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L’autonomia differenziata spacca il paese

Dal Coordinamento per la DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE: Contro un’Autonomia differenziata che nega eguali diritti e spacca il paese

La crisi sanitaria, economica e sociale derivante dalla pandemia ha posto in immediata evidenza le intollerabili diseguaglianze, accresciute progressivamente nel tempo e aggravate oggi dalla crisi conseguente alla guerra in Ucraina, nel godimento di diritti fondamentali come la salute, l’istruzione, la mobilità, il lavoro. Si è segnalata da più parti la necessità di rafforzare il ruolo dello Stato a tutela dell’eguaglianza e dei diritti, con la formulazione e implementazione di politiche pubbliche forti finalizzate a ridurre i divari territoriali e consolidare l’unità del paese. L’urgenza di una iniziativa così indirizzata è in specie sottolineata dalla necessità di attuare il Piano nazionale di ripresa e resilienza secondo le indicazioni e i tempi dati dall’Europa. Mentre una pericolosa spinta in senso contrario si ricava dalle persistenti richieste di autonomia differenziata avanzate da alcune Regioni senza tenere conto delle esigenze di un’Italia unita e solidale. Spinta che potrebbe oggi concretizzarsi con il Governo Meloni, il cui programma prevede l’autonomia differenziata, affidata per l’attuazione al ministro leghista Calderoli.

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Penna: “A REGGIO, NORD E SUD UNITI NELLA LOTTA”

A REGGIO: “NORD E SUD UNITI NELLA LOTTA” *

di Renzo Penna – A cinquanta anni di distanza (22 ottobre 1972-2022) ricordiamo la straordinaria manifestazione sindacale di metalmeccanici, chimici, tessili, edili e braccianti della Cgil a Reggio Calabria per la democrazia, la ripresa del Sud e contro i fascisti di “boia chi molla”.

A Genova (29 settembre – 2 ottobre 1972), nel corso dell’Assemblea unitaria dedicata all’elaborazione della piattaforma contrattuale, nasceva la FLM (Federazione lavoratori metalmeccanici) e sulle bandiere rosse le tre lettere prendevano il posto di FIM-FIOM-UILM. La FLM rappresenterà la categoria per 12 anni (1972-1984) nelle rivendicazioni aziendali e contrattuali, a livello nazionale come sul piano internazionale. L’Assemblea di Genova dei metalmeccanici, nella sostanza, approva i contenuti della piattaforma contrattuale che era stata sottoposta alla consultazione delle fabbriche: essa conteneva obiettivi fortemente innovativi come la rivendicazione di un diritto all’informazione preventiva sulle politiche di investimento delle imprese; l’istituzione di un controllo sull’ambiente di lavoro, attraverso la creazione dei registri ambientali e dei libretti individuali, sanitari e di rischio; l’inquadramento unico operai-impiegati in cinque categorie; la retribuzione di 150 ore individuali per le attività di formazione dei lavoratori. Oltre alla richiesta di un aumento salariale di 18.000 lire uguale per tutti, il consolidamento della settimana di 40 ore su 5 giorni lavorativi, 38 ore settimanali a parità di salario per i siderurgici, la riduzione dello straordinario e per le ferie la parità normativa operai impiegati nonché l’avvicina[1]mento per i trattamenti di anzianità.

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Liliana Segre: “Il discorso al Senato”

Il testo del discorso con cui la senatrice a vita Liliana Segre ha aperto a Palazzo Madama la seduta per il voto del presidente del Senato, giovedì  13 ottobre 2022

Colleghe Senatrici, Colleghi Senatori,

rivolgo il più caloroso saluto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest’Aula. Con rispetto, rivolgo il mio pensiero a papa Francesco.
Certa di interpretare i sentimenti di tutta l’Assemblea, desidero indirizzare al presidente emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri e la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato.
Il presidente Napolitano mi incarica di condividere con voi queste sue parole: «Desidero esprimere a tutte le senatrici e i senatori, di vecchia e nuova nomina, i migliori auguri di buon lavoro, al servizio esclusivo del nostro Paese e dell’istituzione parlamentare ai quali ho dedicato larga parte della mia vita».
Rivolgo ovviamente anch’io un saluto particolarmente caloroso a tutte le nuove Colleghe e a tutti i nuovi Colleghi, che immagino sopraffatti dal pensiero della responsabilità che li attende e dalla austera solennità di quest’aula, così come fu per me quando vi entrai per la prima volta in punta di piedi.

Come da consuetudine vorrei però anche esprimere alcune brevi considerazioni personali.
Incombe su tutti noi in queste settimane l’atmosfera agghiacciante della guerra tornata nella nostra Europa, vicino a noi, con tutto il suo carico di morte, distruzione, crudeltà, terrore…una follia senza fine.
Mi unisco alle parole puntuali del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «La pace è urgente e necessaria. La via per ricostruirla passa da un ristabilimento della verità, del diritto internazionale, della libertà del popolo ucraino».

Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva. In questo mese di ottobre nel quale cade il centenario della Marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio ad una come me assumere momentaneamente la presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica.
Ed il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente perché, vedete, ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre; ed è impossibile per me non provare una sorta di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco delle scuole elementari, oggi si trova per uno strano destino addirittura sul banco più prestigioso del Senato!

Il Senato della diciannovesima legislatura è un’istituzione profondamente rinnovata, non solo negli equilibri politici e nelle persone degli eletti, non solo perché per la prima volta hanno potuto votare anche per questa Camera i giovani dai 18 ai 25 anni, ma soprattutto perché per la prima volta gli eletti sono ridotti a 200.
L’appartenenza ad un così rarefatto consesso non può che accrescere in tutti noi la consapevolezza che il Paese ci guarda, che grandi sono le nostre responsabilità ma al tempo stesso grandi le opportunità di dare l’esempio.
Dare l’esempio non vuol dire solo fare il nostro semplice dovere, cioè adempiere al nostro ufficio con “disciplina e onore”, impegnarsi per servire le istituzioni e non per servirsi di esse.

Potremmo anche concederci il piacere di lasciare fuori da questa assemblea la politica urlata, che tanto ha contribuito a far crescere la disaffezione dal voto, interpretando invece una politica “alta” e nobile, che senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti, dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all’ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza.
Le elezioni del 25 settembre hanno visto, come è giusto che sia, una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte. E il popolo ha deciso.
È l’essenza della democrazia.

La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione. Comune a tutti deve essere l’imperativo di preservare le Istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell’interesse del Paese, che devono garantire tutte le parti.
Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti.

In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l’unità del nostro popolo è la Costituzione repubblicana, che come disse Piero Calamandrei non è un pezzo di carta, ma è il testamento di 100mila morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943 ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti.
Il popolo italiano ha sempre dimostrato un grande attaccamento alla sua Costituzione, l’ha sempre sentita amica.

In ogni occasione in cui sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre scelto di difenderla, perché da essa si sono sentiti difesi.
E anche quando il Parlamento non ha saputo rispondere alla richiesta di intervenire su normative non conformi ai principi costituzionali – e purtroppo questo è accaduto spesso – la nostra Carta fondamentale ha consentito comunque alla Corte Costituzionale ed alla magistratura di svolgere un prezioso lavoro di applicazione giurisprudenziale, facendo sempre evolvere il diritto.

Naturalmente anche la Costituzione è perfettibile e può essere emendata (come essa stessa prevede all’art. 138), ma consentitemi di osservare che se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione – peraltro con risultati modesti e talora peggiorativi – fossero state invece impiegate per attuarla, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.
Il pensiero corre inevitabilmente all’art. 3, nel quale i padri e le madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su “sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali”, che erano state l’essenza dell’ancien regime.
Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla “Repubblica”: «Rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Non è poesia e non è utopia: è la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere quegli ostacoli!
Le grandi nazioni, poi, dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria.
Perché non dovrebbe essere così anche per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date “divisive”, anziché con autentico spirito repubblicano, il 25 Aprile festa della Liberazione, il Primo Maggio festa del lavoro, il 2 Giugno festa della Repubblica?
Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell’esempio, di gesti nuovi e magari inattesi.

Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l’assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell’odio, contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico, contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni.
Permettetemi di ricordare un precedente virtuoso: nella passata legislatura i lavori della “Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza” si sono conclusi con l’approvazione all’unanimità di un documento di indirizzo. Segno di una consapevolezza e di una volontà trasversali agli schieramenti politici, che è essenziale permangano.

Concludo con due auspici.
Mi auguro che la nuova legislatura veda un impegno concorde di tutti i membri di questa assemblea per tenere alto il prestigio del Senato, tutelare in modo sostanziale le sue prerogative, riaffermare nei fatti e non a parole la centralità del Parlamento.
Da molto tempo viene lamentata da più parti una deriva, una mortificazione del ruolo del potere legislativo a causa dell’abuso della decretazione d’urgenza e del ricorso al voto di fiducia. E le gravi emergenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni non potevano che aggravare la tendenza.

Nella mia ingenuità di madre di famiglia, ma anche secondo un mio fermo convincimento, credo che occorra interrompere la lunga serie di errori del passato e per questo basterebbe che la maggioranza si ricordasse degli abusi che denunciava da parte dei governi quando era minoranza, e che le minoranze si ricordassero degli eccessi che imputavano alle opposizioni quando erano loro a governare.

Una sana e leale collaborazione istituzionale, senza nulla togliere alla fisiologica distinzione dei ruoli, consentirebbe di riportare la gran parte della produzione legislativa nel suo alveo naturale, garantendo al tempo stesso tempi certi per le votazioni.
Auspico, infine, che tutto il Parlamento, con unità di intenti, sappia mettere in campo in collaborazione col Governo un impegno straordinario e urgentissimo per rispondere al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese che si dibattono sotto i colpi dell’inflazione e dell’eccezionale impennata dei costi dell’energia, che vedono un futuro nero, che temono che diseguaglianze e ingiustizie si dilatino ulteriormente anziché ridursi. In questo senso avremo sempre al nostro fianco l’Unione europea con i suoi valori e la concreta solidarietà di cui si è mostrata capace negli ultimi anni di grave crisi sanitaria e sociale.
Non c’è un momento da perdere: dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere i livelli di guardia e tracimare.
Senatrici e Senatori, cari Colleghi, buon lavoro!

Boatti: “Meloni, adesso togli quella fiamma”

Cara Meloni adesso togli quella “fiamma” (se vuoi governare…)

La destra vince ma non sfonda nel paese, come era atteso e anche grazie alla rimonta di Conte-M5S. Certo la sua forza elettorale è moltiplicata da una legge elettorale indecente e incostituzionale che Letta e la Meloni di comune accordo non hanno voluto modificare. Ma la realtà è che gli italiani, i pochi che vanno ancora alle urne beninteso, non sanno più letteralmente a che santo votarsi e i voti della Meloni vengono principalmente dai suoi alleati di destra che li perdono per la senescenza di Berlusconi da un lato e per le comiche disavventure della Lega dall’altro. Gli operai e le classi popolari abbandonate dal falso centrosinistra neoliberale italiano, i cui riferimenti sono gli imprenditori e i mercati (e si vede numericamente, infatti non vince mai un’elezione pur essendo sempre al governo) erano già passati alla concorrenza da molto tempo da quando Berlusconi sconfisse Chiamparino all’uninominale nel collegio di Mirafiori, e da quando i ricchi borghesi milanesi eleggono il sindaco di Milano mentre il resto della regione è tutto “verde”.

