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Fermiamo le delocalizzazioni

FERMIAMO LE DELOCALIZZAZIONI

 3 settembre 2021

Sul tema delle delocalizzazioni industriali praticato con grande spregiudicatezza da fondi finanziari internazionali che non hanno nessun interesse ai valori del lavoro e alle stesse produzioni, ma puntano solo a massimizzare i profitti degli azionisti pubblichiamo il documento di indirizzo per una legge contro le delocalizzazioni redatto da un gruppo di giuslavoristi tra cui vari Giuristi Democratici, approvato dall’assemblea permanente delle lavoratrici e dei lavoratori Gkn

L’assemblea permanente delle lavoratrici e dei lavoratori Gkn ha votato e fatto proprio il seguente documento di indirizzo per una legge contro le delocalizzazioni, redatto dal gruppo dei giuslavoristi intervenuto il 26 agosto di fronte ai cancelli. Nessuna legge sulle nostre teste, ma una legge che sia scritta con le nostre teste. Siamo pronti a presentare il testo di legge, ad arricchirlo sui cancelli di ogni azienda, a sostenerlo nelle piazze.

#insorgiamo

FERMIAMO LE DELOCALIZZAZIONI

Delocalizzare un’azienda in buona salute, trasferirne la produzione all’estero al solo scopo di aumentare il profitto degli azionisti, non costituisce libero esercizio dell’iniziativa economica privata, ma un atto in contrasto con il diritto al lavoro, tutelato dall’art. 4 della Costituzione. Ciò è tanto meno accettabile se avviene da parte di un’impresa che abbia fruito di interventi pubblici finalizzati alla ristrutturazione o riorganizzazione dell’impresa o al mantenimento dei livelli occupazionali Lo Stato, in adempimento al suo obbligo di garantire l’uguaglianza sostanziale dei lavoratori e delle lavoratrici e proteggerne la dignità, ha il mandato costituzionale di intervenire per arginare tentativi di abuso della libertà economica privata (art. 41, Cost.).Alla luce di questo, i licenziamenti annunciati da GKN si pongono già oggi fuori dall’ordinamento e in contrasto con l’ordine costituzionale e con la nozione di lavoro e di iniziativa economica delineati dalla Costituzione. Tale palese violazione dei principi dell’ordinamento, impone che vengano approntati appositi strumenti normativi per rendere effettiva la tutela dei diritti in gioco. Per questo motivo è necessaria una normativa che contrasti lo smantellamento del tessuto produttivo, assicuri la continuità occupazionale e sanzioni compiutamente i comportamenti illeciti delle imprese, in particolare di quelle che hanno fruito di agevolazioni economiche pubbliche. Tale normativa deve essere efficace e non limitarsi ad una mera dichiarazione di intenti. Per questo motivo riteniamo insufficienti e non condivisibili le bozze di decreto governativo che sono state rese pubbliche: esse non contrastano con efficacia i fenomeni di delocalizzazione, sono prive di apparato sanzionatorio, non garantiscono i posti di lavoro e la continuità produttiva di aziende sane, non coinvolgono i lavoratori e le lavoratrici e le loro rappresentanze sindacali. Riteniamo che una norma che sia finalizzata a contrastare lo smantellamento del tessuto produttivo e a garantire il mantenimento dei livelli occupazionali non possa prescindere dai seguenti, irrinunciabili, principi.

