizzazioni, redatto dal gruppo dei giuslavoristi intervenuto il 26 agosto di fronte ai cancelli. Nessuna legge sulle nostre teste, ma una legge che sia scritta con le nostre teste. Siamo pronti a presentare il testo di legge, ad arricchirlo sui cancelli di ogni azienda, a sostenerlo nelle piazze.

#insorgiamo

FERMIAMO LE DELOCALIZZAZIONI

Delocalizzare un’azienda in buona salute, trasferirne la produzione all’estero al solo scopo di aumentare il profitto degli azionisti, non costituisce libero esercizio dell’iniziativa economica privata, ma un atto in contrasto con il diritto al lavoro, tutelato dall’art. 4 della Costituzione. Ciò è tanto meno accettabile se avviene da parte di un’impresa che abbia fruito di interventi pubblici finalizzati alla ristrutturazione o riorganizzazione dell’impresa o al mantenimento dei livelli occupazionali Lo Stato, in adempimento al suo obbligo di garantire l’uguaglianza sostanziale dei lavoratori e delle lavoratrici e proteggerne la dignità, ha il mandato costituzionale di intervenire per arginare tentativi di abuso della libertà economica privata (art. 41, Cost.).Alla luce di questo, i licenziamenti annunciati da GKN si pongono già oggi fuori dall’ordinamento e in contrasto con l’ordine costituzionale e con la nozione di lavoro e di iniziativa economica delineati dalla Costituzione. Tale palese violazione dei principi dell’ordinamento, impone che vengano approntati appositi strumenti normativi per rendere effettiva la tutela dei diritti in gioco. Per questo motivo è necessaria una normativa che contrasti lo smantellamento del tessuto produttivo, assicuri la continuità occupazionale e sanzioni compiutamente i comportamenti illeciti delle imprese, in particolare di quelle che hanno fruito di agevolazioni economiche pubbliche. Tale normativa deve essere efficace e non limitarsi ad una mera dichiarazione di intenti. Per questo motivo riteniamo insufficienti e non condivisibili le bozze di decreto governativo che sono state rese pubbliche: esse non contrastano con efficacia i fenomeni di delocalizzazione, sono prive di apparato sanzionatorio, non garantiscono i posti di lavoro e la continuità produttiva di aziende sane, non coinvolgono i lavoratori e le lavoratrici e le loro rappresentanze sindacali. Riteniamo che una norma che sia finalizzata a contrastare lo smantellamento del tessuto produttivo e a garantire il mantenimento dei livelli occupazionali non possa prescindere dai seguenti, irrinunciabili, principi.

  1. A fronte di condizioni oggettive e controllabili l’autorità pubblica deve essere legittimata a non autorizzare l’avvio della procedura di licenziamento collettivo da parte delle imprese.
  2. L’impresa che intenda chiudere un sito produttivo deve informare preventivamente l’autorità pubblica e le rappresentanze dei lavoratori presenti in azienda e nelle eventuali aziende dell’indotto, nonché le rispettive organizzazioni sindacali e quelle più rappresentative di settore.
  3. L’informazione deve permettere un controllo sulla reale situazione patrimoniale ed economico-finanziaria dell’azienda, al fine di valutare la possibilità di una soluzione alternativa alla chiusura.
  4. La soluzione alternativa viene definita in un Piano che garantisca la continuità dell’attività produttiva e dell’occupazione di tutti i lavoratori coinvolti presso quell’azienda, compresi i lavoratori eventualmente occupati nell’indotto e nelle attività esternalizzate.
  5. Il Piano viene approvato dall’autorità pubblica, con il parere positivo vincolante della maggioranza dei lavoratori coinvolti, espressa attraverso le proprie rappresentanze. L’autorità pubblica garantisce e controlla il rispetto del Piano da parte dell’impresa.
  6. Nessuna procedura di licenziamento può essere avviata prima dell’attuazione del Piano.
  7. L’eventuale cessione dell’azienda deve prevedere un diritto di prelazione da parte dello Stato e di cooperative di lavoratori impiegati presso l’azienda anche con il supporto economico, incentivi ed agevolazioni da parte dello Stato e delle istituzioni locali. In tutte le ipotesi di cessione deve essere garantita la continuità produttiva dell’azienda, la piena occupazione di lavoratrici e lavoratori e il mantenimento dei trattamenti economico-normativi. Nelle ipotesi in cui le cessioni non siano a favore dello Stato o della cooperativa deve essere previsto un controllo pubblico sulla solvibilità dei cessionari.
  8. Il mancato rispetto da parte dell’azienda delle procedure sopra descritte comporta l’illegittimità dei licenziamenti ed integra un’ipotesi di condotta antisindacale ai sensi dell’art. 28 l. 300/1970

Riteniamo che una normativa fondata su questi otto punti e sull’individuazione di procedure oggettive costituisca l’unico modo per dare attuazione ai principi costituzionali e non contrasti con l’ordinamento europeo. Come espressamente riconosciuto dalla Corte di Giustizia (C-201/2015 del 21.12.2016) infatti la “circostanza che uno Stato membro preveda, nella sua legislazione nazionale, che i piani di licenziamento collettivo debbano, prima di qualsiasi attuazione, essere notificati ad un’autorità nazionale, la quale è dotata di poteri di controllo che le consentono, in determinate circostanze, di opporsi ad un piano siffatto per motivi attinenti alla protezione dei lavoratori e dell’occupazione, non può essere considerata contraria alla libertà di stabilimento garantita dall’articolo 49 TFUE né alla libertà d’impresa sancita dall’articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE”. Riteniamo altresì che essa costituisca un primo passo per la ricostruzione di un sistema di garanzie e di diritti che restituisca centralità al lavoro e dignità alle lavoratrici e ai lavoratori.

Per permettere una ponderata valutazione degli interessi incisi dal testo dell’atto legislativo in cantiere riteniamo necessaria ed immediata una sospensione da parte del Governo delle procedure di licenziamento ex l. 223/91 ad oggi avviate dalle imprese.

Documento redatto da

Danilo Conte, Giovanni Orlandini, Paolo Solimeno, Massimo Capialbi, Pier Luigi Panici, Silvia Ventura, Giulia Frosecchi, Marzia Pirone, Francesca Maffei

Approvato dall’assemblea permanente delle lavoratrici e dei lavoratori Gkn

 

Lettera di Riccardo Lombardi a Salvador Allende  

Lettera di Riccardo Lombardi a Salvador Allende

 Nei prossimi giorni ricorre l’anniversario della morte dei compagni Salvador Allende e Riccardo Lombardi. Il professore Giovanni Scirocco* li ricorda con una lettera (proveniente dalle carte di Riccardo Lombardi presso la Fondazione di studi storici Filippo Turati di Firenze) scritta nel luglio 1971 da Lombardi ad Allende. La lettera non fu spedita, ma riveste un notevole interesse, non solo per il ricordo di questi due straordinari compagni e della loro lotta per il socialismo.