Non che la denominazione di “centrodestra” abbia alcun riferimento con la realtà in una coalizione dove di moderato c’è ben poco. L’addolcimento della durezza dell’acqua della “destra” con gli ioni del “-centro” deriva un po’ dall’ipocrisia dei giornali dell’establishment che più di venti anni fa hanno rapidamente accolto Berlusconi e i suoi accoliti nel “salotto buono”; e un po’ dalla natura borghese e salottiera di questa destra, che se dovesse pensare di marciare su Roma non saprebbe neppure da che parte cominciare. Sono i sogni che fa La Russa di notte ma che, quando si sveglia al mattino, sa di non poter realizzare anche perché la prospettiva della discoteca è giustamente più attrattiva.

In realtà abbiamo a che fare col solito centrodestra, coi soliti protagonisti di sempre, da Tremonti a La Russa alla Santanché, con Nordio, Sgarbi, Marcello Pera ecc. che rimane elettoralmente compatto (anche se non politicamente) mentre i poveri elettori, ormai anche loro disperati come quelli del PD, passano da una lista all’altra della coalizione a seconda delle condizioni del momento. Questa volta era il turno della “Giorgia” nazionale la cui discendenza diretta dal partito post-fascista per eccellenza ne fa all’estero una osservata speciale con tutte le conseguenze negative per la nostra già ridotta autonomia di scelta e di governo che si possono immaginare.

Certo Giorgia Meloni si è dannata tanti anni alla ricerca di una identità conservatrice “moderna”, rendendosi benissimo conto che la nostalgia del Duce è un residuato bellico completamente inservibile, utile a tener buono uno zoccolo duro elettorale dove ancora l’idea che Mussolini “ha fatto anche cose buone” alligna con qualche radicata nostalgia. Ma stavolta accade l’imprevisto alla stessa Meloni: ha vinto lei le elezioni ed essere la prima donna virtualmente presidente del Consiglio è solo la minore delle novità, la cosa che più la terrorizza (come ha notato perfidamente Crozza) è che adesso le tocca veramente governare, e qui non si scappa, servono idee e programmi mentre a disposizione ha solo un mucchio di slogan consumati e vecchie parole d’ordine, come il presidenzialismo, del tutto inservibile se si pensa che la vera grande sfida contemporanea è quella di riportare l’economia sotto il controllo della politica, sottraendola alla sovranità assoluta e ai capricci autoritari dei Mercati.

Allora la Meloni, oltre a tutta la paccottiglia di Atreju (ci scusino l’autore della “Storia infinita” Michael Ende che era un convinto antifascista e anche il povero Tolkien stupidamente politicizzati dall’estrema destra italiana) – paccottiglia utile dicevamo in qualche modo a creare un mondo fantastico dove potersi rifugiare via dalla realtà di un mondo occidentale (e non solo) sempre più democratico, e che aveva nettamente rigettato il fascismo, ha visto dunque la Meloni in Orban e soprattutto in Trump, e nella partecipazione al CPAC americano, la componente di estrema destra del partito repubblicano, l’occasione per trovare un’identità conservatrice forte, capace di ingaggiarsi in battaglie identitarie e culturali (evitando accuratamente di parlare di questioni economiche e sociali dove non si distingue dal mainstream neoliberale) che fosse trainante alle elezioni. E sicuramente lo è. Perché il fascismo di ieri è inservibile, con le sue marcette e i suoi orbaci, il fascismo di oggi è l’internazionale sovranista (*) guidata dai Trump e dai Boris Johnson a occidente, e dagli Orban e dai Putin coi suoi ideologi come Dugin a est (le cui idee ispirate a Evola hanno avuto molto successo nella destra e fra i “sovranisti” europei). Trump in particolare si è dimostrato particolarmente pericoloso, un vero e proprio genio del male, capace di inventarsi un buffo tentativo di colpo di stato guidato da un tizio con un palco di corna sulla testa ma efficace e quasi riuscito, dove sono morte molte persone per arma da fuoco, è il caso di ricordarlo, il 6 gennaio 2021 in un paese che sembrava del tutto immune da simili tentazioni o derive.

Il problema è che la Giorgia nazionale vorrebbe, anelerebbe a questa dimensione luciferina trumpiana, ma non è. Non è all’altezza. E’ piccina. Il golpe lo fa Trump capace di unire gli ultra-miliardari alla classe operaia abbandonata dai dem. Non la classe media o benestante che sostiene la Meloni (nell’ambito del centrodestra gli operai votano tuttora di più la Lega che non Berlusconi o FdI). Siamo quindi al più classico dei vorrei ma non posso. Come è piccino Salvini che vorrebbe anche lui, ma più che altro si atteggia, e finisce per collezionare sberleffi come quando in Polonia fu cacciato e deriso dal sindaco di Przemysl, Wojciech Bukan, che gli rinfacciava la t-shirt di Putin indossata da Salvini nei suoi tragicomici selfie sulla Piazza Rossa. La natura di Giorgia Meloni è quella di una ultra-destra parolaia, ma con poca sostanza nel concreto. Già la Le Pen in Francia, che ha la stessa identica “fiamma” del postfascismo nel logo del partito, è poco più che una simpatica vitellona di provincia (in senso felliniano ça va sans dire) che due ore dopo avere perso le elezioni presidenziali del 2017 era già in discoteca a ballare per consolarsi della malasuerte. Come del resto è stato molto più pericoloso Berlusconi, quando era in forma, col suo tele-populismo padronale antesignano di Trump che non qualunque reduce o nostalgico della fiamma tricolore (oltretutto stiamo parlando dei figli e nipoti dei fondatori che qualche tentazione di golpe invece ce l’avevano avuta).

Inoltre la Meloni è pur sempre una post-fascista in un paese con una Costituzione saldamente antifascista, che ha garantito anche la rappresentanza del Movimento Sociale e della destra (come dice Corrado Guzzanti: è facile essere fascisti in un paese democratico, provate a essere democratici in un paese fascista!) e dove una vasta maggioranza degli italiani è antifascista (anche se magari non condivide l’uso strumentale che la sinistra ufficiale ha fatto e fa tuttora dell’antifascismo, fino a banalizzarlo, ma di questo parleremo eventualmente un’altra volta).

Naturalmente ci sono gravi rischi di altro tipo, concernenti alcuni diritti civili importanti, come quello all’aborto (su cui occorrerà vigilare), il trattamento umano verso i migranti, ecc. Mentre per quanto riguarda menare gli studenti in piazza e mandarli a morire sul lavoro non sicuro e non pagato, questa è una specialità del PD il cui record è difficile da eguagliare anche da parte della destra. Sicuramente occorrerà da parte del parlamento e della società civile un controllo attento. Ma per quanto riguarda i diritti sociali ed economici, non vi è praticamente nessuna differenza coi governi del PD, a parte il tentativo del PD di riverniciarsi di “rosso” a 15 giorni dalle elezioni a cui però ovviamente nessuno più crede. Tanto che la famosa “agenda Draghi” smarrita dai poveri Letta e Calenda è stata miracolosamente ritrovata proprio da Giorgia!

Ma i rischi della “fiamma” sono invece legati al danno di immagine e dunque sostanziale che l’Italia e il governo italiano – a guida auspicabilmente di Giorgia Meloni che ha il diritto-dovere di governare dopo l’esito elettorale a lei favorevole – stanno già incontrando e incontreranno nel contesto internazionale dove se si vuole recuperare peso e posizioni, occorre essere credibili se si vuole perseguire l’interesse nazionale: lo slogan preferito di Giorgia, che però non ha la benché minima idea su come attuarlo né programmi credibili di re-industrializzazione del paese ed è già costretta ad affidarsi ai magheggi finanziari di lord Draghi.

L’imbarazzante fiamma del movimento sociale dei nostalgici di Salò che ha origine, ormai lo sanno in tutto il mondo, dall’ideale braciere perenne che arde, esotericamente e lugubremente, sulla tomba del Duce a Predappio non è un bel biglietto da visita nella scena internazionale.

Questo è qualcosa che all’estero ci danneggia, siamo pur sempre il paese che il fascismo lo ha inventato ed esportato, e se vuole essere credibile Giorgia Meloni, se non vuole essere una sorvegliata speciale, con un governo destinato a non durare e a essere sostituito dall’ennesimo “tecnico” (il PD e Calenda non vedono l’ora) deve levare quel simbolo dal logo del partito. Questo stimolerebbe anche l’opposizione a uscire finalmente dal “teatrino della politica” e non limitarsi a facili attacchi strumentali, ma a inventarsi un reale percorso politico, democratico e partecipativo che porti prima o dopo a una credibile alternativa di governo. Capisco che non puoi fare un congresso della destra nazionale mentre stai pensando a formare il governo, con gli alleati che ti ritrovi, sei terrorizzata dalla situazione dei conti pubblici, devi affrontare una guerra in corso e una recessione in arrivo. Ma per quanto mi riguarda sono generoso e mi accontento di un annuncio, un intervista, ecc. che avrebbe già il suo effetto salutare nel dimostrare un minimo di serietà di intenti. Vuoi difendere l’interesse nazionale? Bene comincia col renderti presentabile, o fare almeno lo sforzo di dimostrarlo.

(*) sovranista a parere di chi scrive è chi prende sul serio (in alcuni casi troppo sul serio) le inapplicabili teorie sovraniste, che all’inizio erano una provocazione intellettuale da parte di alcuni economisti e giuristi che volevano sottolineare la scarsa legittimità di determinate istituzioni sovranazionali; e una furba e pericolosa frode da parte di altre menti diaboliche (la premiata ditta Bannon-Trump col loro emulo Bolsonaro).

(**) La rappresentazione del Duce come “grande nocchiero” è del futurista Thayaht. Che a differenza del Duce, ha fatto realmente anche cose buone, per esempio è il geniale inventore della tuta insieme al fratello Ram (nomi d’arte di Ernesto e Ruggero Michahelles).

da: www.cittafutura.al.it – 

Ghezzi: “Il sogno di Salvador Allende”

Intervento di Carlo Ghezzi, vice presidente vicario Anpi nazionale, in occasione dell’incontro Anpi/Cgil/Associazione Italia Cuba/Comunità di San Benedetto al Porto, svoltosi l’11 settembre 2022 ad Alessandria, 49 anni (1973) dal colpo di stato in Cile e il sacrificio di Salvador Allende

“Salvador Allende Grossens è stato l’uomo politico cileno che ha incarnato più di altri la lunga tradizione di lotte della sinistra del suo paese e nel Sud America battendosi per l’emancipazione del suo popolo, dei lavoratori, dei settori più diseredati e più umili del Cile. Si è speso per liberarli dalla miseria, dall’ignoranza, dallo sfruttamento proponendo loro al tempo stesso il sogno della costruzione di una società di uguali.

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Tronti: “Separazione del valore dal lavoro e diritto alla conoscenza”

Postfazione di Leonello Tronti per il libro: “I SOMMERSI. Lavoratori disarmati nella sfida con i robot” di Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie, P.S. Editore, Roma, Settembre 2022, seconda edizione.