  1. A fronte di condizioni oggettive e controllabili l’autorità pubblica deve essere legittimata a non autorizzare l’avvio della procedura di licenziamento collettivo da parte delle imprese.
  2. L’impresa che intenda chiudere un sito produttivo deve informare preventivamente l’autorità pubblica e le rappresentanze dei lavoratori presenti in azienda e nelle eventuali aziende dell’indotto, nonché le rispettive organizzazioni sindacali e quelle più rappresentative di settore.
  3. L’informazione deve permettere un controllo sulla reale situazione patrimoniale ed economico-finanziaria dell’azienda, al fine di valutare la possibilità di una soluzione alternativa alla chiusura.
  4. La soluzione alternativa viene definita in un Piano che garantisca la continuità dell’attività produttiva e dell’occupazione di tutti i lavoratori coinvolti presso quell’azienda, compresi i lavoratori eventualmente occupati nell’indotto e nelle attività esternalizzate.
  5. Il Piano viene approvato dall’autorità pubblica, con il parere positivo vincolante della maggioranza dei lavoratori coinvolti, espressa attraverso le proprie rappresentanze. L’autorità pubblica garantisce e controlla il rispetto del Piano da parte dell’impresa.
  6. Nessuna procedura di licenziamento può essere avviata prima dell’attuazione del Piano.
  7. L’eventuale cessione dell’azienda deve prevedere un diritto di prelazione da parte dello Stato e di cooperative di lavoratori impiegati presso l’azienda anche con il supporto economico, incentivi ed agevolazioni da parte dello Stato e delle istituzioni locali. In tutte le ipotesi di cessione deve essere garantita la continuità produttiva dell’azienda, la piena occupazione di lavoratrici e lavoratori e il mantenimento dei trattamenti economico-normativi. Nelle ipotesi in cui le cessioni non siano a favore dello Stato o della cooperativa deve essere previsto un controllo pubblico sulla solvibilità dei cessionari.
  8. Il mancato rispetto da parte dell’azienda delle procedure sopra descritte comporta l’illegittimità dei licenziamenti ed integra un’ipotesi di condotta antisindacale ai sensi dell’art. 28 l. 300/1970

Riteniamo che una normativa fondata su questi otto punti e sull’individuazione di procedure oggettive costituisca l’unico modo per dare attuazione ai principi costituzionali e non contrasti con l’ordinamento europeo. Come espressamente riconosciuto dalla Corte di Giustizia (C-201/2015 del 21.12.2016) infatti la “circostanza che uno Stato membro preveda, nella sua legislazione nazionale, che i piani di licenziamento collettivo debbano, prima di qualsiasi attuazione, essere notificati ad un’autorità nazionale, la quale è dotata di poteri di controllo che le consentono, in determinate circostanze, di opporsi ad un piano siffatto per motivi attinenti alla protezione dei lavoratori e dell’occupazione, non può essere considerata contraria alla libertà di stabilimento garantita dall’articolo 49 TFUE né alla libertà d’impresa sancita dall’articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE”. Riteniamo altresì che essa costituisca un primo passo per la ricostruzione di un sistema di garanzie e di diritti che restituisca centralità al lavoro e dignità alle lavoratrici e ai lavoratori.

Per permettere una ponderata valutazione degli interessi incisi dal testo dell’atto legislativo in cantiere riteniamo necessaria ed immediata una sospensione da parte del Governo delle procedure di licenziamento ex l. 223/91 ad oggi avviate dalle imprese.

Documento redatto da

Danilo Conte, Giovanni Orlandini, Paolo Solimeno, Massimo Capialbi, Pier Luigi Panici, Silvia Ventura, Giulia Frosecchi, Marzia Pirone, Francesca Maffei

Approvato dall’assemblea permanente delle lavoratrici e dei lavoratori Gkn

 

Lettera di Riccardo Lombardi a Salvador Allende  

Lettera di Riccardo Lombardi a Salvador Allende

 Nei prossimi giorni ricorre l’anniversario della morte dei compagni Salvador Allende e Riccardo Lombardi. Il professore Giovanni Scirocco* li ricorda con una lettera (proveniente dalle carte di Riccardo Lombardi presso la Fondazione di studi storici Filippo Turati di Firenze) scritta nel luglio 1971 da Lombardi ad Allende. La lettera non fu spedita, ma riveste un notevole interesse, non solo per il ricordo di questi due straordinari compagni e della loro lotta per il socialismo.