11 settembre 2021

Riccardo Lombardi a Salvador Allende, 28 luglio 1971

Caro compagno presidente,

Il prossimo viaggio in Cile del compagno Moreno mi offre la possibilità di anticipare per lettera alcune considerazioni che stanno alla base del vivissimo e preminente interesse che non solo io e i miei compagni della Sinistra socialista, ma tutto il psi hanno per l’esperienza da voi guidata nel Cile. Tale interesse sarebbe del tutto astratto è privo di conseguenze politiche se esso si limitasse alla constatazione di una rilevante correlazione (anche se forse non sarebbe esatto parlare di identità) ideologica. Questa ultima infatti, che nel passato anche recente, cioè durante la sciagurata esperienza dell’unificazione socialista, poteva e doveva essere messa legittimamente in dubbio, appare oggi, anche sotto l’impulso determinante della sinistra Socialista, come una realtà che ha via via guadagnato tutto il partito e ne informa, sia pure con qualche residua contraddizione, la prospettiva e la strategia. La correlazione e la omogeneità invece dipendono soprattutto dalla constatazione che pur nelle grandissime differenze di situazioni sociali, ovvia conseguenza di una diversa storia, i problemi di prospettiva, di strategia e forse anche di tattica che il Partito Socialista cileno si trova ad affrontare Oggi sotto la vostra guida, sono fondamentalmente gli stessi che il psi, anzi la sinistra classista italiana, si trova ad affrontare oggi o a proporsi come prospettiva non storica è lontana, ma politica e perciò ravvicinata. Questi problemi si riassumono sostanzialmente in quelli che pone il passaggio graduale ma risoluto al socialismo in una società capitalistica; ma questo, che è un problema generale di paesi capitalistici fino a oggi storicamente non risolto, ha una sua specificità nella situazione italiana, specificità che avvicina molto le soluzioni possibili in Italia a quelle possibili in Cile. Difatti, l’Italia, pur appartenendo globalmente ormai all’area dei paesi capitalisticamente sviluppati, presenta tuttavia zone non marginali di sottosviluppo ove dominano situazioni di paleocapitalismo, di precapitalismo o addirittura di Feudalesimo, e basta accennare a questo – del resto universalmente noto – fatto, per comprendere come la situazione che voi affrontate nel Cile, pur non identica, presenti aspetti e problemi abbastanza simili, pur con dimensioni diverse, a quella italiana.

Anche in Italia la classe operaia è non solo minoritaria, ma concentrata in zone delimitate, certo non nella stessa misura che da voi, ma tuttavia in misura tale da creare un grosso problema politico e sociale; anche in Italia l’esistenza nella società di Grossi strati intermedi di piccola e media borghesia in parte inserita nella produzione capitalistica avanzata e perciò accessibile (ma non ancora acceduta, se non parzialmente) ad una solidarietà con la classe operaia ed in parte invece, la più rilevante, a carattere parassitario e subalterno, crea problemi per la sinistra analoghi, anche se ancora una volta di dimensioni diverse, a quelli esistenti nel vostro paese; anche in Italia una massa confusa e disperata di sottoproletariato, parte del quale in corso di inserimento nelle nuove attività industriali, crea la minaccia permanente di offrire, con la sua protesta politicamente non egemonizzata, una base a possibili e sempre minacciose tentazioni autoritarie e fasciste; anche da noi, nelle grandi città industriali, l’addestramento periferico di lavoratori provenienti dalla campagna crea problemi economici, politici e sociali che nel Cile sappiamo bene avere raggiunto il massimo di acuità.

Diversi, invece, almeno nei loro aspetti di breve periodo sono i problemi connessi al influenza economica e politica dell’imperialismo che sappiamo bene configurarsi nel Cile e in tutto il Sud America in condizioni tali da costituire il problema prioritario, non risolto il quale nessuno dei problemi interni economici e politici potrà esserlo.

La situazione italiana è certamente diversa dato che la colonizzazione americana si serve di strumenti più indiretti e sofisticati che non siano quelli diretti e brutali, classici nel sud America.

Tuttavia, pur nella difformità delle situazioni, esistono problemi di lotta comune per l’indipendenza, con strumenti diversi: Ritengo che la diversità delle situazioni, sotto questo aspetto, offre possibilità positive di azioni coordinate differenti ma convergenti allo stesso fine e che potrebbe consentire una articolata concentrazione di sforzi diretti ad attaccare l’obiettivo dei diversi lati, alcuni dei quali più accessibili a voi nel sud America, altri più accessibili a noi europei.

Non voglio dilungarmi sulla gamma di considerazioni, lo ripeto, non solo astratte ed ideologiche ma politiche che la situazione suggerisce e sulle conseguenze operative da trarne; concordo perciò ampiamente con il compagno Moreno sull’utilità, direi sulla necessità che il contatto fra i nostri due partiti non sia occasionale, e direi così rituale, ma posso concretarsi in modo continuativo ed assumere manifestazioni non tanto celebrative e propagandistiche, quanto politiche ed operative su tutti i terreni, ivi compreso quello della soluzione dei problemi economici che sappiamo benissimo essere oggi nel vostro paese il punto più esaltante del vostro programma, ma anche il fianco più esposto all’attacco dell’imperialismo, e perciò richiede un apprestamento difensivo che certamente una solidarietà internazionale organizzata può concorrere a formare.

Desidero ricordare, non fosse altro per memoria, l’acuto problema del controllo e della neutralizzazione del potenziale reazionario e fascista annidato in gangli essenziali dello Stato (esercito, polizia, magistratura, burocrazia) senza di che ogni avanzata anche graduale e legale verso forme di socialismo rimarrebbe precaria (ragione per cui seguiamo con ansia lo svolgersi della vostra esperienza, specie nell’attuale fase); nonché i problemi dell’inserimento economico internazionale che certamente si configurano i nostri due paesi in maniera differente, ma che consente interpretazioni non divergenti: Per noi si tratta di provare un esperimento socialista probabilmente limitato a un solo paese immerso in un oceano di capitalismo avanzato, per voi Il problema è forse più semplice, ma non perciò più facile. A tutti questi fini ci stiamo adoperando per sollecitare un’attenzione meno distaccata e occasionale degli organi dirigenti del PSI verso i problemi dell’America del Sud è più esattamente di quello fra questi paesi, cioè il Cile, ove si svolge l’esperimento per noi più interessante e il cui successo è strettamente legato al successo o al fallimento della prospettiva politica che ci poniamo in Italia. Con il compagno Moreno, al suo ritorno, elaboreremo un programma per dare inizio e articolazione alle iniziative sopra accennate, che penso debba avere un momento pregiudiziale in un contatto approfondito fra dirigenti dei due partiti.