1. I sommersi
Il libro affronta il tema storico, tanto complesso quanto cruciale per la stessa tenuta e lo stesso significato della democrazia, del progressivo deterioramento delle condizioni generali del lavoro
dopo l’ondata internazionale delle lotte operaie degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.
Quell’ondata aveva portato ovunque, in Occidente, al rafforzamento dei sindacati e dello stato sociale e, in Italia, nel 1970 aveva fatto “entrare la Costituzione in fabbrica” con lo Statuto dei
lavoratori di Giacomo Brodolini e Gino Giugni (ma anche, non bisogna dimenticarlo, di Carlo Donat-Cattin), che opportunamente gli autori ripubblicano integralmente come appendice al
volume.
Dopo quella fase fondante, e in relazione con la crisi economica internazionale conseguente agli shock petroliferi degli anni ’70 e al diffondersi della stagflazione nelle economie sviluppate, il lavoro subisce un processo di progressivo indebolimento politico, economico e sociale, che lo vede sempre più frammentato e disarmato nell’arena del conflitto industriale e nella stessa società. In Italia i partiti politici che avevano un legame storico con il lavoro e con i sindacati più rappresentativi scompaiono con la crisi della Prima Repubblica, e le nuove aggregazioni della sinistra, o meglio del centro-sinistra, perdono progressivamente l’aggancio privilegiato con il mondo del lavoro, mentre i sindacati si trasformano assumendo una mole crescente di compiti e funzioni di servizio sociale diversi dalla contrattazione: dall’assistenza fiscale e sociale a numerose e rilevanti attività bilaterali, anzitutto di formazione, e poi di gestione mutualistica di fondi di solidarietà per l’integrazione del reddito, di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, di
partecipazione alla gestione dei fondi di previdenza integrativa, del welfare aziendale e della sanità integrativa e altro ancora. Le nuove attività di servizio sociale del sindacato non riescono però a
impedire il progressivo indebolimento del sistema delle relazioni industriali al proprio interno e nei confronti dell’intero corpo sociale.
Il lavoro presenta cambiamenti che non possono non definirsi epocali, i cui fenomeni più profondi sono da un lato tecnologici (tra tutti la digitalizzazione dei processi produttivi, la diffusione
dell’intelligenza artificiale e dei robot e, quindi, le imprese-piattaforma e il management algoritmico) e dall’altro economico-sociali, con la generazione e la continua crescita di diseguaglianze economiche vertiginose, senza precedenti nella storia moderna. In questa trasformazione rapida quanto profonda, i lavoratori (e con essi una parte rilevante se non maggioritaria della classe media) sembrano aver perso non solo l’accesso a una condizione di
benessere diffuso, ma la capacità stessa di incidere sull’evoluzione della società e dell’economia,
di promuovere un programma di libertà e di progresso sociale.
2. Il declino del lavoro: le ragioni economiche 

Negli anni successivi all’ondata internazionale delle lotte operaie, che aveva consentito significativi miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro dei salariati, si registra un progressivo deterioramento che segue direttrici diverse e complementari. Il declino è anzitutto di natura
economica e si concretizza con il continuo ridimensionamento della quota dei salari nel valore aggiunto a favore di profitti e rendite. Il taglio si riscontra quasi contemporaneamente, in America,
in Europa e in quasi tutte le economie avanzate, a partire dalla metà degli anni ’70 e prosegue ininterrotto per un trentennio, fino alla crisi finanziaria internazionale del 2008. Il processo si avvia
tra il primo (1973) e il secondo (1979) shock dei prezzi del petrolio e delle principali materie prime.
Le economie occidentali si trovarono improvvisamente gravate da un pesante fardello di inflazione proveniente in larga prevalenza da altre aree del pianeta in un periodo in cui lo sviluppo le aveva
avvicinate alla piena occupazione, rafforzando l’influenza del lavoro organizzato e la sua capacità di resistere alle pressioni di chi voleva accollare per intero quel fardello ai salari. Il “mondo libero”
si impantana così in una lunga fase di “stagflazione”, caratterizzata da inflazione elevata e crescita stagnante. Sul piano della politica economica, la stagflazione pone fine al “consenso keynesiano”
(che sarebbe più giusto chiamare neokeynesiano) che aveva guidato lo sviluppo impetuoso del “glorioso trentennio” postbellico.
La crisi si scatena in successione. Anzitutto a causa del venir meno dell’accordo monetario internazionale creato dagli accordi di Bretton Woods per l’abbandono da parte di Nixon della
convertibilità aurea del dollaro (1971), resa insostenibile dalle ingenti spese per la guerra del Vietnam. Quindi, in conseguenza della decisione dei paesi arabi associati all’OPEC di sostenere
l’azione di Egitto e Siria nel conflitto arabo-israeliano dello Yom Kippur (1973) con robusti aumenti del prezzo del barile rispetto a un dollaro già fortemente svalutato (il valore dell’oro triplica nello
stesso 1973 a 106 dollari l’oncia) e con un embargo nei confronti dei paesi maggiormente filoisraeliani.
Ma la difficoltà con cui l’economia globale affronta la svalutazione del dollaro e l’inflazione dei prezzi delle materie prime è legata anche al successo delle politiche economiche espansive
condotte nella fase postbellica. È la stessa prossimità alla piena occupazione a mettere sotto scrutinio l’efficacia della visione keynesiana, nata per contrastare la Grande Depressione degli anni
’30: in una fase di avvicinamento al pieno utilizzo della capacità produttiva e del lavoro, oltre a non avere effetto sulla crescita, le politiche di sostegno della domanda si trasformano infatti in
inflazione interna, che impedisce di “accomodare” quella importata. In particolare, la disoccupazione, creata dal rallentamento della crescita e dalle restrizioni monetarie intraprese per bloccare l’inflazione dal lato dell’offerta di moneta, non è in grado di frenare un’inflazione alimentata da successivi rincari delle materie prime.
In altri termini, la provenienza esterna dell’inflazione e la resistenza dei lavoratori ad accettare una svalutazione salariale anche in presenza di una disoccupazione crescente minano alla base la
validità paradigmatica della curva di Phillips e, con essa, il suo ruolo di strumento centrale di finetuning dello sviluppo. Negli Stati Uniti del 1981, con un tasso di disoccupazione oltre il 10% e
l’inflazione al 13,5%, mentre il neopresidente Ronald Reagan contrasta la recessione con un forte aumento della spesa pubblica e un cospicuo taglio delle tasse, il presidente della FED Paul Volker
ricorre con straordinaria energia al freno monetario. Il prime rate bancario schizza al 21,5%, ma l’inflazione ritorna al 3,2% soltanto nel 1983, con un tasso di disoccupazione che non scende sotto
l’8,2% nonostante la crescita superi il 4%.
3. Cultura economica e politica del neoliberismo

Sul piano della cultura politica o, se si vuole, dell’egemonia gramsciana nelle relazioni sociali, gli shock petroliferi e la stagflazione nei paesi avanzati disegnano lo scenario in cui prende corpo la rivoluzione neoliberista, con la scelta strategica di ridurre l’intervento pubblico e le tasse per affidare l’economia all’individuo, al mercato e all’impresa e poi, dopo la caduta del Muro di Berlino
(1989), alla globalizzazione dei commerci e dei movimenti dei capitali. Sul piano politico, l’affermazione dell’ideologia neoliberista manifesta tutta la sua forza nelle varianti inglese (Hayeck
e la Mont Pelerin Society) e americana (Friedman e la Scuola di Chicago), con le vittorie gemelle della Thatcher in Inghilterra e di Reagan negli Stati Uniti. Mentre alla variante ordoliberista tedesca
(Eucken, Rüstow, Röpke) sarà riservato un ruolo centrale nell’edificazione dell’Unione Europea anzitutto sulla base delle quattro libertà fondamentali che presiedono il disegno del Grande
mercato unico (libera circolazione di persone, merci e capitali e libera prestazione di servizi), e quindi attorno al ruolo centrale della moneta unica e della sua stabilità, nonostante i rilievi critici
di Robert Mundell. Alla crisi del “consenso keynesiano” e al parallelo declino dell’intervento economico dello Stato e delle politiche di sostegno della domanda si accompagna così il netto deterioramento
dell’influenza politica e sociale dei partiti di sinistra e del sindacato, che si manifesta in modo drammatico con cocenti sconfitte del lavoro organizzato. In Italia nel 1980 alla Fiat, con la
cosiddetta “marcia dei quarantamila” impiegati e quadri contro il blocco di Mirafiori da parte degli operai che vogliono far ritirare all’impresa 14.500 licenziamenti; negli Stati Uniti di Reagan un
anno dopo, con il licenziamento in tronco di più di 11 mila controllori di volo in sciopero, che non verranno mai reintegrati; nella Gran Bretagna della Thatcher con la vera e propria “guerra” che la
oppone al sindacato dei minatori guidato da Arthur Scargill, che cerca di impedire la privatizzazione e/o chiusura dell’intero comparto dell’estrazione del carbone.
Il “mondo libero” spedisce in soffitta l’obiettivo della piena occupazione. Anzi, ne ha paura, e la politica tende ad addebitare più o meno esplicitamente la stagflazione all’eccesso di potere
guadagnato dal lavoro negli anni precedenti e, dunque, alla sinistra (che con l’inflazione importata non ha alcun legame). Sulle opposte sponde dell’Atlantico Margareth Thatcher e Ronald Reagan
affrontano la stagflazione con politiche economiche di ridimensionamento del ruolo di regolazione sociale ed economica dello Stato: taglio delle tasse, smantellamento dello stato sociale e
dell’intervento pubblico in economia, liberalizzazione della finanza privata, eliminazione dei vincoli all’azione delle banche e delle imprese, abolizione delle norme di tutela del sindacato. Le
cosiddette politiche “dell’offerta”, che si contrappongono a quelle keynesiane “della domanda”, riescono a domare l’inflazione soprattutto attraverso la leva della restrizione dell’offerta di
moneta – che Ezio Tarantelli chiamava “la corda del boia” – e con le politiche di “austerità” (compressione di salari e stato sociale e taglio delle tasse, soprattutto per i più ricchi e per le imprese). Mentre la centralità politica della piena occupazione viene rimpiazzata da quella della libertà di mercato, dell’impresa e della stabilità della moneta, favorendo un po’ ovunque non solo, come abbiamo detto, la compressione della quota del lavoro nel reddito, ma anche l’aumento
della disoccupazione, l’impoverimento della classe media e una rapida crescita delle disuguaglianze economiche e sociali, che nel tempo si dimostrerà senza precedenti.
4. La globalizzazione dell’economia