11 settembre 2021

Riccardo Lombardi a Salvador Allende, 28 luglio 1971

Caro compagno presidente,

Il prossimo viaggio in Cile del compagno Moreno mi offre la possibilità di anticipare per lettera alcune considerazioni che stanno alla base del vivissimo e preminente interesse che non solo io e i miei compagni della Sinistra socialista, ma tutto il psi hanno per l’esperienza da voi guidata nel Cile. Tale interesse sarebbe del tutto astratto è privo di conseguenze politiche se esso si limitasse alla constatazione di una rilevante correlazione (anche se forse non sarebbe esatto parlare di identità) ideologica. Questa ultima infatti, che nel passato anche recente, cioè durante la sciagurata esperienza dell’unificazione socialista, poteva e doveva essere messa legittimamente in dubbio, appare oggi, anche sotto l’impulso determinante della sinistra Socialista, come una realtà che ha via via guadagnato tutto il partito e ne informa, sia pure con qualche residua contraddizione, la prospettiva e la strategia. La correlazione e la omogeneità invece dipendono soprattutto dalla constatazione che pur nelle grandissime differenze di situazioni sociali, ovvia conseguenza di una diversa storia, i problemi di prospettiva, di strategia e forse anche di tattica che il Partito Socialista cileno si trova ad affrontare Oggi sotto la vostra guida, sono fondamentalmente gli stessi che il psi, anzi la sinistra classista italiana, si trova ad affrontare oggi o a proporsi come prospettiva non storica è lontana, ma politica e perciò ravvicinata. Questi problemi si riassumono sostanzialmente in quelli che pone il passaggio graduale ma risoluto al socialismo in una società capitalistica; ma questo, che è un problema generale di paesi capitalistici fino a oggi storicamente non risolto, ha una sua specificità nella situazione italiana, specificità che avvicina molto le soluzioni possibili in Italia a quelle possibili in Cile. Difatti, l’Italia, pur appartenendo globalmente ormai all’area dei paesi capitalisticamente sviluppati, presenta tuttavia zone non marginali di sottosviluppo ove dominano situazioni di paleocapitalismo, di precapitalismo o addirittura di Feudalesimo, e basta accennare a questo – del resto universalmente noto – fatto, per comprendere come la situazione che voi affrontate nel Cile, pur non identica, presenti aspetti e problemi abbastanza simili, pur con dimensioni diverse, a quella italiana.

Anche in Italia la classe operaia è non solo minoritaria, ma concentrata in zone delimitate, certo non nella stessa misura che da voi, ma tuttavia in misura tale da creare un grosso problema politico e sociale; anche in Italia l’esistenza nella società di Grossi strati intermedi di piccola e media borghesia in parte inserita nella produzione capitalistica avanzata e perciò accessibile (ma non ancora acceduta, se non parzialmente) ad una solidarietà con la classe operaia ed in parte invece, la più rilevante, a carattere parassitario e subalterno, crea problemi per la sinistra analoghi, anche se ancora una volta di dimensioni diverse, a quelli esistenti nel vostro paese; anche in Italia una massa confusa e disperata di sottoproletariato, parte del quale in corso di inserimento nelle nuove attività industriali, crea la minaccia permanente di offrire, con la sua protesta politicamente non egemonizzata, una base a possibili e sempre minacciose tentazioni autoritarie e fasciste; anche da noi, nelle grandi città industriali, l’addestramento periferico di lavoratori provenienti dalla campagna crea problemi economici, politici e sociali che nel Cile sappiamo bene avere raggiunto il massimo di acuità.

Diversi, invece, almeno nei loro aspetti di breve periodo sono i problemi connessi al influenza economica e politica dell’imperialismo che sappiamo bene configurarsi nel Cile e in tutto il Sud America in condizioni tali da costituire il problema prioritario, non risolto il quale nessuno dei problemi interni economici e politici potrà esserlo.

La situazione italiana è certamente diversa dato che la colonizzazione americana si serve di strumenti più indiretti e sofisticati che non siano quelli diretti e brutali, classici nel sud America.

Tuttavia, pur nella difformità delle situazioni, esistono problemi di lotta comune per l’indipendenza, con strumenti diversi: Ritengo che la diversità delle situazioni, sotto questo aspetto, offre possibilità positive di azioni coordinate differenti ma convergenti allo stesso fine e che potrebbe consentire una articolata concentrazione di sforzi diretti ad attaccare l’obiettivo dei diversi lati, alcuni dei quali più accessibili a voi nel sud America, altri più accessibili a noi europei.

Non voglio dilungarmi sulla gamma di considerazioni, lo ripeto, non solo astratte ed ideologiche ma politiche che la situazione suggerisce e sulle conseguenze operative da trarne; concordo perciò ampiamente con il compagno Moreno sull’utilità, direi sulla necessità che il contatto fra i nostri due partiti non sia occasionale, e direi così rituale, ma posso concretarsi in modo continuativo ed assumere manifestazioni non tanto celebrative e propagandistiche, quanto politiche ed operative su tutti i terreni, ivi compreso quello della soluzione dei problemi economici che sappiamo benissimo essere oggi nel vostro paese il punto più esaltante del vostro programma, ma anche il fianco più esposto all’attacco dell’imperialismo, e perciò richiede un apprestamento difensivo che certamente una solidarietà internazionale organizzata può concorrere a formare.