Accogliate, caro compagno, i saluti più cordiali

Riccardo Lombardi

* Professore associato di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Lingue, letterature straniere e comunicazione dell’Università degli studi di Bergamo

Revelli: “Piazze malate”

Piazze malate (quando la “cultura del sospetto” si fa Pop)

26-07-2021 – di: Marco Revelli (volerelaluna.it)

A volte i popoli impazziscono. O impazziscono piccole porzioni di popolo, come quelle che si sono ritrovate nelle piazze in questi giorni, segno di tempi deragliati. Indecifrabili nella loro composizione scomposta, con i leghisti e i fascisti mescolati ai bene-comunisti, ai dentisti e agli apprendisti o ai giuristi d’assalto, incarnazione di un’eterogeneità sociale accomunata solo dall’assurdità di una pretesa irricevibile: dalla rivolta contro un provvedimento-simbolo come il Green Pass che in tempi di pandemia mortale appare mera proposta di buon senso e senza dubbio male minore, e che invece viene identificato come attentato a una libertà confusa con l’affermazione dell’assoluto diritto al proprio personale capriccio. Espressione, a sua volta, della rottura di ogni principio di responsabilità nei confronti degli altri, del loro ben più sostanziale (e costituzionalmente sancito) diritto alla salute e alla sopravvivenza, come se l’affermazione che “la mia libertà si arresta dove comincia quella del mio vicino” avesse perso di significato, e ognuno si ergesse nella propria solitudine sovrana al di fuori e al di sopra di ogni legame sociale. E come se tutta la libertà (perduta in gran parte delle questioni sostanziali) fosse oggi rifluita nella questione del si o del no a un temporaneo lasciapassare.

Sono, dobbiamo dircelo, piazze foriere di sciagura, gravide di presagi inquietanti e di ombre nere, con un pesante retrogusto fascistoide. Personalmente mi ha colpito il cartello levato in Piazza Castello a Torino con su scritto “Meglio morire da liberi che vivere da schiavi”, perché ricorda il “Meglio un giorno da leoni che cent’anni da pecore” di mussoliniana memoria. Così come mi si drizzano i capelli quando sento i fascisti di Meloni o di Forza nuova levare il proprio inno alla libertà, perché so che la loro libertà è la pretesa degli autoproclamati Signori di vessare gli altri ridotti a Servi. Ma quelle piazze non sono riducibili solo a quell’anima nera, sono molto più eterogenee, trasversali, articolate, coacervo di sentimenti contraddittori, e per questo tanto più preoccupanti, perché parlano di una “crisi della  ragione” più vasta. Di un disorientamento più diffuso, se in tanti sentono di doversi mobilitare per danneggiare se e gli altri, credendo di difendere giustizia e libertà.

Per questo tento disperatamente di seguire l’amletico motto che ci dice che, nonostante tutto, “c’è della logica in questa follia”. O quantomeno bisogna cercarla. E il primo pezzo del dispositivo logico che sta dietro questo sconquasso si chiama “cultura del sospetto”. O meglio il ribaltamento di essa da raffinato strumento filosofico in “fenomeno Pop”. Con quell’espressione – la formulazione originaria era “la Scuola del sospetto” – il grande fenomenologo francese Paul Ricoeur aveva indicato il pensiero di “maestri” come Marx, Nietzsche, Freud, oltre a Schopenhauer che avevano insegnato, per vie diverse e divaricate, a non confondere le immagini di superficie con la verità, e a cercare “sotto” e “oltre” le narrazioni ufficiali (a lacerare, appunto, il “velo di Maya”). Quell’approccio – la motivata denuncia della “verità come menzogna” o, se si preferisce, della “falsa coscienza” coltivata a proprio vantaggio dal potere – aveva alimentato il pensiero critico delle minoranze ribelli novecentesche, delle avanguardie culturali e rivoluzionarie. Poi invece, nel nuovo passaggio di secolo, era diventato atteggiamento di massa, senso comune popolarizzato e aizzato dal web: diffidenza sistematica e disprezzo delle élites. Non senza ragioni (per spiegarlo): le menzogne del potere, delle sue classi dominanti, dei suoi mezzi di comunicazione, diventate totalizzanti negli ultimi decenni, sono sotto gli occhi di tutti. Ma senza l’uso della ragione per selezionare il vero e il falso. E per orientare i comportamenti di risposta che sono stati, appunto, quelli che vanno sotto il nome di populismo, orientati a una sorta di rozzo “fai da te” informativo e da una passiva dipendenza operativa dal demagogo di turno.

Le persone che riempivano quelle piazze erano state oggetto, per anni, per decenni, di false narrazioni da parte di detentori del potere (di  ogni potere, privato e pubblico) che presentavano come progresso il regresso, come paradiso il deserto delle anime, come benessere il loro business. Per anni erano state vittime dei raggiri e delle malversazioni di Big Pharma (lo possiamo negare? Abbiamo dimenticato la grande truffa vaccinale sull’ “aviaria”, 62 morti accertati nel mondo, e la speculazione miliardaria sul Paraflu?). Per anni opere inutili e costose erano state spacciate come indispensabili. Per decenni crimini di stato erano stati occultati da apparentemente inappuntabili funzionari pubblici… Ma nello stesso tempo, nella struttura materiale delle loro vite (flessibili, destrutturate e sempre più liquide), nelle forme essenziali della loro esistenza, erano state private degli strumenti indispensabili per ragionarci sopra, per praticare l’arte difficile della separazione tra gli elementi di un fenomeno, cosicché oggi non ci possiamo stupire se non riescono più a distinguere tra la truffa sugli antidepressivi e la risorsa salvifica di un vaccino. Tra la farmacologia come business e quella come cura. O, più in generale, tra la vocazione a mentire del potere così come praticata sistematicamente in questi decenni, e la necessità di alcune (rare) decisioni razionali di quello stesso potere, a cui sarebbe autodistruttivo sottrarsi.