Liberismo e monetarismo coinvolgono anche la fase costituente dell’Unione Europea e la creazione dell’euro, che traggono impulso dal parallelo indebolimento dell’impero sovietico, divenuto inarrestabile con la caduta del Muro di Berlino, le successive Rivoluzioni dell’89 e la fine del comunismo in Russia. L’America trionfante, grazie anche alla rivoluzione informatica, assieme
alla dottrina liberista e alle forze del capitalismo internazionale, sostenendo vigorosamente (dopo lunga preparazione) la creazione nel 1995 e il ruolo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio
(WTO), a scapito di quello declinante dell’assai più antica Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO: 1919), pone le basi politiche e normative per il processo di globalizzazione economica del pianeta.
I diversi elementi di questo processo (liberalizzazioni, deregolazioni, delocalizzazione della produzione, riduzione della sovranità degli stati nazionali, paradisi fiscali), sostenuti tecnologicamente dalla rivoluzione informatica e politicamente dalla diffusione dell’ideologia neoliberista e individualista, ottengono il risultato di portare indubbiamente allo sviluppo accelerato una quota rilevante, se non maggioritaria, della popolazione mondiale (soprattutto i
cosiddetti Brics: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Ma portano anche ad un relativo indebolimento economico dei paesi sviluppati, nonostante l’enorme rafforzamento delle imprese
multinazionali. Alla loro ottima e a volte strabiliante salute è ormai sempre meno legata la sorte economica complessiva delle economie nazionali e, in particolare, quella dei lavoratori.
Nonostante l’interscambio commerciale cresca in misura significativa, il Pil dell’intero pianeta, che tra il 1965 e il 1980 aumentava del 4,6% l’anno, nel periodo successivo (1981-2008) rallenta, superando comunque il 3 per cento l’anno, mentre gli Stati Uniti crescono a tre quarti circa della velocità dell’intero pianeta, l’Unione Europea segue a più di metà della velocità degli Stati Uniti, e per l’Italia, ancor più in difficoltà, la crescita che nella Prima Repubblica, tra il 1965 e il 1980, era stata addirittura superiore a quella americana, si riduce a meno della metà della già assai modesta
crescita europea.
5. La liberazione dal lavoro

Oltre al neoliberismo e alla globalizzazione, esiste però anche una stella polare nascosta che guida in modo sotterraneo le trasformazioni del sistema produttivo, dell’economia e della società dei paesi sviluppati. Si tratta di un miraggio, di un’utopia in fondo antica quanto il mondo che però, a partire dagli anni ’70, la Terza rivoluzione industriale rende almeno apparentemente più concreta
e tangibile, facendo collassare su di essa visioni e progetti profondamente diversi, come quelli di una sinistra molto estrema (dall’autonomia operaia all’accelerazionismo), dei cultori di “realistiche utopie” tecnologiche e di punte avanzate del capitalismo globale. La stella polare segreta è quella della liberazione dell’uomo dal lavoro manuale (e, in prospettiva, dal lavoro tout-court).
Ma andiamo con ordine. Sono, anzitutto, proprio degli anni ’70 i contributi di analisi che evidenziano, all’interno del mercato del lavoro, la compresenza di due distinti mercati: il mercato
del lavoro esterno e il mercato interno (Doeringer e Piore, Tarantelli). Quello esterno è il vero e proprio mercato del lavoro, sul quale offrono i propri servizi di lavoro, in concorrenza tra loro,
persone non ancora o non più occupate, oppure in cerca di un posto migliore di quello in cui si trovano. Il mercato interno, invece, è quello che definisce, per le persone che già hanno un lavoro,
procedure individuate dall’organizzazione per cui lavorano, spesso negoziate con il sindacato, per trasferire gli occupati da un posto a un altro, stabilire i percorsi di carriera, fissare la  remunerazione del lavoro e i benefici connessi.
Le imprese, nelle proprie strategie di gestione del personale, fanno alternativamente ricorso all’uno o all’altro mercato: acquistano sul mercato esterno il lavoro di cui hanno bisogno; oppure coltivano, nel mercato interno, la professionalità dei dipendenti, investendo nella loro formazione, regolando benefici economici e non, e garantendosi in questo modo la disponibilità e la qualità del lavoro di cui abbisognano. Il mercato interno si differenzia significativamente da quello esterno in quanto, protetto da barriere all’entrata (procedure selettive o concorso pubblico) che limitano in misura consistente la possibile concorrenza tra i due mercati, di regola prevede diverse durate del rapporto di lavoro in relazione alla professionalità, al ruolo, all’anzianità ecc. del lavoratore, fino a garantire in alcuni casi l’impiego a vita. Ma il mercato interno conferisce al lavoratore anche una capacità decisamente maggiore di influire, direttamente o indirettamente, sull’organizzazione del proprio lavoro, una più ampia informazione sugli obiettivi aziendali, sulle strategie e sugli
strumenti per conseguirli, e soprattutto la possibilità di concorrere a definire orbite o intorni salariali (wage contours) che stabiliscono la remunerazione del proprio lavoro in termini di “giuste relatività” (fair relativities) nei confronti di gruppi socioprofessionali paralleli, superiori o inferiori.
L’interazione con i due mercati genera una sorta di gerarchia delle imprese/organizzazioni, a seconda di quanto esse si collochino a contatto con il mercato esterno oppure sviluppino il proprio
mercato interno. Nel primo caso abbiamo organizzazioni occasionali, poco strutturate, e comunque che occupano lavoratori prevalentemente temporanei, con un alto turnover occupazionale. Nel secondo troviamo invece organizzazioni molto strutturate, grandi imprese, attività professionali e, soprattutto, il pubblico impiego con, al livello più alto della gerarchia, le attività che impiegano personale non contrattualizzato (professori, prefetti, giudici, militari, diplomatici ecc.).
Il processo di separazione del valore dal lavoro avviene in primo luogo tramite l’estensione del mercato esterno. Da un lato le grandi imprese fordiste si ridimensionano attraverso processi di
downsizing basati sia sull’automazione, sia sull’esternalizzazione di intere fasi del processo produttivo ad altre imprese, magari create dall’impresa stessa per ricollocare almeno in parte i lavoratori espulsi, oppure create dagli stessi lavoratori espulsi, a volte incentivati con buonuscite e commesse pluriennali che favoriscono il decentramento produttivo creando filiere di subfornitura.
Un passo parallelo e di enorme rilievo di questo percorso, che procede con la globalizzazione dei commerci e dei movimenti internazionali di capitale, è l’ampliamento dell’offerta di lavoro
planetaria a disposizione delle società multinazionali: ampliamento che giunge a raddoppiarne la consistenza (Freeman, 2007). La creazione di un vasto e variegato mercato del lavoro globale, al
tempo stesso condizione e frutto della liberalizzazione dei commerci e dei movimenti di capitale, oltre a consentire un regime di concorrenza prima impossibile tra i mercati del lavoro e, in
definitiva, tra i lavoratori nazionali dell’intero pianeta, conferisce alle imprese la facoltà di trasferire e distribuire con relativa facilità la produzione da un punto all’altro del globo terrestre. Il legame dell’impresa con il territorio dove è stata creata e/o dove opera – legame non solo economico ma anche storico, culturale e sociale – ne risulta fortemente indebolito, mentre viene notevolmente rafforzato il suo potere negoziale. Grazie alla nuova libertà di movimento e alla possibilità di farne uso in uscita, imprese e fondi di investimento acquisiscono infatti un’inedita e cospicua autorevolezza nei confronti di governi e sindacati. Un parallelo rafforzamento dei poteri di condizionamento dell’impresa nei confronti del lavoro e degli amministratori pubblici locali e
nazionali deriva, poi, dalla creazione di nuovi paradisi fiscali e dal rafforzamento di quelli preesistenti.
6. Flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro 

Peraltro, fin dagli anni ’80, nei paesi industriali avanzati (e in Italia con qualche ritardo), in aggiunta alla nuova concorrenza sul mercato del lavoro globale, il ruolo e l’importanza del lavoro vengono ulteriormente erosi con l’introduzione e la diffusione delle tante forme di prestazione lavorativa regolate da rapporti flessibili e precari, che frazionano il mercato del lavoro in un segmento garantito cui si contrappongono vari segmenti sempre meno garantiti, senza peraltro riuscire in alcun modo a scalfire il segmento non garantito per nulla. Anche i processi di flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro, dunque, favoriscono il trasferimento del lavoro al mercato esterno, anzi a un mercato spesso geograficamente lontano, e cercano di mantenerlo lì, dove esso perde contatto con se stesso, con il sindacato, con la sinistra e con ogni prospettiva di riscatto su base nazionale.
Sul piano della cultura di massa, la progressiva separazione del valore dal lavoro è sostenuta da messaggi sociali che in mille modi affermano che “quello che conta non è più il lavoro”, dato che il
valore si crea con l’inventiva, l’imprenditorialità, l’innovazione, la finanza. Il lavoratore deve diventare “imprenditore di se stesso”, ciò che favorisce la concorrenza tra i lavoratori e la caduta della solidarietà sociale (nel caso italiano, in spregio all’articolo 2 della Costituzione); salvo poi scoprire che questo imprenditore di se stesso se vuole campare deve fare la finta partita IVA, il
fattorino, il guidatore di Uber o, alla meglio, entrare in una catena di valore, magari transnazionale, attraverso la quale il valore viene appunto separato dal lavoro ed estratto in larga prevalenza in alcuni segmenti, mentre negli altri ne ricadono a stento le gocce, secondo la lezione della teoria dello “sgocciolamento in basso” (trickle-down).
A cavallo tra le esternalizzazioni, le retoriche dei distretti e dell’autoimprenditoria, tra il Censimento dell’industria e dei servizi del 1991 e quello del 2011 il numero delle imprese attive cresce di un milione e 126 mila unità (+34,1%), e quello degli addetti di un milione e 850 mila unità (+12,7%). Tuttavia, nello stesso ventennio sia il numero sia l’occupazione delle grandi imprese si riducono nettamente, mentre tutte o quasi le nuove imprese (98%) e quasi due terzi della nuova occupazione (58%) vanno a collocarsi nel segmento delle microimprese (da 1 a 9 addetti), che presenta nell’insieme dinamiche della produttività e dei salari deludenti e, ovviamente, notevoli limitazioni ai diritti sindacali.
Se nel 1993 gli occupati a tempo parziale sono 2,4 milioni, pari all’11,2% del totale, nel 2015 sono diventati 4,2 milioni, ovvero il 18,6%. E così, se nel 1993 gli occupati a tempo determinato sono 1,5
milioni, pari al 10,3% del totale, nel 2015 sono diventati 2,4 mln, pari al 14,1%. Fra l’altro, il lavoro flessibile o precario si concentra sulle donne che, nel periodo considerato, occupano in media il
73,4% delle posizioni a tempo parziale e il 49,1% di quelle a tempo determinato.

