Fare chiarezza sul MES

“Fare chiarezza sul MES” –  Lettera aperta al ministro Gualtieri

16 Settembre 2020 –  da: “economiaepolitica.it”

Molti commentatori e molti rappresentanti politici sostengono che il ricorso al fondo MES per combattere le conseguenze dell’epidemia in corso non comporta condizioni oltre a quella del divieto dell’uso per altri scopi delle somme ottenute. In particolare, in audizione in Parlamento il commissario europeo Gentiloni ha dichiarato espressamente che “le condizionalità macroeconomiche che hanno caratterizzato la crisi precedente sono state eliminate per queste linee di credito straordinarie destinate alla sanità” (come riportato dal Sole-24 ore del 1° settembre). Tuttavia questo è vero per l’accesso al prestito, mentre per quanto riguarda il periodo successivo i rinvii alla legislazione europea (e in particolare al Regolamento 472/2013) comportano per il debitore il regime di “Sorveglianza rafforzata”, in base al quale può essere richiesto di “adottare misure correttive volte a evitare ogni problema futuro riguardante il finanziamento sul mercato”. Inoltre l’art.14 del trattato del MES stabilisce che “il suo Consiglio di Amministrazione adotterà direttive particolareggiate inerenti alla modalità di applicazione” dopo che la domanda sia stata avanzata, e che il paese debitore sarà sottoposto a sorveglianza post-programma sui suoi conti pubblici sino alla restituzione del 75% dell’importo dovuto.

Nella lettera del vice presidente della Commissione Dombrovskis e del Commissario Gentiloni si afferma che – per l’accesso al prestito – non vi saranno altre condizionalità che quella sulla destinazione della somma ottenuta, affermazione poi ripresa in una dichiarazione dell’Eurogruppo. Ma nessuna decisione è stata assunta in modo formale sulla non applicazione delle altre norme richiamate, al cui rispetto qualunque altro Stato membro può richiamare in qualsiasi momento.

E’ possibile che esistano altre decisioni formali di cui i firmatari di questa lettera non sono a conoscenza. Chiediamo pertanto al ministro Gualtieri di volere cortesemente indicare se esistono atti giuridicamente vincolanti idonei a modificare l’assetto normativo dei prestiti MES, e di riassumerne il contenuto.

Adesioni

Nicola Acocella, Università di Roma “La Sapienza”

Giuseppe Amari, Fondazione Matteotti, Roma

Lucio Baccaro, Max Plank Institute for the Study of Societies, Colonia

Annaflavia Bianchi, Economista, Bologna

Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale

Paolo Borioni, Università di Roma “La Sapienza”

Rorita Canale, Università di Napoli “Parthenope”

Sergio Cesaratto, Università di Siena

Carlo Clericetti, giornalista

Marco Dani, Università di Trento

Massimo D’Antoni, Università di Siena

Giovanni Dosi, Scuola Superiore S. Anna, Pisa

Enrico Grazzini, giornalista e saggista

Andrea Guazzarotti, Università di Ferrara

Riccardo Leoni, Università di Bergamo

Enrico Sergio Levrero, Università Roma 3

Stefano Lucarelli, Università di Bergamo

Ugo Marani, Università di Napoli “L’Orientale”

Massimiliano Mazzanti Università di Ferrara

Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale

Gabriele Pastrello, Università di Trieste

Anna Pettini, Università di Firenze

Paolo Piacentini, Università di Roma “La Sapienza”

Paolo Pini, Università di Ferrara

Felice Roberto Pizzuti, Università di Roma “La Sapienza”

Riccardo Realfonzo, Università del Sannio

Simonetta Renga, Università di Ferrara

Alessandro Somma, Università di Roma “La Sapienza”

Antonella Stirati, Università Roma 3

Giuseppe Tattara, Università di Venezia

Mario Tiberi, Università di Roma “La Sapienza”

Leonello Tronti, Università Roma 3

Andrea Ventura, già all’Università di Firenze

Gennaro Zezza, Università di Cassino e del Lazio Meridionale

Giudice: “IL RIFORMISMO RIVOLUZIONARIO DI LOMBARDI”

di Giuseppe Giudice, 19 settembre 2020

Nell’anniversario della scomparsa di Riccardo Lombardi (18 settembre 1984).

“Diverse volte ho scritto sull’argomento. Oggi lo riprendo. Gaetano Arfè scriveva che Turati, Treves e soprattutto Matteotti, rifiutarono sempre l’attribuzione della pubblicistica rivolta a loro di essere riformisti. Pochi sanno che questi tre esponenti importanti del socialismo italiano, furono critici con il “revisionismo” di Bernstein . Non so neanche se Bernstein si definisse o meno riformista, ma questo è un altro discorso. In realtà la pubblicistica confondeva il riformismo con il gradualismo. Vale a dire l’ipotesi del superamento graduale del capitalismo verso il socialismo.