Intendiamoci, non si tratta (necessariamente) di ignoranza o di ottusità. Certo gli imbecilli evocati da Eco e appunto messi all’onor del mondo su scala allargata da internet erano tanti in quelle piazze. Ma accanto a loro c’era una miriade di alfabetizzati, a loro modo “informati”, anzi portatori di un’eccedenza di mobilitazione informativa, di accanimento cognitivo, ognuno convinto di una verità autoprodotta e refrattaria alla validazione oggettiva perché strutturalmente privati del concetto stesso di oggettività in un universo esistenziale in cui la soggettività individualizzata è rimasta l’ultimo e solo protagonista in terra.

Non sono un’enclave arretrata, una minoranza prodotta da un incidente di percorso dell’ipermodernità tecnicizzata. Sono al contrario il tipo umano più proprio dell’epoca della tecnica fattasi assoluta. Di un mondo in cui “non sappiamo più cos’è ‘il bello’, cos’ è ‘il buono’, cos’è ‘il giusto’, cos’è ‘il virtuoso’, cos’è ‘il santo’ cos’è il vero’” – per usare una citazione di Umberto Galimberti – perché l’unica misura di tutto è diventata solo e soltanto ‘l’utile’. E all’occhio di quella misura tutto è sottoposto. La sottomissione come la critica. L’adesione da servi contenti come l’opposizione da “chi non la beve” perché sa “cosa c’è dietro”.

In quell’opera capitale, degli anni ’50, che è L’uomo è antiquato, Gűnter Anders aveva descritto il trionfo del “fare” (che è l’operare secondo standard) sull’”agire” (che implica invece una rilevanza dei fini rispetto ai mezzi) nel mondo della tecnica; e soprattutto aveva denunciato l’ “asincronizzazione tra l’uomo e il mondo dei suoi prodotti, la distanza che si fa ogni giorno più grande” e per questo rende impossibile l’assunzione di responsabilità per il proprio operato (il farsi carico moralmente del rapporto tra mezzi e fini) e, insieme, impedisce quell’”adaequatio rei et intellectus” che permetteva in passato di approdare a una qualche idea di verità. Walter Benjamin, a sua volta aveva segnalato quell’ “indigenza di nuova specie” che è la perdita della capacità di far davvero esperienza in cui si rivela “una nuova forma di barbarie” nella modernità. E in forza della quale – proprio per la separazione che si compie tra l’esistenza e quella relazione riflessiva col mondo che è l’”esperienza” – il circuito ermeneutico si avvita irrimediabilmente su se stesso nella fuga infinita delle interpretazioni, senza riuscire alla fine ad approdare a null’altro che al solipsismo del soggetto vuoto come solitario testimone del (proprio) vero. Per non parlare di quel fondamentale concetto introdotto da Theodor Adorno col temine tedesco “Verblendungszusammenhang”, che letteralmente significa “contesto delirante” ma che in questo caso viene tradotto come “nesso d’accecamento”: il processo sistematico di “rimozione” dalla coscienza universale dei tratti più propri del modello di vita contemporaneo ovvero della sua sostanziale insostenibilità e della sua insopportabile crudeltà (verso il pianeta e l’umanità), che è appunto la forma estrema della condizione alienata nell’epoca della sua piena generalizzazione, e insieme l’ostacolo primo a un autentico processo conoscitivo.

Ora, messe tutte insieme queste linee di riflessione, convergono nella descrizione di una condizione mentale massificata (per lo meno nell’Occidente sviluppato) segnata dalla “disperazione culturale” (quel “cultural despair” segnalato come centrale nelle crisi degli anni Trenta in Europa) e dall’incapacità d’immaginare un qualche oltrepassamento del proprio “cattivo presente”: gli ingredienti più tipici di un tempo in cui l’alienazione (intesa in senso marxiano) ha compito per intero il suo giro, e si è posta come stato assoluto. In questa luce, l’impazzimento dei popoli a cui assistiamo (non solo nelle piazze No Pass, ma nei deliri da vittoria calcistica, nelle movide selvagge in stato pandemico, nell’accanimento consumistico in tempi di conclamata insostenibilità, ecc. ecc.), cessa di stupire per rivelare la sua “logica”. E non è che un ultimo, tragico paradosso, il fatto che chi più accanitamente rappresenta se stesso come antidoto a quell’alienazione (refrattario al “pensiero unico”, ultimo residuo di resistenza all’omologazione voluta dal potere), ovvero gli sconsiderati protagonisti delle piazze No Pass siano in realtà i più estremi rappresentanti di una condizione tanto alienata da non riuscire a cogliere la minaccia mortale al proprio bios da parte del virus. E non saper più distinguere tra la difesa di una libertà sostanziale (in primo luogo quella di vivere) e l’accanimento su un feticcio.

Per tutto questo – perché la cosa è dura e tetra, le sue radici profonde e di improbo rimedio – non dissolveremo le nuvole minacciose che salgono da quelle piazze con gli esorcismi o le deprecazioni. Tantomeno confondendoci con quelle figure istituzionali che hanno enormi responsabilità nell’aver scavato l’abisso che oggi le separa da pezzi consistenti di società sfarinata. Se un luogo c’è, per quelli come noi, per lavorare, è al livello del suolo, dove le vite si compiono o si perdono, e dove solo il ricupero di esperienze autentiche di relazione e di lavoro può frenare la caduta.

Tronti: “Bruno Trentin e l’eclisse della sinistra”

Andrea Ranieri, Ilaria Romeo (a cura di), “Bruno Trentin e l’eclisse della sinistra”. Dai diari 1995-2006, Castelvecchi, Roma, 2020

Recensione di Leonello Tronti

 Il volume, curato amorevolmente da Andrea Ranieri e Ilaria Romeo, segue la precedente pubblicazione integrale dei diari di Bruno Trentin relativi al periodo di guida della confederazione di Corso d’Italia (1988-1994), curata nel 2017 per Ediesse da Iginio Ariemma. Quel testo, di oltre cinquecento pagine, aveva fatto molto discutere per i giudizi severi e a volte impietosi riservati alla stessa CGIL e a molti altri dirigenti del mondo sindacale, con i quali pure l’autore aveva condiviso straordinarie battaglie e impegni determinanti per la storia del Paese. A differenza di quello, il nuovo volume, di dimensioni più contenute ma non per questo meno denso e suggestivo, pubblica stralci selezionati dei diari di Trentin dal 1995 al 2006. Un periodo che, dopo l’abbandono della Segreteria della CGIL, vede l’impegno di lasciare al sindacato una piattaforma per il futuro, un «programma fondamentale» imperniato sui diritti e sulla solidarietà, e poi l’incarico nei DS come capo dell’ufficio del programma e quindi nel Parlamento Europeo, in sintonia con Jacques Delors e il suo progetto di fare dell’Europa l’“economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, in grado di realizzare “una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”[1]. Un periodo che, seppure tormentato da profonde delusioni, scoramenti e momenti di cupa depressione, rimarrà comunque fino alla morte animato dall’ansia di progettare il futuro.