7. Economia dell’informazione ed economia della conoscenza

Il terzo pilastro della separazione è, poi, la progressiva smaterializzazione del lavoro, consentita dal rapido diffondersi delle tecnologie di comunicazione, coordinamento e anche controllo dei
processi produttivi, che rendono obsoleti la grande fabbrica, il fordismo, l’addensamento del lavoro in grandi concentrazioni operaie. Già nel 1976 la tesi di dottorato di Marc Porat evidenzia
come il 40 per cento dei lavoratori americani sia ormai impegnato in quella che egli definisce l’Economia dell’informazione: un concetto che comprende sia i settori il cui prodotto finale è costituito da diversi tipi di informazione, sia quelli che producono informazione come bene intermedio per altri settori. L’economia dell’informazione include la parte dell’industria dedicata  alla produzione di tecnologie dell’informazione e della comunicazione, i servizi avanzati, i settori
più strettamente legati all’informazione e alla comunicazione (politica e burocrazia, televisione, radio, giornali, spettacolo, arte), la scuola, l’università, la formazione e la ricerca scientifica e,
naturalmente, da ultime ma davvero non ultime, la banca e la finanza.
Sempre a metà degli anni ’70, e sempre in America, il pedagogista Nicholas Henry conia il concetto di “gestione della conoscenza” (knowledge management) e lo pone al vertice della sua ormai
famosa piramide. Quattro stadi di complessità e rarità crescenti – dati, informazione, conoscenza e saggezza (quest’ultima indispensabile quanto raro requisito “metapolitico”, fondamentale per gestire la conoscenza in modo adeguato a mantenere nel solco della democrazia quel processo sociale che, nelle parole di Henry, “cambia noi stessi”). I quattro stadi della piramide delineano
icasticamente l’essenza dell’economia della conoscenza: non solo il suo modo di funzionamento, le sue materie prime, i suoi processi produttivi, i suoi risultati e i problemi che questi generano, ma
implicitamente, come proiezione di quelli, anche i processi di creazione del valore nel nuovo mondo che possiamo definire Economia della conoscenza.
Tornando al tema della globalizzazione, si può facilmente notare come la creazione di circuiti finanziari internazionali, così come di reti di coordinamento e trasmissione/condivisione di dati,
informazioni e conoscenze, renda all’impresa più agevoli e meno costosi i processi di downsizing, esternalizzazione e outsourcing, più facili la composizione e la gestione delle filiere produttive che
scavalcano i confini nazionali. L’internazionalizzazione è, infatti, un terreno relativamente agevole per l’impresa che, per delocalizzarsi, globalizzarsi, creare e gestire catene globali del valore può
traferire mezzi di pagamento e capitali da una parte all’altra del globo con un clic, mentre per il lavoro i processi migratori alla ricerca di un mercato del lavoro migliore non sono soltanto costosi
e dolorosi, ma troppo spesso pericolosi se non drammatici.
Se il continuo avanzamento delle tecnologie digitali e la loro sempre più capillare diffusione favoriscono i processi sinteticamente richiamati nei paragrafi precedenti, essi stabiliscono anche
un discrimine tra chi governa informazione e conoscenza e chi ne è governato, tra chi è descritto dai dati – che peraltro spesso produce egli stesso attraverso l’interazione con le piattaforme social
o con attività amministrative, produttive o semplicemente con il collegamento a siti di informazione o intrattenimento – e chi di quei dati dispone, trasformandoli in informazione e conoscenza, strumenti che gli conferiscono un nuovo potere di intervenire sulla realtà in modo informato. In questo modo, peraltro, l’economia della conoscenza e la sua gestione stabiliscono nuovi confini tra il mercato del lavoro esterno e quello interno. Il mercato interno tende a
diventare casta, privilegio, élite tecnocratica, protetta da una barriera di dati, informazioni e conoscenze sempre crescente, una barriera spesso organizzata in tecnologie, algoritmi e
piattaforme atti a governare processi gestionali, produttivi, distributivi e finanziari, ma anche, se non contrastati, capaci di immiserire il mercato esterno e alimentare disuguaglianze sociali sempre crescenti.
8. L’impresa-piattaforma

In questo quadro, una posizione di particolare rilievo è assunta dall’impresa-piattaforma e dal management algoritmico. Grazie alla comunicazione digitale, il modello della piattaforma si
afferma nei primi decenni del XXI secolo come nuova forma di organizzazione aziendale, spesso di carattere globale, di servizi distributivi o di comunicazione o altri ancora (taxi, viaggi, affitto
appartamenti ecc.). Sotto il profilo organizzativo, l’impresa-piattaforma si distingue per il fatto che, a differenza delle aziende tradizionali, che “contrattano nei mercati, comandano nelle gerarchie e collaborano nelle reti” (Stark e Pais, 2021), le piattaforme funzionano essenzialmente come agenzie di intermediazione: cooptano beni, risorse e attività che non fanno parte dell’azienda e ne segnalano e vendono i servizi/prodotti ad acquirenti che si rivolgono ad esse e non ai produttori.
Le imprese-piattaforma sono un nuovo modello di organizzazione e non soltanto lo svolgimento in chiave digitale di una funzione tradizionale di intermediazione di mercato, assunta da una sorta di
banditore d’asta tecnologico o di agente informatizzato del fornitore. In realtà, “in un processo a geometria triangolare, chi possiede la piattaforma coopta il comportamento di fornitori e utenti, e li iscrive alle pratiche di gestione algoritmica senza che gli sia stata formalmente delegata alcuna autorità né alcuna responsabilità gestionale; internalizza relazioni di mercato senza però pervenire mai, almeno in termini espliciti, ad assumere una gestione gerarchica degli scambi”. Le piattaforme accumulano informazione sui due lati del mercato: su prodotti, fornitori e
distribuzione, così come su bisogni, caratteristiche e preferenze dei clienti. È questa mole di informazione raccolta automaticamente attraverso l’attività quotidiana di interazione con produttori e utenti a costruire il potere dell’impresa-piattaforma, il capitale che può mettere a loro disposizione, che loro stessi alimentano e su cui essa fonda i suoi introiti.
La gestione algoritmica implica un tipo particolare di controllo cibernetico perché, “a ogni piega dell’interazione con clienti e fornitori, l’accesso alle informazioni raccolte e alle modalità del loro
utilizzo può essere deviato e negato”. Gli algoritmi traducono le valutazioni e le altre attività e caratteristiche del contatto informatizzato con fornitori e consumatori in classifiche e altri
dispositivi di valutazione spesso inaccessibili o solo parzialmente accessibili a chi ha fornito l’informazione. In questo modo, essi producono conoscenza, ovvero capacità di effettuare scelte
informate, totalmente disponibile soltanto ai proprietari della piattaforma. Per questa ragione questo tipo di impresa opera una ridefinizione tanto dei soggetti quanto dei termini del conflitto
sociale.
Mentre il management scientifico all’inizio del ventesimo secolo offriva un principio legittimante per la crescita di una nuova classe dirigente, il management algoritmico all’inizio del ventunesimo
secolo ridisegna una classe dirigente protetta da barriere di informazione/conoscenza, che si sottrae al conflitto non gestendo direttamente altro che l’incontro tra domanda e offerta di beni e
servizi e, soprattutto, accumulando e utilizzando in proprio la preziosa informazione che ne deriva.
Le asimmetrie di potere della triangolazione fornitori-piattaforma-utenti sono sostenute a livello regolativo da strutture di consenso in cui il proprietario della piattaforma e gli investitori sono in
alleanza con i consumatori della piattaforma e tendenzialmente in conflitto con chi produce e/o distribuisce i beni e servizi offerti, che tende ad essere marginalizzato e posto in concorrenza. Un
caso evidente ne è il conflitto tra Amazon e le miriadi di aziende di piccola e piccolissima dimensione che trasportano le merci presentate e vendute dalla piattaforma.
In questa prospettiva, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e del lavoro robotizzato evidenziano nuove possibilità di separare ancor più drasticamente il valore dal lavoro. Siamo di fronte a
situazioni tuttora di frontiera, ma espressione di un nuovo mondo che sta crescendo in modo impetuoso a fianco di quello più tradizionale: un nuovo mondo in cui l’utopia della liberazione dal
lavoro corre il rischio di trasformarsi in un’intollerabile distopia fondata su disuguaglianze sociali vertiginose e arresto dello sviluppo, in cui la concentrazione in poche mani della nuova
cristallizzazione del valore (informazione e conoscenza) esplicita la lezione di Paolo Leon sul crescente livello di conflitto tra profitto e accumulazione e, in concreto, tra la figura dell’imprenditore o, meglio, dell’apparente auto-imprenditore, e quella del capitalista (che in realtà capitalizza soprattutto l’informazione raccolta gratuitamente o quasi dai due lati del mercato e, attraverso di essa, il potere di fare scelte informate). Questo nuovo tipo di capitalista
diverge e si allontana dalla figura storica dell’imprenditore in quanto non è direttamente interessato alla produzione di beni materiali, mentre il sistema ristagna e diventa più instabile e soprattutto drammaticamente più diseguale.
9. Il mercato finanziario

Il quarto pilastro che sostiene la separazione del valore dal lavoro è dato dallo sviluppo abnorme del mercato finanziario. In questo momento la ricchezza finanziaria globale è pari a più di tre volte
il prodotto lordo del pianeta. Un’immensa “piramide di carta”, come la chiamava già Guido Carli, di debiti e di crediti, che sovrasta l’economia del mondo e il cui valore, che non ha legame diretto
con il lavoro, vive una vita propria nelle periodiche oscillazioni delle borse e dei mercati valutari. Lo sviluppo della finanza, favorito dai guadagni straordinari dei produttori di materie prime e delle
imprese multinazionali (il neoliberismo ha abbandonato del tutto la lotta al capitalismo monopolistico), e moltiplicato dall’internazionalizzazione del credito e dei pagamenti così come
dalla gestione di grandi patrimoni esportati in paradisi fiscali, dall’espansione senza precedenti del credito al consumo e del debito pubblico, ha finito per dare vita a nuovo pianeta, duale rispetto a
quello fisico, a un universo parallelo dell’economia. Le borse sono ormai insensibili al fatto che le economie crescano o, come sempre più spesso accade, ristagnino: le quotazioni dei titoli,
attraverso procedimenti di buyback delle imprese stesse, acquisti delle banche centrali, continuo aumento degli investitori e altri meccanismi finanziari, non corrispondono né agli investimenti fatti
dalle imprese, né ai loro stessi risultati di bilancio e nemmeno a realistiche previsioni dei guadagni futuri. Se il credito al consumo ha raggiunto ormai livelli impensabili e i dirigenti delle grandi
corporation intascano tra stipendi e dividendi cifre che non hanno più alcun rapporto non solo con i guadagni di un loro dipendente ma nemmeno con i risultati reali delle imprese, le stime anche
prudenziali delle “imprese zombie”, che sopravvivono soltanto perché il valore dei loro titoli viene mantenuto elevato da acquisti finanziati dalle banche centrali stampando moneta, fanno tremare
le vene ai polsi.
Infine, al culmine di questa galleria di forme del valore sempre più autonome dal lavoro troviamo le criptovalute: valori creati dal nulla – gli inglesi dicono out of thin air, dall’aria sottile. Qualcuno
mette in vendita un titolo che la blockchain, di cui è parte integrante e non rimuovibile, rende infalsificabile e inalienabile se non da parte di chi lo ha creato o lo possiede, che rimane comunque ignoto e protetto dal meccanismo algoritmico di creazione del titolo. Il valore della criptovaluta è un atto di fede, un gioco, una scommessa (quando non sia un modo di evadere il fisco o di
occultare denaro sporco). È quello che le attribuisce chi la vuole comprare, chi vuol provare il brivido di giocare a un gioco d’azzardo dove, come in un gigantesco schema Ponzi, si vince solo se
sempre più persone vengono a giocare, acquistando criptovalute, tesaurizzandole o accettandole come pagamento. Per non perdere bisogna saper scendere dal treno in corsa prima che vada a
sbattere.
In questo smagliante mondo nuovo di lavoro non ce n’è o, meglio, è sommerso, invisibile: il suo valore è minimale e non ha più alcuna relazione con il valore prodotto. Le imprese che si liberano
dal lavoro estraggono valore dalle informazioni raccolte gratuitamente da algoritmi e piattaforme, dallo strutturarsi in oligopoli e monopoli globali che neutralizzano i possibili concorrenti
acquistandoli, da processi di acquisto-ristrutturazione-smembramento-rivendita di altre imprese, dalla liberazione delle banche d’affari dai vincoli di separazione da quelle commerciali, dalla
liberazione della finanza creativa e dei derivati, seguendo percorsi molteplici di estrazione di valore e accumulazione di ricchezza svincolati dal lavoro che arrivano fino a quella fiat money
privata che sono le criptovalute.
Certo la crisi pandemica ha fatto emergere, nel periodo del lockdown e dei confinamenti, l’importanza del lavoro indispensabile, del lavoro che solo consente alla società di sopravvivere: la
sanità pubblica, il lavoro agricolo, la distribuzione di generi alimentari e di prima necessità, la logistica e i trasporti, le farmacie, lo smaltimento dei rifiuti e così via. E ha messo a nudo la fragilità
dell’orgogliosa costruzione umana basata sulla presunzione di poter rinchiudere nell’ombra, se non è possibile farne a meno, le mani, il sudore quotidiano della fronte, la dignità, la competenza,
il coraggio e la solidarietà del lavoro. Il segnale di questo scenario bisognerà tenerlo caro nei tempi che vengono; bisognerà dimostrare di averlo ben compreso e di saperne conservare il significato
anche dopo la crisi pandemica e la guerra che la Russia ha mosso all’Ucraina, perché la corsa alla separazione del valore del lavoro ha sì unito il mondo, ma ha fatto anche emergere disuguaglianze
inimmaginabili e rischi senza precedenti.
10. Riconnettere il lavoro al valore? Prima direzione di marcia. Fuori dal lavoro