Il limite di Turati (che resta comunque una grande figura) , ma non di Matteotti, è la sua idea derivante dalla sua cultura positivista di una sviluppo lineare , che comunque include la lotta di classe politica e sindacale, verso l’obbiettivo socialista. Matteotti , aveva una formazione antipositivista (c’è una mescolanza forse di Marx e Bergson nel suo pensiero) rifiutava l’idea della linearità del processo, che è fatto di rotture e forti reazioni del capitalismo e degli agrari contro l’avanzamento del movimento operaio. Così legge la reazione fascista che punta a liquidare la democrazia ed il movimento operaio contemporaneamente. Di qui il suo assassinio da parte di sicari fascisti (c’è anche l’ipotesi di una sinergia tra Mussolini ed il Re nell’atto). A cui si aggiunge il dato della grandi battaglie condotte nel suo Polesine contro gli agrari.

E del resto Matteotti fu un critico severo del parlamentarismo , non certo perchè fosse contro la democrazia parlamentare, anzi, ma per le sue degenerazioni (in cui rimasero invischiati diversi suoi compagni). E perché , pur essendo essenziale la forma rappresentativa, la democrazia non si limitava ad essa e la battaglia socialista aveva bisogno di un forte movimento dal basso.

Ma ora facciamo un grosso salto storico. Riccardo Lombardi fece propria la tesi del “riformismo rivoluzionario (un ossimoro apparente) del socialista francese Gilles Martinet (in un opuscolo del ‘68). Un termine che lui attribuiva sia a socialisti italiani (Lombardi, Basso, Foa) che comunisti (Ingrao, Trentin). Lombardi fu l’unico a farlo proprio. Per Lombardi non si trattava affatto di giustapporre riformismo e rivoluzione, ma di operare una decostruzione di entrambi i termini. Nell’ambito del capitalismo maturo. Rifiuto netto della concezione leninista del partito e della transizione al socialismo. Allo stesso modo fortemente critico verso la socialdemocrazia di Bad Godesberg. A differenza di Basso, comunque, egli intravedeva le forti articolazioni interne alle socialdemocrazie (che comunque rappresentavano la grande maggioranza dei lavoratori e delle classi popolari in Europa) che includevano posizioni di sinistra socialista democratiche, vedi la sinistra laburista in GB e gli Jusos in Germania. E l’importanza di avere un dialogo positivo con queste forze. Il riformismo rivoluzionario di Lombardi si fondava , come è noto, sul concetto di “riforme di struttura”. Che immaginava un processo riformatore che spostasse incessantemente gli equilibri di potere nell’economia e nella società. Importante la differenza che lui fa, nel 1959, tra proprietà pubblica e proprietà statale. Le partecipazioni statali avrebbero dovuto essere uno strumento di un processo di pianificazione democratica che incidesse strutturalmente sugli equilibri esistenti, modificandoli profondamente verso una “società diversamente ricca”.

Dopo il 1967 Lombardi integra nel suo schema, elementi della tematica dei “contropoteri” di Foa e Basso. Pur essendo un difensore della democrazia costituzionale rappresentativa, egli ritiene che il socialismo (che per lui non è mai un ideale pienamente compiuto, ma un processo asintotico) aveva bisogno di forme di democrazia dal basso, tendenzialmente autogestite. Ma allo stesso tempo (e forse c’è qui una distinzione da Basso) la sottolineatura della grande importanza del sindacato confederale, come concepito da Di Vittorio, Santi e Foa.

Certo pensava ad un sindacato diverso da quello odierno. E poi il rifiuto del socialismo secondo il teorema leninista “del capitalismo monopolistico di stato” come anticamera del socialismo e delle illusioni Tayloristiche. Il tema della non neutralità del progresso tecnologico e il rifiuto di una visione economicistica e produttivistica del socialismo. Tema di grande attualità. Certo oggi il termine “riformismo” ha subito un “rovesciamento semantico” (Giorgio Ruffolo). Bad Godesberg potrebbe essere un progetto rivoluzionario rispetto al capitalismo realmente esistente. Con “riformismo” ormai si intende la precarizzazione del lavoro, la privatizzazione dei beni pubblici e sociali, l’eliminazione dei corpi intermedi, la demonizzazione dell’intervento pubblico . E ciò accomuna le false sinistre (leggi PD) e le destre. Ricordare Riccardo Lombardi significa anche porre le basi di un nuovo progetto socialista.”