Il testo – introdotto da un prezioso saggio di Andrea Ranieri, che periodizza e contestualizza gli appunti di Trentin, e da un’utilissima biografia critica di Ilaria Romeo – è diviso in tre parti. Ai due saggi introduttivi seguono i contributi tratti dai diari del leader della Cgil e infine un’ottima scelta di testi dello stesso Trentin (in parte inediti) che contestualizzano i temi affrontati nei diari, spaziando dagli anni Cinquanta ai primi anni Duemila. I diari sono per stile e contenuto un’opera a sé, all’interno della quale l’autore riporta con cura le proprie vicende politiche, con i dubbi e gli scoramenti più che con le certezze, e insieme i commenti sulle sue letture e le sue intuizioni. Gli anni che vanno dall’uscita dalla Cgil alla morte saranno per lui densi di una profonda elaborazione politica e culturale, culminata nella sua opera più impegnata dal punto di vista teorico, La città del lavoro (1997), e nel suo ultimo lascito intellettuale, La libertà viene prima (2005), di cui i diari testimoniano le sofferte e disilluse fasi di stesura.

Le pagine di diario scelte dai curatori hanno come tema principale il concetto di sindacato come soggetto politico, con la sua capacità di autonomia nutrita di progettualità: un concetto che per l’autore trova in Giuseppe Di Vittorio l’espressione più alta. Per Trentin l’eclisse della sinistra, che dà il titolo al volume e rispecchia la fase di riflusso che permea i diari, è il venir meno di un preciso progetto politico: quello che, sulla scorta, tra le tante radici vicine e lontane, della riflessione e dell’esperienza personale di Simone Weil, identifica la condizione operaia come soggetta alla violenza del comando, e si propone pertanto di emanciparla trasformando i «salariati»  in protagonisti, in «produttori» (il suo libro “Da sfruttati a produttori” è del 1977). Per Trentin la liberazione dei salariati dall’oppressione del comando richiede due qualificazioni. Anzitutto un sindacato che sia portatore di uno specifico progetto di liberazione, e quindi che faccia politica in una sfera autonoma dai partiti, incluso lo stesso Partito comunista cui pure Trentin aveva aderito sin dal 1949. Richiede quindi il chiarimento che la politica del sindacato, la sua specifica missione, è quella della trasformazione della fabbrica e della società o, meglio ancora, della società a partire dalla fabbrica.

La trasformazione della fabbrica, e conseguentemente della società è, in realtà, una visione diffusa, che caratterizza l’intero arco della stagione di mobilitazione operaia che porterà all’Autunno caldo e allo Statuto dei lavoratori. È una missione generale, un progetto condiviso dai protagonisti di quella mobilitazione: oltre a Trentin, Carniti, Benvenuto, Boni, Brodolini e tanti altri appassionati interpreti della stagione unitaria. Per Trentin è proprio il venir meno di questo progetto politico, che trovava nel sindacato il suo maggiore interprete, a definire la parabola che porta all’eclisse della sinistra che caratterizza gli anni in cui scrive le pagine di diario riprodotte nel volume. L’autonomia del sindacato, nella visione che quegli scritti propongono, è soprattutto rivendicativa, legata appunto alla conoscenza, alla comprensione approfondita dei processi produttivi necessaria a neutralizzarne il carattere coercitivo; ma è anche autonomia politica, che coinvolge profondamente il rapporto tra sindacati e partiti di riferimento come testimoniano, oltre ai diari, gli scritti di Trentin riportati nella terza parte del volume: sulla posizione della CGIL al  congresso della Federazione Sindacale Mondiale egemonizzata dall’Unione Sovietica (1953), sulla sconfitta della CGIL alle elezioni per le commissioni interne alla Fiat (1955), sulla posizione di Togliatti ostile all’intervento del sindacato sulle trasformazioni tecnologiche delle imprese (1957), di condanna dell’intervento sovietico in Ungheria nel 1956, sull’autonomia rivendicativa del sindacato nell’azienda di fronte alle trasformazioni tecnologiche (1960), e ancora sul ruolo dei consigli di fabbrica. Trentin non cessa di polemizzare contro la “naturale divisione del lavoro tra sindacato e partito” proposta dall’ortodossia comunista, che prevede che al sindacato spetti la sola delega salariale: una divisione che vorrebbe trasformare il sindacato, dice Trentin riecheggiando con amara ironia le parole di Mario Tronti, “nella ‘rude classe pagana’ che sa soltanto chiedere più soldi e se ne infischia dell’assetto istituzionale di un’impresa o della società nel suo complesso” (p. 102). Invece, per Trentin è proprio il progetto di trasformazione della fabbrica e della società che caratterizza inequivocamente la sinistra a richiedere l’unità sindacale, l’autonomia rivendicativa, i consigli, la lotta di fabbrica che attraverso la “contrattazione articolata” cementano l’unità dal basso e fissano le tappe del percorso di emancipazione della condizione operaia nei luoghi di lavoro, prima ancora che nei percorsi istituzionali dove si esercita l’azione dei partiti.

Le pagine di Trentin riecheggiano così il percorso ascendente della parabola che dalla crisi della CGIL nella commissione interna FIAT (1955) porta al ritorno in fabbrica del sindacato e poi agli scontri di Piazza Statuto (1962), al montare del movimento dei Consigli fino all’Autunno Caldo (1969) e infine allo Statuto dei lavoratori (1970), alla costituzione della FLM (1973), al Patto Lama-Agnelli (1975). La riconsiderazione matura e distaccata di quel percorso lo porta a rivedere un giudizio forse affrettato dato in precedenza di Giuseppe Di Vittorio; lo spinge anzi a progettare la stesura di un saggio su di lui come il grande leader politico e non solo il grande sindacalista che ha iniziato a rompere lo schema ideologico della “naturale divisione del lavoro tra sindacato e partito” (p. 102). La netta rivalutazione politica di Di Vittorio passa per la considerazione del carattere delle iniziative che ne segnalano in modo evidente l’autonomia e la visione politica, anche a rischio di anticipare o addirittura contrastare la posizione ufficiale del PCI: dal lancio del Piano del lavoro nel 1949, alla proposizione dell’urgenza dello Statuto dei lavoratori nel 1953, alla politica del ritorno in fabbrica del 1955, alla netta condanna dell’invasione sovietica dell’Ungheria del 1956. Ma soprattutto, per Trentin la figura di Giuseppe Di Vittorio emerge in tutta la sua grandezza di leader politico per il ruolo centrale, gramsciano, che egli sempre attribuisce all’istruzione dei lavoratori, alla cultura, alla conoscenza come elemento cardine della liberazione della condizione operaia dalla violenza del comando.