Di fronte a mutamenti di questa portata appare evidente che, per riconnettersi con il valore, il lavoro deve trovare nuove forme di identità, di comunità e di autorappresentazione, capaci di
definire nuovi obiettivi che delineino un percorso di trasformazione dei rapporti di lavoro, della dinamica delle relazioni industriali e, con essa, dei caratteri del sindacato, delle stesse imprese e del diritto del lavoro. Ma è possibile additare oggi, anche soltanto in prima approssimazione, gli orizzonti di un nuovo Statuto dei lavoratori evitando, come ben suggeriscono Benvenuto e Maglie,
di limitarsi a rimpiangere l’originale? Forse un risultato di questa portata non è ancora maturo, tuttavia alcune direzioni di marcia sono relativamente ben definite. Come notato all’inizio, l’utopia della separazione del valore dal lavoro ha una sua declinazione “di
sinistra”, “dalla parte del lavoro”, che si iscrive alla previsione che un capitalismo pienamente sviluppato, sotto il profilo tecnologico ma evidentemente anche politico e sociale, riduca sostanzialmente il tempo di lavoro necessario ad assicurare ai lavoratori un tenore di vita “libero e dignitoso”, come proclama sempre meno osservato l’articolo 36 della Costituzione italiana. Già nel 1845 Marx ed Engels prefiguravano la futura stagione comunista in cui l’uomo, liberato dal lavoro, potesse dedicare a suo piacimento “la mattina a pescare, il pomeriggio a cacciare, la sera ad allevare il bestiame e dopo pranzo a criticare”, senza preoccuparsi di fare di caccia, pesca,
allevamento o anche critica, una professione da cui ricavare di che vivere, dato che lo Stato avrebbe assicurato a tutti una sussistenza dignitosa. Ad essi faceva eco nel 1880 Paul Lafargue con
il suo “Diritto all’ozio”, tradotto in più lingue di qualunque altra opera di propaganda socialista ad eccezione del “Manifesto” di Marx ed Engels. Ma anche l’assai più moderato Keynes, che si
proclamava liberal, nelle “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (1930) immaginava che cento anni dopo (ormai manca poco…) gli adulti avrebbero lavorato non più di tre ore al giorno,
prima della scomparsa totale di quello che chiamava “il problema economico”.
La lotta per la riduzione dell’orario di lavoro è, del resto, una direttrice costante delle conquiste della classe lavoratrice. Oggi l’argomento della riduzione del tempo di lavoro – non solo dell’orario
giornaliero, settimanale o mensile, ma del tempo di lavoro nel ciclo di vita – insieme a quello del salario e dell’equa distribuzione del prodotto sociale, è diventato nuovamente cruciale per il futuro del lavoro, a fronte della digitalizzazione e della robotizzazione – di quella Quarta Rivoluzione industriale che richiama con forza crescente la parola d’ordine di Pierre Carniti e di Ezio Tarantelli “Lavorare meno, lavorare tutti!”.
Dopo la battaglia francese per le 35 ore settimanali, divenute nel 2002 obbligatorie per tutte le aziende, limitazioni analoghe sono state approvate contrattualmente in Germania, Spagna e
Olanda, dove tra l’altro si sta sperimentando con favore la settimana lavorativa di quattro giorni.
Contemporaneamente, tendenze “spontanee” alla riduzione del rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita si riscontrano nel differimento dell’età di entrata nel lavoro dei giovani e, all’opposto, nell’anticipo dell’età di uscita degli adulti, come anche nella diffusione del lavoro a tempo parziale e delle varie forme di lavoro intermittente o di breve durata. La riduzione volontaria del tempo di lavoro corrisponde all’aspirazione crescente dei lavoratori e delle
lavoratrici di poter optare per impegni lavorativi più brevi tramite strumenti quali part-time volontario, ferie e riposi settimanali (anche non retribuiti), periodi sabbatici e simili. In un’intervista concessa nell’estate del 1984 a “Quale Impresa”, l’organo dei giovani imprenditori di Confindustria, Ezio Tarantelli si spingeva fino a proporre ai lavoratori una concezione del tempo libero come una sorta di bene di consumo, ipotizzando che per la fine del secolo si generalizzasse il venerdì libero – un esperimento che rispetto a quelle ottimistiche previsioni si sta invece conducendo solo ora, con vent’anni di ritardo, e soltanto in paesi o aziende particolarmente
avanzati (tra queste ultime, ad esempio, Microsoft).
Ovviamente, nella prospettiva di riconnettere il valore al lavoro, la riduzione del tempo di lavoro non può comportare una corrispondente, ulteriore riduzione del valore corrisposto al lavoro per il suo impegno. Già Thomas Piketty e su una linea di indagine autonoma Paolo Leon, hanno evidenziato che l’attuale fase di sviluppo capitalistico globale è caratterizzata da una progressiva
separazione del tasso di profitto dal tasso di crescita o, in termini sociali, dell’accumulazione dallo sviluppo economico, del capitalista dall’imprenditore oltre che dal lavoratore. Come abbiamo
notato più sopra, l’economia della conoscenza è caratterizzata da un progressivo allontanamento se non contrapposizione della figura del capitalista puro, che prospera capitalizzando soprattutto
l’informazione e in particolare quella finanziaria, rispetto a quella dell’imprenditore, impegnato direttamente nella produzione di beni materiali e di servizi, e quindi nella gestione del rapporto
diretto con il lavoro. Il disegno dei rapporti sociali che caratterizza questa configurazione si regge su di un’alleanza tra capitalisti e consumatori, a danno di imprenditori e lavoratori, alleanza il cui
perno materiale è un continuo sviluppo della tecnologia che dovrebbe consentire di produrre ogni bene con una progressiva riduzione dell’intervento diretto del lavoro sino quasi ad azzerarlo. Ma, in questo caso, la prospettiva di ricongiungimento del valore almeno ai consumatori (costituiti ancora in misura prevalente da lavoratori) diviene indispensabile per poter proseguire
l’accumulazione capitalistica, al punto da richiedere che il valore prodotto sia distribuito, in parte crescente, indistintamente a tutta la popolazione, senza più bisogno di uno stretto rapporto con il
lavoro prestato.
Su questa traccia si sono mossi da tempo diversi studiosi, tra i quali va ricordato James Meade, l’economista inglese amico di Keynes e premio Nobel nel 1977, autore di Agathotopia e propugnatore dell’istituzione di un “dividendo sociale”, ovvero di un reddito ricavato da una partecipazione pubblica fino a un massimo del 50 per cento al capitale di tutte le imprese (attraverso un processo che chiama di “nazionalizzazione alla rovescia”). Il reddito ricavato dallo
Stato dalla sua partecipazione nelle imprese dovrebbe sostituire buona parte della tassazione, ma soprattutto consentire a tutti i cittadini di godere in perpetuo di un reddito uguale per tutti e
indipendente dal lavoro – frutto tangibile della cooperazione sociale (tra Stato, imprenditori e lavoratori) nella buona conduzione delle imprese e dell’economia.
In questa stessa linea d’orizzonte si può aggiungere il movimento internazionale BIEN (Basic Income European Network), sorto nel 1986 a Lovanio come rete di ricerca, approfondimento,
discussione e promozione di “un pagamento periodico in denaro erogato senza condizionalità a tutti, su base individuale e senza requisito di prova dei mezzi o di lavoro del beneficiario”. Nel giro
di un ventennio il movimento è cresciuto fino a diventare globale, trasformando il suo nome in Basic Income Earth Network (2006). Esperienze di strumenti redistributivi di questo tipo sono
attualmente in corso in Alaska, in collegamento con i proventi dell’industria petrolifera, come anche in India, Kenya, Iran, Macao e Israele, mentre l’istituzione italiana del Reddito di cittadinanza (2019), non essendo né incondizionato né universale, presenta caratteristiche assai più limitate, mirate in modo specifico a contrastare la povertà.
11. Dentro il lavoro. Il diritto alla conoscenza come nuovo punto di aggancio al valore