Giuseppe Giudice

19 settembre 2020

Beschi: “No alla grande Menzogna”

di Mauro Beschi 
Ripubblichiamo l’appello “No alla grande menzogna“, già pubblicato sul ‘manifesto’ del 24 giugno 2020, con i primi firmatari (Massimo Villone, padre Alex Zanotelli, Domenico Gallo) e al quale si sono aggiunte circa 500 firme. Studenti, insegnanti, docenti universitari, avvocati, giornalisti, sacerdoti, sindacalisti: è uno spaccato dell’Italia che dice No, che respinge la grande menzogna del taglio dei privilegi della casta, quando, al contrario, l’oggetto di questa drastica riduzione è il diritto dei cittadini italiani ad essere rappresentati e a far giungere la loro voce in Parlamento. Allontanando sempre di più i rappresentanti dai cittadini e dal territorio, si accrescerà, anziché diminuire, il senso di sfiducia nei confronti del Parlamento e della democrazia costituzionale, favorendo la deriva verso una democrazia illiberale sul modello dell’Ungheria o della Polonia.
In questo momento in cui si sta finalmente avviando un grande dibattito popolare sul referendum, riproponiamo l’appello che scolpisce le ragioni essenziali per respingere questa riforma che inganna.
Per adesioni inviare una mail a adesione.nograndemenzogna@gmail.com
“Referendum costituzionale: No alla grande menzogna
Il 20 e 21settembre saremo chiamati a votare sul referendum costituzionale sul taglio del Parlamento, meno 36,5%, riducendo da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 quello dei senatori.
Il progetto politico che ha portato al taglio della rappresentanza parlamentare è rapidamente invecchiato, esso si risolve in un attacco al ruolo della rappresentanza parlamentare proprio quando ne andrebbe rilanciato il ruolo di rappresentanza e unificazione dell’Italia.
Di fronte al disastro umano, economico, occupazionale e sociale provocato dalla pandemia e alla gravità dei problemi che il popolo italiano si trova ad affrontare in questo momento storico, risalta la vacuità di una politica che, anziché affrontare i problemi reali, ha cavalcato il disagio sociale per costruirsi un consenso fondato sulle illusioni dell’antipolitica.
Negli ultimi anni la competizione politica si è svolta sul filo delle illusioni, sublimando sentimenti di rancore legati al crescente disagio sociale. Si è creata l’illusione che il disagio sociale sia frutto dei privilegi della casta, che dimezzare le pensioni dei parlamentari sia stato un grande successo popolare, che la nostra vita si possa migliorare discriminando gli immigrati o altre categorie di soggetti deboli, che il disagio politico che nasce dal vuoto della rappresentanza sia colpa delle istituzioni politiche rappresentative, che quindi devono essere ridimensionate, a cominciare dal Parlamento.
La riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari è il frutto più significativo di questa politica di diseducazione di massa.
Tagliare il numero dei parlamentari non è solo una questione di numeri o di costi. Si tratta di una riforma destinata ad incidere sulle modalità di organizzazione della rappresentanza attraverso la quale si esprime e si realizza il principio fondamentale della Repubblica secondo cui la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione e che attribuisce al parlamento un ruolo centrale nel nostro sistema democratico.
Il percorso di questa riforma costituzionale è stato alimentato dalla grande menzogna, che riducendo il numero dei parlamentari si punisce la casta, mentre, al contrario, si puniscono i cittadini che vedranno diminuita la possibilità di eleggere un “proprio” rappresentante, si darà un potere sempre maggiore a chi non ne risponde direttamente agli elettori, proseguendo nella separazione tra cittadini e rappresentanti.
Minando il rapporto fra cittadini e parlamentari, si incide sulla rappresentanza, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo, aumenta di conseguenza la distanza fra rappresentato e rappresentante e viene ulteriormente sacrificato il pluralismo, abbassando il grado di potenziale identificazione del rappresentato con il rappresentante.
Il taglio dei parlamentari sommato alle norme elettorali in vigore apre una ferita nella capacità di rappresentare i cittadini, i territori, le posizioni politiche esistenti nel paese, creando per di più squilibri tra le aree territoriali a parità di popolazione.
Ciò è tanto più grave alla luce della legge elettorale vigente caratterizzata da una forte quota maggioritaria (3/8 dei seggi) con liste bloccate nel proporzionale e voto obbligatoriamente congiunto tra candidato uninominale e lista collegata con l’effetto di comprimere notevolmente la possibilità dell’elettore di scegliere i propri rappresentanti.
Il nostro Paese deve affrontare delle grandi sfide di cambiamento per risollevarsi dal disastro provocato dalla pandemia, ma per farlo bisogna sconfiggere l’attitudine della politica a vendere illusioni e a creare falsi miti.
Per questo è importante respingere la mutilazione della rappresentanza che ci viene proposta con il taglio dei parlamentari oggetto del referendum.
La crisi della rappresentanza politica non si può curare riducendo il numero dei rappresentanti ma facendo sì che gli elettori possano tornare a scegliere direttamente i propri rappresentanti di modo che il Parlamento ritorni ad essere il motore della democrazia.
Nel breve tempo che ci separa dalla celebrazione del referendum, grande è la responsabilità dei mezzi di comunicazione che hanno il dovere civico di attivare un dibattito pubblico trasparente che fornisca ai cittadini le informazioni essenziali per far sì che il voto sia frutto di una scelta libera e consapevole.
Mobilitiamoci tutti per respingere questo ulteriore sfregio alla nostra democrazia costituzionale.”
Roma, 24 giugno 2020
Massimo Villone, padre Alex Zanotelli, Domenico Gallo