Se Trentin non riuscirà a completare il saggio su Di Vittorio di cui annuncia nei diari la preparazione nel 2006, molti anni prima, nel 1998, aveva redatto un importante studio su Eraldo Crea, Segretario confederale della Cisl dal 1974, segretario generale aggiunto nel 1985 e coordinatore delle attività e dei centri di ricerca della confederazione. Lo studio, realizzato in occasione della pubblicazione da parte della Cisl degli scritti più importanti di Crea, gli consente di evidenziare le ragioni di una profonda affinità nonostante la diversa appartenenza sindacale e le diverse tradizioni culturali. Come Trentin, Crea era stato infatti protagonista autorevole del movimento del 1968-1969, delle riforme degli anni Settanta, della lotta al terrorismo, della svolta dell’Eur del 1978 e in particolare, in collaborazione con Ezio Tarantelli, degli accordi del 1983 e del 1984 per la lotta all’inflazione e il superamento della scala mobile. Di lui Trentin sottolinea con forza le posizioni avanzate e precoci sull’autonomia del sindacato (“autonomia come capacità di superare ogni forma di subalternità alle esigenze politiche di un partito o di un governo, per quanto legittime esse possano essere”, p. 144), sul ruolo dei consigli operai, sulla decentralizzazione del conflitto e la contrattazione di fabbrica, precedenti a quelle cui perverrà la stessa CGIL. Per Crea la straordinaria esperienza sindacale del ’68-’70 voleva dire “battersi a viso aperto per un sindacato che si conquistasse sul campo la sua funzione di soggetto politico unitario e di soggetto di trasformazione” (p. 141). Nella concretezza della sua visione della forza dell’unità sindacale nei luoghi di lavoro, Crea viveva come Trentin e come molti altri nella CISL e nella CGIL: “la contraddizione sofferta tra una lealtà di organizzazione e una tradizione, e dall’altra parte la consapevolezza della crisi di vecchi presupposti ideologici: il sindacato associazione e i problemi della rappresentanza dei diversi soggetti del mondo del lavoro (l’autunno caldo); il neocontrattualismo (…) e la centralizzazione della contrattazione collettiva che Crea avversava e temeva (…); la fedeltà alle scelte dell’organizzazione e l’apertura ad una feconda contaminazione delle idee; il sindacato come soggetto politico, in polemica con il PCI certo, ma con tutta un’ideologia della CISL” (p. 138).

E proprio nella fase di centralizzazione della contrattazione collettiva conseguente alla Svolta dell’EUR, alla sconfitta della lotta alla FIAT con la Marcia dei quarantamila, al Lodo Scotti del 1983 e al decreto di Craxi di predeterminazione degli scatti di scala mobile dell’anno successivo, Trentin individua, con il venir meno della lotta di fabbrica, la fine del progetto di trasformazione della società a partire dalla fabbrica, e quindi l’eclisse della sinistra che di quel progetto era espressione politica e culturale. È la vittoria dell’“autonomia del politico” teorizzata su sponde ideologiche diverse ma convergenti nel risultato, tanto da Mario Tronti quanto da Toni Negri, che porterà nella fase successiva, di estinzione dei partiti della sinistra, al tentativo fallimentare di una sopravvivenza animata da un “leninismo senza rivoluzione”, nello sforzo di una rilegittimazione sul puro piano del potere, che deve guadagnarsi spazi di asfittica convivenza con un nuovo mondo fatto di globalizzazione dei processi produttivi, “neoautoritarismo” nei rapporti di lavoro e “mobilità speculative” degli investimenti finanziari.