Le possibilità di distribuzione generalizzata del reddito senza una contropartita in lavoro evidenziano, però, con forza il caso del lavoro non pagato la cui dimensione più rilevante è
collocata nell’area del lavoro domestico, del lavoro di cura, in quello della ristorazione e del turismo e anche in diverse fattispecie del lavoro nell’economia della conoscenza. Evidentemente,
oltre agli interventi di riduzione del tempo di lavoro e redistribuzione della ricchezza indipendentemente dal lavoro, è indispensabile che il movimento sindacale individui nuovi
obiettivi centrali e nuove strategie organizzative e rivendicative tese a ricongiungere il lavoro al valore nei luoghi di produzione. Per inquadrare almeno il segmento più innovativo dell’orizzonte di
questa direzione di marcia può essere utile richiamare le pagine dedicate da Bruno Trentin, in particolare nella sua ultima opera (“La libertà viene prima”), alle basi dell’ormai improcrastinabile
avvio di un processo di affermazione dei diritti del lavoro proprio nella gestione dell’informazione e della conoscenza. L’affermazione di questi diritti richiede il riconoscimento del ruolo dell’apprendimento come asse portante del percorso di liberazione del lavoro dall’assoggettamento impersonale alle macchine intelligenti, agli algoritmi, alle imperscrutabili
ragioni della finanza e degli impersonali e onnipotenti “mercati”.
Nel contesto dell’economia che estrae valore da informazione e conoscenza, la tensione verso l’emancipazione sociale e la riconnessione del lavoro al valore non può che esprimersi in termini di socializzazione dell’apprendimento, di acquisizione tanto di capacità quanto di diritti capaci di assicurare una gestione democratica della conoscenza. La liberazione del lavoro dallo
sfruttamento e dall’emarginazione sociale, economica e politica cui l’hanno condannato i fenomeni trattati nel volume da Benvenuto e Maglie, qui sinteticamente ripresi da angolazioni diverse ma convergenti, passa per la rivendicazione da parte dei lavoratori del diritto a partecipare alla creazione come alla fruizione dell’informazione e della conoscenza, e quindi del valore, in un
ruolo trasparente, libero perché cosciente e informato non solo nei settori che precipuamente ed esplicitamente producono dati, informazione e conoscenza, ma in tutti i settori che se ne servono
nei processi lavorativi. La conquista di questa nuova sfera della libertà richiede l’acquisizione da parte del lavoro di una nuova capacità collettiva, che Trentin intende come conoscenza e al tempo
stesso competenza. Come capability nel significato che al termine attribuisce Amartya Sen: fondamento di libertà positiva, di autonomia e governo consapevole della conoscenza nel lavoro,
capacità di scelta e di realizzazione di sé attraverso il lavoro, liberazione dagli ostacoli che si frappongono a tale realizzazione. Riprendendo la concettualizzazione di Nicholas Henry, possiamo
parlare della necessità di un’acquisizione socialmente diffusa di saggezza (wisdom), in questo caso specificamente intesa come gestione democratica della produzione così come della diffusione e
dell’utilizzo dell’informazione e della conoscenza.
Sono queste caratteristiche, queste attitudini che costituiscono il fondamento della nuova dimensione della libertà che il lavoro è chiamato a percorrere e a trasmettere, a partire dai luoghi
di lavoro, all’intera società. Questi i nuovi diritti che il lavoro è chiamato a reclamare per consentire a tutti di partecipare a pieno titolo a processi di creazione del valore caratterizzati da
un ampio grado di coscienza, di partecipazione informata e responsabile. Si tratta di una prospettiva che, nel caso italiano, richiama principi e diritti fondamentali e ancora da attuare,
sanciti dalla Costituzione e rintracciabili tanto nell’articolo 3 (libertà come rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana e all’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese), quanto nell’articolo 46 (diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle imprese), dei quali il nuovo contesto globale dell’economia della conoscenza e della digitalizzazione della produzione propone una lettura
totalmente nuova.
Di fronte al rischio che il nuovo orizzonte di produzione e scambio del valore costringa la società in un nuovo Medioevo, dove a prevalere siano i diritti di censo di un’oligarchia globale protetta da
una gestione sempre più monopolistica dell’informazione, della conoscenza e della ricchezza, che privilegia l’accumulazione a scapito dello sviluppo, il lavoro e tutte le forze che ne individuano la
centralità nella compagine sociale sono chiamati ad un nuovo progetto di progresso sociale che dai luoghi di lavoro si espanda sino a coinvolgere società, politica e diritto. La nuova capacità del
lavoro, che fonda questo processo di liberazione, va conquistata attraverso la lotta per il diritto alla conoscenza (come peraltro indicato da prospettive tanto diverse e lontane nel tempo come
quelle di Giuseppe Di Vittorio e di Jacques Delors).
È questo il percorso di costruzione della società dell’apprendimento, premessa indispensabile alla ricostruzione del rapporto tra valore e lavoro, alla saggezza politica nella democratizzazione della
gestione di informazione e conoscenza e a un nuovo livello di emancipazione dell’intero corpo sociale. Se la libertà viene prima, questo è perché “la libertà è la posta in gioco nel conflitto
sociale” (e lo è perché, nello specifico, è il punto in cui è possibile ristabilire la giusta connessione tra lavoro e valore). La rivendicazione del diritto alla conoscenza opera una ridefinizione tanto dei soggetti quanto dei termini del conflitto come del progresso sociale e politico. E il conflitto tende ad accumularsi attorno alla capacità, tanto tecnica quanto di mobilitazione del lavoro coinvolto, di governare il progresso tecnologico e di «contrattare l’algoritmo», ovvero di svolgere un ruolo
paritario e democratico nella determinazione delle informazioni da raccogliere e di come utilizzarle nella creazione e distribuzione del valore. In questo processo l’apprendimento, pratica
collettiva del diritto alla conoscenza – concepito come processo di sviluppo umano, e non come privilegio da concedere ad una struttura di comando fedele e “meritevole” – costituisce «l’unica
opportunità di ricostruire nella persona le condizioni di realizzare se stessa, ‘governando’ il proprio lavoro». Realizzazione della persona che, anche nel suo collegamento con il valore, costituisce il
fattore essenziale dell’avanzamento della libertà e della democrazia.

Riferimenti bibliografici

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Dream”, NY: The New Press, Chapter 4.
Henry N. (1974), Knowledge Management: A New Concern for Public Administration, in “Public
Administration Review”, 34, 3, pp. 189-196.
Lafargue P. (1880), “Le Droit à la Paresse”, pubblicato per la prima volta a puntate sul giornale
“L’Egalité”; trad. it. (2018), “Il diritto all’ozio”, Milano, Garzanti.
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14
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Porat M. U. (1977), “The Information Economy: Definition and Measurement”, Washington D.C.,
OT Special Publications (US Department of Commerce, Office for Telecommunications).
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Lavoro”, n. 3, pp. 57-80.
Tarantelli E. (1978), “Il ruolo economico del sindacato. Il caso italiano”, Roma-Bari, Laterza.
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Etica ed economia”, 16 maggio 2021: https://www.eticaeconomia.it/il-neocorporativismodecentrato/.
Trentin B. (2004), “La libertà viene prima. La libertà come posta in gioco del conflitto sociale”,
Roma, Editori Riuniti. Nuova edizione 2021 a cura di S. Cruciani, con pagine inedite dei Diari
e altri scritti, Firenze, Firenze University Press

Sateriale: “L’Europa si deve rigenerare”

Intervista a Gaetano Sateriale di Alessandro Mauriello 

In prima istanza, nei suoi molteplici ruoli di dirigente
sindacale, amministratore locale, policy maker a che
punto é a suo avviso la costruzione politica dell’
Europa?

– Non sono un grande esperto di Unione Europea. I miei
contatti diretti risalgono agli anni 90 quando, come molti,
frequentavo la Ces e le Istituzioni europee per conto della
Cgil e poi per qualche contatto da Sindaco, quando era
presidente Romano Prodi. A quei tempi, caduto il muro di
Berlino, l’Unione Europea si allargò molto: troppo e
troppo in fretta secondo il mio parere. Anche se capisco
le spinte e le pressioni che ci furono. Ci si immaginò che
tutto quello che era stato sotto il controllo sovietico
potesse divenire immediatamente parte dell’Unione
Europea con pienezza di diritti (e relatività di doveri). Fu
un’ingenuità o un errore di presunzione? Oggi ci
accorgiamo che alcuni di quei paesi impediscono all’UE
di prendere le decisioni politiche giuste in tempi adeguati.
Io penso, da osservatore esterno, che si sarebbero dovuti
creare due livelli di appartenenza alla UE, con progressivi
passaggi fra loro: uno dei paesi fondatori e uno dei nuovi
aderenti. Con disparità di diritti fra loro. Non è solo un
problema di diritto di veto e di trattati da riscrivere. È
secondo me anche un problema di identità: di volontà di
cedere pezzi di sovranità all’UE. Se non hai questa
disponibilità non puoi far parte dell’Europa e averne i
benefici senza averne piena corresponsabilità. Ci sono
tre identità di appartenenza all’Unione: gli Stati del
continente che si sono fatti guerra per secoli, la Gran
Bretagna che ha perso un impero, gli Stati (ex impero
sovietico) che non sono mai stati autonomi negli ultimi
secoli. Chiaro che l’identità europea è diversa e anche
confliggente fra queste tipologie. Gli Stati più “antichi” vedono i vantaggi dell’Unione (al di là di qualche pentito
dell’ultima ora), la Gran Bretagna si sente “sminuita”
dall’appartenenza all’UE, i Paesi ex impero sovietico
ambiscono a diventare Stati con pienezza di sovranità
prima che non paesi dell’Unione. A mio parere, oltre ai
regolamenti sui poteri e i diritti, andrebbe reimpostato il
disegno e rafforzati i vincoli: se rispetti i diritti, le regole
della democrazia, la pace, puoi stare in Europa, altrimenti
ti accontenti di un rapporto di relazione, magari
privilegiato, ma non di pienezza dei diritti di
appartenenza. L’Europa commise anche l’errore di non
stabilire un rapporto (se non un ingresso) con la Turchia,
quando quel Paese guardava a Occidente e persisteva
una netta separazione, anche nella vita quotidiana) tra
poteri politici e credo religioso. La Turchia era parte
importante della Nato e non era degna di entrare in
Europa? Contraddizioni che si pagano. Mi pare fosse
Helmut Kohl che desiderava una Germania europeizzata
contro l’idea di un’Europa germanizzata. La gestione
della crisi finanziaria 2008-2013 non è andata in questa
direzione. Seppure sul terreno economico e monetario la
Germania ha imposto le sue regole (anti inflattive) a tutti i
Paesi (specie a quelli del Mediterraneo) impedendo le
politiche espansive dei singoli stati per difendere
esclusivamente il valore dell’Euro. L’Europa si limitava ad
esercitare politiche esclusivamente monetarie invece che
economiche e del lavoro. Una bella perdita di ruolo e,
conseguentemente, di identità e di consenso. Poi con la
pandemia, la svolta: risorse comuni per politiche coerenti
con i principi di sostenibilità, innovazione e inclusione.
L’emergenza sociale ha “obbligato” l’UE a tornare ad
essere keynesiana, dopo le gestione monetarista della
emergenza economica. L’emergenza della guerra in
Ucraina farà in modo che l’UE si rafforzi e diventi davvero
una voce sola anche in politica estera e della difesa? Speriamo.

Ma anche qui il passaggio è delicato: perché
necessario che l’UE abbia una sua nuova identità politica
e militare non in contrasto ma autonoma rispetto alla
NATO. Altrimenti sarà sempre un’alleanza con gli Usa a
determinare le linee di politica estera e della difesa e non
l’ autonomia dell’UE. In sostanza: vanno senz’altro rivisti i
regolamenti e ridefiniti i poteri delle istituzioni europee,
ma non è un problema di aggiustamenti. Siamo di fronte
alla necessità di un nuovo salto di rafforzamento
dell’identità dell’UE. Anche a costo di perdere qualche
Paese membro (e conquistarne altri). Del resto, il quesito
è abbastanza netto. Nella costruzione di un nuovo mondo
multilaterale l’UE vuole avere un suo spazio autonomo
oppure no? Se sì, pur non venendo meno all’alleanza
atlantica, si deve potere (e sapere) giocare un ruolo
autorevole e autonomo.

  1. Nel suo ultimo saggio scritto con Fabrizio Ricci, lei
    presidente parla del protagonismo delle città per
    perseguire gli obiettivi di Agenda 2030. Quale saranno il
    loro ruolo per dare forma politica all’ Europa?

– Mi piacerebbe poter dire che le città saranno un soggetto
costituente, un catalizzatore dell’identità futura
dell’Unione Europea. Ma, onestamente, non credo sia
possibile, se non in forma molto indiretta e “culturale”.
Fatichiamo a far convivere l’autonomia degli Stati con
l’identità dell’Unione, ancora oggi l’idea della cessione di
sovranità risulta ostica a molti, figuriamoci… E poi, cosa
dovremmo dire alle identità regionali? Che la Catalogna
(o la Lombardia) sta nell’UE in quanto regione autonoma?
Penso salterebbe il sistema europeo e che invece di una
Federazione avremmo il caos. Le città e i territori, invece, sono il luogo fondamentale per applicare nei fatti le scelte
politiche europee e nazionali sulla sostenibilità e la
riduzione delle disuguaglianze, altrimenti restano parole
belle ma astratte. Quando diciamo le città noi intendiamo
non tanto e non solo gli spazi urbani quanto i cittadini e le
comunità che li abitano. L’Agenda Onu 2030 è precisa
nell’indicare gli obiettivi per invertire le tendenze di
impoverimento del pianeta e dei suoi abitanti. Ma quegli
obiettivi vanno trasformati in politiche concrete e in
progetti da realizzare. Progetti che saranno
necessariamente articolati a seconda delle priorità che ci
sono in ciascun territorio, in ciascuna città del pianeta.
Compreso quelle europee e italiane. Nelle città si
possono verificare quali sono i bisogni prioritari cui dare
risposte coerenti con i principi dell’Agenda Onu. Nelle
città ci sono anche le forze sociali ed economiche per
organizzare queste risposte in progetti concreti da
definire e realizzare. Nelle città ci dovrebbero essere
anche le forme della rappresentanza politica (i partiti) in
grado di interloquire con le comunità e assumerne i
bisogni. Ma questo è uno dei problemi e delle difficoltà in
atto in Italia (e forse non solo): l’aumento della distanza
tra la rappresentanza politica e le persone in carne e
ossa, con i loro bisogni, le loro aspettative e anche le loro
competenze. Le istituzioni di governo delle regioni, delle
città e dei territori sono gli interlocutori diretti per avviare
le politiche concrete di sostenibilità. Anche se spesso
queste istituzioni tendono a essere autoreferenziali e ostili
a costruire reti di relazioni sia sociali che istituzionali.
Restano comunque l’interlocutore da convincere e
coinvolgere per fare dei principi della sostenibilità il
percorso concreto di miglioramento di un benessere
sociale diffuso e meno diseguale.

  1. Lei presiede Nuove Ri-generazioni, ci può esplicare l’
    attività di questa associazione?

– L’Associazione Nuove Ri-Generazioni nasce da un’idea
molto netta del sindacato degli edili della Cgil: che non si
può pensare che l’edilizia possa tornare a essere un
volano di crescita per tutta l’economia (come è stato più
volte dall’ultimo dopoguerra) senza un ridisegno
complessivo, una rigenerazione appunto, delle città e dei
suoi servizi. Non solo dei suoi palazzi e delle sue
infrastrutture. Con l’ingresso nell’Associazione dei
pensionati dello SPI Cgil è stato più facile costruire il
modello logico cui ispirare la nostra attività. Partire dai
bisogni delle persone e del territorio per corrispondere
loro attività e servizi in una logica di prevenzione e di
prossimità. Abbiamo sintetizzato questo percorso nel
concetto della rigenerazione come disegno di 2 Welfare
(non più uno solo e residuale): quello delle persone con la
garanzia di fornire loro i servizi essenziali (casa, scuola,
trasporti, lavoro, ecc.), quello del territorio in una logica di
manutenzione programmata e riduzione dei rischi
(idrogeologico, sismico, ambientale, ecc.). Tra l’altro,
questa idea di dare maggiore impulso alle attività di
servizio potrebbe essere una via necessaria (se non
obbligata) di caratterizzare un nuovo mercato europeo di
qualità che non sia in esclusiva concorrenza con i mercati
manifatturieri di beni di consumo. Un mercato nuovo in
cui le tecnologie digitali siano strumento di qualificazione
dei servizi piuttosto che non solo beni in sé. La nostra
Associazione è a disposizione di quanti nei territori siano
interessati ad avviare pratiche di realizzazione di queste
politiche con i soggetti sociali che intendano
sperimentarle. Ma siccome siamo una associazione di
natura (e cultura) sindacale, abbiamo come fine ultimo quello di creare occasioni per la nascita di nuove imprese
a forte sensibilità sociale e di nuovo lavoro di qualità
particolarmente indirizzato ai giovani e alle donne.

4. Sul tema lavoro a suo avviso in termini di azione politica
si sta costruendo una Europa sociale?

– Potrebbe essere un mio limite ma purtroppo non vedo
segnali di questa natura. Penso che per farlo si dovrebbe
ripartire dal lavoro: dall’obiettivo troppo trascurato di
garantire la piena occupazione ai cittadini europei. In
fondo, a ben pensarci, ci sono 3 condizioni indispensabili
perché un abitante dell’Europa (o dell’Italia), nativo o non
nativo che sia, ne diventi pienamente cittadino: che abbia
una casa, una scuola, un lavoro. Ciò valeva quando
anche noi italiani eravamo migranti, vale per le persone
che migrano oggi nel nostro continente in cerca di
condizioni più decenti di vita, vale anche per i nostri
giovani che, senza lavoro (o con un lavoro povero),
vivono in un ruolo ambiguo di cittadini ai margini, non in
grado di programmare il loro futuro. L’Europa ha perso
tempo ed efficacia senza riuscire a definire politiche
comuni di accoglienza. È sempre più urgente (anche di
fronte alle crisi climatiche, sociali, economiche, belliche,
sanitarie) definire politiche europee di integrazione e di
piena cittadinanza per chi entra o vive in Europa. Anche
perché le dinamiche demografiche, in Europa e in Italia,
non vanno nella direzione dell’autosufficienza, anzi. Per
realizzare i 2 Welfare cui abbiamo accennato c’è bisogno
di nuovo lavoro, con nuove competenze e nuovi diritti. È
un percorso che va creato e reso possibile a tutti. Una
sfida epocale, forse. Ma già aperta davanti ai nostri occhi,
se volessimo vederla.

da EuropoliticheMacro/Scenari

 

 

Associazione LABOUR: “Alternanza Scuola-Lavoro, la Legge va Cancellata”

Associazione LABOUR: “Alternanza Scuola-Lavoro, la Legge va Cancellata”

di Sergio Negri

L’alternanza scuola-lavoro, introdotta dal governo Renzi (legge 107 del 2015, la cosiddetta Buona Scuola) come “modalità didattica innovativa”  si è trasformata, in molti casi, in un pessimo esercizio speculativo da parte di alcune aziende che invece di favorire il percorso formativo degli allievi hanno preferito sfruttare i giovani studenti-lavoratori, integrandoli subito nel ciclo produttivo.

I troppi infortuni di questi ultimi mesi, alcuni dei quali addirittura letali, sono il triste esito di questa pratica inumana.

Ma la scuola, non può e non deve produrre beni di consumo ma sapienza, cultura, conoscenza.

“Fatti non foste a viver come bruti…” dovrebbe recitare l’insegna che andrebbe posta sul frontale di ogni edificio scolastico.

Torna alla mente quel virtuoso professore di Filosofia che al primo giorno di scuola aveva chiesto ai suoi alunni: “secondo voi a che serve studiare?”. In molti avevano risposto. “A crescere – A diventare bravi – A maturare”. Ma ad ogni risposta aveva scosso la testa in segno di disapprovazione. Dopo qualche attimo aveva poi risposto: “Studiare serve ad evadere dal carcere”. A quell’affermazione tutti si erano stupiti e si erano guardati increduli. Poi aveva proseguito: “L’ignoranza è un carcere. Lì dentro non capisci, non sai cosa fare. In questi anni, insieme, dobbiamo organizzare la più grande delle evasioni. Non sarà facile. Vi vogliono stupidi ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza chiedere aiuto e sarà difficile ingannarvi”.

Dunque il compito della scuola è aiutare gli alunni a fuggire dal carcere dell’ignoranza, a formare il cittadino moderno, a modellare la società del futuro. Non è più tollerabile considerare la scuola e un costo da contenere in ogni legge finanziaria.

L’alternanza scuola-lavoro deve essere abbandonata perché a scuola, per dirla con il prof Galimberti, “si deve diventare uomini, a scuola si deve riportare la letteratura e non il lavoro. La letteratura è il luogo nel quale impari l’amore, la disperazione, la tragedia, l’ironia, il suicidio”.

E mai come in questo momento il nostro paese ha bisogno di cultura.

Sergio Negri

Per l’Associazione “Labour R. Lombardi”

24 giugno 2022

Giudice: “RICCARDO LOMBARDI TRA MARX E KEYNES”

RICCARDO LOMBARDI TRA MARX E KEYNES

di Giuseppe Giudice – 2 giugno 2022

Lombardi fu certamente uno dei primi uomini della sinistra che lesse approfonditamente Keynes. Ma il keynesismo di Lombardi era quello “di sinistra” – i postkeynesiani di Cambridge : Joan Robinson, Nicholas Kaldor, in particolare, di orientamento socialista rispetto al liberale Keynes. Quindi in Lombardi credo che si sia operata una sintesi tra il suo marxismo eterodosso ed il postkeynesismo. Che poi è alla base della sua ben nota teoria della Riforme di struttura come mezzo per una transizione democratica e graduale verso il socialismo. Di qui, anche la sua opposizione alla “politica dei redditi ” di Ugo La Malfa volta alla razionalizzazione del neocapitalismo e non al suo superamento.

Continua la lettura di Giudice: “RICCARDO LOMBARDI TRA MARX E KEYNES”

Landini: “NON DIMENTICARE LA NOSTRA STORIA”

NON DIMENTICARE LA NOSTRA STORIA

Prefazione di Maurizio Landini al libro di Renzo Penna: Il Lavoro come Valore” Quando c’era la F.L.M. – Gli anni delle lotte sociali, della tensione, dei diritti e dell’unità (1968-1980)

Il libro di Renzo Penna ricostruisce una lunga e complessa storia del movimento sindacale del nostro paese, quella che va dalla fine degli anni ‘60 all’inizio degli anni ‘80 del secolo scorso. È una storia intensa nella quale l’autore, con intelligenza e passione, ci parla delle lotte operaie della sua città, Alessandria, senza mai distogliere lo sguardo e l’attenzione dagli eventi importanti che hanno caratterizzato in quegli anni la vita politica, sociale, culturale del nostro paese e, in essa, del sindacato stesso (del mondo del lavoro). In questa storia complessa gli anni ‘60 del secolo scorso rappresentano una tappa di fondamentale importanza. È proprio da lì che muove il libro di Renzo Penna. In quegli anni, infatti, maturano trasformazioni profonde nell’organizzazione del lavoro e nei processi produttivi. L’industria occupava la gran parte della forza lavoro e rappresentava il settore trainante dell’economia del paese.

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