Ma i diari offrono anche spunti importanti su come e dove riprendere il progetto di trasformazione del lavoro e della società a partire dai luoghi di lavoro, il progetto che fonda la sinistra e il ruolo del sindacato. Poiché “il lavoro subordinato rimane sempre un punto di partenza, mai di arrivo del processo di liberazione”, il punto di partenza fondamentale di un nuovo progetto di emancipazione della condizione operaia, e di ogni iniziativa rivendicativa rimane la prestazione del lavoratore non solo nella durata e nell’intensità, ma soprattutto nella qualità, ovvero fondamentalmente nel suo contenuto professionale. La condizione subalterna nel lavoro e l’organizzazione del lavoro imposta dall’impresa “non sono fattori immutabili e immodificabili per un lungo periodo, e la persona umana, con la sua ricchezza di valori e di saperi è la ‘variabile indipendente’ intorno alla quale cercare di costruire un nuovo tipo di rapporto di lavoro e nuovi sistemi di relazioni, nella società civile e nello Stato” (p. 141). Dunque, la variabile obiettivo di un’iniziativa sindacale capace di aprire la strada ad un nuovo progetto politico della sinistra non è tanto il salario variabile indipendente, ma la qualità del lavoro: la conoscenza, la libertà, la creatività nel lavoro. Chiarisce Trentin: la libertà nel lavoro viene prima, è la pietra di fondazione di un nuovo ciclo di emancipazione della condizione operaia dalla violenza del comando; ma la libertà nel lavoro presuppone informazione e conoscenza, presuppone la creazione di una società che superi la trasmissione della conoscenza come fenomeno meritocratico, di conferma della gerarchia sociale e della catena di comando esistenti. Per questo il volume si chiude con la netta presa di posizione di Trentin contro la meritocrazia a cui dedica l’ultimo suo scritto, pubblicato sull’Unità il 13 luglio 2006, attaccando frontalmente la “favola dei meriti e dei bisogni” a cui contrappone il binomio “capacità e diritti” (p. 181 sgg.). Il riferimento è al celebre discorso “Per un’alleanza riformista fra il merito e il bisogno” rivolto da Claudio Martelli alla prima Conferenza programmatica del PSI (Rimini, 31 marzo-4 aprile 1982). La proposta di una “società dei meriti e dei bisogni” avanzata da Martelli intendeva prospettare un’alleanza politica riformista, guidata dal PSI, tra i soggetti sociali dei meriti (che possono agire) e quelli dei bisogni (che devono agire). Il merito è una forma di potere e di “libertà di”. Chi merita è chi può agire, chi dispone del potere di agire, della libertà positiva che l’esercizio del merito e dei suoi correlati implica. Mentre coloro che devono agire sono le donne e gli uomini immersi nel bisogno, le persone che non sono poste in grado di essere utili a sé e agli altri, coloro che sono emarginati dal lavoro, dalla conoscenza, dagli affetti o dalla salute. A questa visione, che ingessa la società in un’alleanza tra forti e deboli, tra coloro che sono forti di meriti che, già nelle elaborazioni di Rousseau e Condorcet, vengono riconosciuti come “mera espressione di un potere autoritario e discriminatorio” (p. 181) e che l’esperienza di sindacalista di Trentin conferma come frutto di prove di fedeltà alla gerarchia aziendale, spesso anche marcatamente antisindacali, che consentono di premiare la deferenza al comando come correttivo della qualificazione e della competenza dei lavoratori. Alla favola dei meriti e dei bisogni Trentin contrappone la capacità, intesa come conoscenza e competenza, come capability nel significato che ad essa attribuisce Amartya Sen: libertà positiva, autonomia e consapevole governo della conoscenza, capacità di scelta e di realizzazione di sé. È questa capacità che va conquistata attraverso la lotta per il diritto alla conoscenza (come già indicato da prospettive tanto diverse come quelle di Di Vittorio e di Delors). È questo il nuovo progetto di emancipazione del lavoro e della società a partire dal lavoro, la nuova fase di emancipazione della condizione operaia. È la conquista del diritto alla formazione, e la sua pratica lungo l’intero arco della vita lavorativa. Ed è questa la sigla della riflessione che Trentin sviluppa con La libertà viene prima. Se la libertà viene prima, oggi l’apprendimento – un apprendimento diffuso e concepito come un processo di crescita sociale diffusa e non come privilegio da concedere a una struttura di comando fedele e “meritevole”, è il fattore essenziale della stessa crescita culturale della società contemporanea, condizione del suo sviluppo e “unica opportunità di ricostruire sempre nella persona le condizioni di realizzare se stessa, ‘governando’ il proprio lavoro” (p. 184). Di fronte alla lucidità di queste analisi e ai gravi problemi sociali, economici e politici creati dalla scelta delle formazioni politiche di una sinistra “rinnovata” di seguire invece la favola della meritocrazia, abbandonando persino la pur pietistica prospettiva di un’alleanza tra chi “può agire” e chi “deve agire”, si staglia netta la capacità anticipatrice di Bruno Trentin della linea di conflitto su cui si misura, nell’Economia della conoscenza, la prospettiva di un nuovo progetto di emancipazione di chi, nel lavoro e nella società è soggetto al dominio della digitalizzazione dei processi, al governo degli algoritmi e dei big data, dell’intelligenza artificiale e del machine learning. La speranza di una nuova luce che superi l’eclisse della sinistra resta affidata alla capacità di dare vita e consistenza sociale a quel progetto.

Riferimenti bibliografici

Trentin, Bruno (1977), Da sfruttati a produttori, De Donato, Bari.

Trentin, Bruno (1997), La città del lavoro. Sinistra e crisi del fordismo, Feltrinelli, Milano.

Trentin, Bruno (2005), La libertà viene prima, Editori Riuniti, Roma.

[1] Consiglio Europeo di Lisbona, Conclusioni della Presidenza, punto 5.

Emiliani: “Lombardi, una passione irrefrenabile”

Riccardo Lombardi, una passione irrefrenabile
di Vittorio Emiliani (20 settembre 2004)

La moglie Ena aveva un bel supplicare chi accompagnava Riccardo nei giri elettorali. Fatelo parlare poco, altrimenti gli torna il male ai polmoni. Nel 1930 Lombardi era stato arrestato dalla polizia fascista e scientificamente picchiato con sacchetti di sabbia bagnata ledendogli per sempre un polmone e spedendolo in sanatorio. Ma quando lui si trovava di fronte come capitò una sera al Sociale di Stradella una platea gremita, di giovani soprattutto, disegnava quei suoi affreschi planetari parlando anche una o due ore. Senza che nessuno si schiodasse dalla sedia. Tutti affascinati da quell’oratore alto, magro, un po’ curvo, che parlava con voce forte, sempre a braccio, citando a memoria dati e cifre. L’ingegner Lombardi era così. Irrefrenabile nella passione politica. Nella voglia di comunicare agli altri, ai più giovani soprattutto, passione, libertà di mente, ragionamento politico. E gli astanti avvertivano che dietro quel volto impossibile da immaginare senza occhiali, in quella testa incassata fra le spalle ossute, c’era il più totale disinteresse personale, una mancanza di cinismo persino disarmante.
Nonostante avesse lasciato la Sicilia ancora giovane (era nato a Regalbuto, in provincia di Enna nel 1901), all’inizio degli studi di Ingegneria completati al Politecnico di Milano, manteneva nel suo bel linguaggio, tecnico e immaginoso insieme, a volte tagliente, la cadenza isolana. Era severo, austero nelle espressioni morali e politiche, e però ironico e divertente nella quotidianità. Non certo l’uomo cupo e aggrondato che Indro Montanelli ha voluto sino alla fine descrivere. Nel privato, con noi, che stavamo fra i 20 e i 30 anni, era spesso allegro, spiritoso.
Non parlava quasi mai di sé. Si smitizzava volentieri. Pur essendo stato un attore importante della Resistenza a Milano per Giustizia e Libertà, primo prefetto politico della città nei giorni felici e terribili della Liberazione, non coltivava alcuna mitologia eroica di sé. Diversissimo in questo da Sandro Pertini che non amava né lui, né gli altri ex azionisti del Psi. Naturalmente ricambiato. Sapevamo noi che il prefetto Lombardi aveva sequestrato le industrie del latte per poter distribuire una quota minima dell’alimento a tutti o che aveva pure decretato l’arresto di tutti i grandi industriali, lestamente fuggiti in Svizzera. Al termine dell’esperienza aveva scritto un articolo in cui proponeva di abolire i prefetti.
Presenziava a riunioni di partito e di corrente anche modeste, periferiche, ascoltando fino a notte interventi tanto appassionati quanto sconclusionati a volte. Si accendeva la pipa o il prediletto mezzo toscano, e ascoltava, paziente. Per poi tirare le fila e dare senso politico a quel dibattito notturno. Sempre lucidamente. Era così anche nei comizi, mai di routine. Se permetti, prima andiamo a cena, mi faceva. Il menu era fisso: una specie di zuppa alla pavese con un uovo nel brodo, una piccata di vitello e un frutto. Con un bicchiere di buon rosso. Poi, in piazza o in teatro, avesse di fronte trenta o trecento persone, teneva il suo comizio impegnato, fervido, ricco di dati e di stimoli critici. Si capiva dalle sue diagnosi che, rispetto a Marx, aveva prediletto Schumpeter e Keynes. Mai un filo di retorica, ricco di esempi polemici, crepitante nell’argomentare. Sulla nazionalizzazione elettrica o sulla legge urbanistica.
Non si può governare col 51 per cento? Ma, caro, io avrei paura del 90 per cento, non del 51, mi disse una volta in aperta polemica con la diagnosi di Berlinguer sul rischio cileno che correva l’Italia degli anni 70 e che giustificava il compromesso storico. Era stato uno degli autonomisti determinanti nel portar fuori il Psi dalle secche frontiste, filo-comuniste. Relatore allo storico Congresso di Napoli. Era diventato leader della sinistra interna combattendo però lo spirito di scissione. Da autonomista di sinistra. La radice laica e liberalsocialista tornava fuori quando si parlava di Europa (in una sinistra italiana che aveva votato contro il Mec, o l’aveva ostacolato) o quando ci si batteva per i diritti civili, per il divorzio.
Allorché si spense Ferruccio Parri, tutti pensammo che Pertini avrebbe nominato senatore a vita, in suo luogo, un altro esponente azionista, un altro dirigente del Clnai, cioè Riccardo. Non lo nominò. Né lo invitò mai, credo, al Quirinale. Ma lui non se ne doleva proprio. Anzi ne ridacchiava con quel suo riso gorgogliante, vedendo confermato ciò che pensava da tempo. Del resto, era stato fugacemente ministro dei Trasporti nel primo governo De Gasperi, nel 46, e poi più nulla, nonostante le forti insistenze di tanti. Nel 1968 confermò questo disinteresse per il potere. Era successo che Eugenio Scalfari, candidato dal Psi a Torino e a Milano, fosse riuscito in entrambi i collegi e, nonostante il patto non scritto di optare in tal caso per Torino, fosse restio a lasciare Milano dove aveva più radici. In tal caso però escludeva Michele Achilli, urbanista meno che quarantenne, deputato da due legislature, vicinissimo a Riccardo. Ma cari compagni, che problema c’è? Mi dimetto io ed entra Achilli che è giovane e bravo, mentre io sono lì da tanti anni ( Mi annoio pure, mi aveva detto a parte). Non se ne parla nemmeno. Scalfari resta a Torino, tagliò corto Nenni. Guarda, Pietro, che io parlavo seriamente. E sottolineò la sincerità dell’affermazione col consueto riso. I posti, per lui, contavano poco o nulla. Contavano le idee. Purtroppo alcuni di quelli che aveva scelto come figli dovevano comportarsi in modo opposto. Lontanissimi da lui sempre accusato di essere troppo candido e politicamente presbite.

Penna: “IL MIO RICORDO DI FAUSTO VIGEVANI”

IL MIO RICORDO DI FAUSTO VIGEVANI

di Renzo Penna – 10 marzo 2021

Chi per primo mi ha parlato di Fausto Vigevani è stato, nei primissimi anni ’80, Guglielmo Cavalli, Segretario responsabile della Camera del Lavoro di Alessandria, socialista, la persona che più si è adoperata per favorire il mio impegno, a tempo pieno, nel sindacato.

Cavalli di Vigevani apprezzava, in particolare, le sue declinazioni del tema dell’unità: l’unità interna alla CGIL, quella dei soggetti presenti nel mondo del lavoro, l’unità sindacale e quella della sinistra. Fausto, quando nel novembre ’81 entra a far parte della segreteria Confederale, ha alle spalle otto anni nella categoria dei chimici, di cui gli ultimi quattro da Segretario generale.

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Tronti: “La scommessa perduta dell’unità sindacale”

Il decreto di San Valentino  – 1) L’84: la scommessa perduta dell’unità sindacale – di Leonello Tronti 4 marzo 2021 (ildiariodellavoro.it)

La maturazione del decreto di San Valentino costituisce per la storia del sindacato confederale un preciso punto di crisi. Più di dieci anni prima, il 3 luglio 1972, CGIL, CISL e UIL avevano siglato a Roma il patto federativo che portò alla nascita della Federazione unitaria, con l’impegno di agire in modo quanto più possibile autonomo dai partiti politici. Nell’ottobre dello stesso anno l’assemblea nazionale dei delegati metalmeccanici aveva fondato la Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) con organismi e sedi unitarie a ogni livello, dando vita all’esperienza sindacale che portò avanti in modo più completo l’esperienza unitaria. Tuttavia, se per tutti gli anni ’70 La Federazione CGIL-CISL-UIL garantì la gestione unitaria delle principali vicende sindacali, l’unità però non resse negli anni ’80, in particolare in occasione della promulgazione da parte del governo di Bettino Craxi del decreto-legge di San Valentino, che sanciva la predeterminazione della scala mobile.

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Bolognesi: “Matteotti, un riformista rivoluzionario”

Giacomo Matteotti, un riformista rivoluzionario

di Antonio Bolognesi

“Ho scoperto chi era veramente Giacomo Matteotti più di vent’anni fa per caso. A Ferrara su una bancarella fra i libri di storia mi attirò un titolo “Per Matteotti” e soprattutto l’autore Piero Gobetti. Di Matteotti allora avevo una conoscenza superficiale: il martire dell’antifascismo, il riformista turatiano. Ma la parola riformista anche allora non era tanto di moda nella sinistra e non solo fra i comunisti. Mi ricordo che Riccardo Lombardi, in una delle sue assemblee alla Galleria d’Arte Moderna di Torino, negli anni ’70 ci spiegò che lui non si considerava un riformista ma un riformatore. Come dire non c’entro niente con Turati e Matteotti e da lombardiano di ferro non potevo che condividere. Ma tornando alla bancarella non mi risultavano collegamenti fra i due grandi antifascisti e incuriosito lo comprai. Era un piccolo libro dal costo di 10.000 lire, che gelosamente conservo, e la cui lettura mi coinvolse fin dall’inizio.

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