Desidero ricordare, non fosse altro per memoria, l’acuto problema del controllo e della neutralizzazione del potenziale reazionario e fascista annidato in gangli essenziali dello Stato (esercito, polizia, magistratura, burocrazia) senza di che ogni avanzata anche graduale e legale verso forme di socialismo rimarrebbe precaria (ragione per cui seguiamo con ansia lo svolgersi della vostra esperienza, specie nell’attuale fase); nonché i problemi dell’inserimento economico internazionale che certamente si configurano i nostri due paesi in maniera differente, ma che consente interpretazioni non divergenti: Per noi si tratta di provare un esperimento socialista probabilmente limitato a un solo paese immerso in un oceano di capitalismo avanzato, per voi Il problema è forse più semplice, ma non perciò più facile. A tutti questi fini ci stiamo adoperando per sollecitare un’attenzione meno distaccata e occasionale degli organi dirigenti del PSI verso i problemi dell’America del Sud è più esattamente di quello fra questi paesi, cioè il Cile, ove si svolge l’esperimento per noi più interessante e il cui successo è strettamente legato al successo o al fallimento della prospettiva politica che ci poniamo in Italia. Con il compagno Moreno, al suo ritorno, elaboreremo un programma per dare inizio e articolazione alle iniziative sopra accennate, che penso debba avere un momento pregiudiziale in un contatto approfondito fra dirigenti dei due partiti.

Accogliate, caro compagno, i saluti più cordiali

Riccardo Lombardi

* Professore associato di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Lingue, letterature straniere e comunicazione dell’Università degli studi di Bergamo

Tronti: “La scommessa perduta dell’unità sindacale”

Il decreto di San Valentino  – 1) L’84: la scommessa perduta dell’unità sindacale – di Leonello Tronti 4 marzo 2021 (ildiariodellavoro.it)

La maturazione del decreto di San Valentino costituisce per la storia del sindacato confederale un preciso punto di crisi. Più di dieci anni prima, il 3 luglio 1972, CGIL, CISL e UIL avevano siglato a Roma il patto federativo che portò alla nascita della Federazione unitaria, con l’impegno di agire in modo quanto più possibile autonomo dai partiti politici. Nell’ottobre dello stesso anno l’assemblea nazionale dei delegati metalmeccanici aveva fondato la Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) con organismi e sedi unitarie a ogni livello, dando vita all’esperienza sindacale che portò avanti in modo più completo l’esperienza unitaria. Tuttavia, se per tutti gli anni ’70 La Federazione CGIL-CISL-UIL garantì la gestione unitaria delle principali vicende sindacali, l’unità però non resse negli anni ’80, in particolare in occasione della promulgazione da parte del governo di Bettino Craxi del decreto-legge di San Valentino, che sanciva la predeterminazione della scala mobile.

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Penna “I 120 ANNI DELLA CAMERA DEL LAVORO DI ALESSANDRIA”

Di Renzo Penna. “20 gennaio 1901-2021 .  I 120 ANNI DELLA CAMERA DEL LAVORO DI ALESSANDRIA”

Nelle prime battute del libro di Roberto Botta, dedicato alle “Origini della Camera del Lavoro di Alessandria”, si legge che: “Il 20 gennaio 1901 era domenica. In quel giorno d’inverno diverse centinaia di operai percorrevano le vie di Alessandria. La loro destinazione era Piazza S. Martino dove sorgeva il Salone della Leva, meta in quegli anni, insieme al Foro Boario, delle manifestazioni operaie. Quel pomeriggio alle 15, doveva iniziare un’importante riunione; man mano che gli operai arrivavano ci si accorse che questa volta il vecchio salone non sarebbe bastato per accoglierli tutti. Il freddo tuttavia non scoraggiò gli ultimi arrivati, che si adattarono di buon grado a restare sulla piazza… Chi era riuscito ad entrare poté ascoltare i discorsi di alcune figure mitiche del proletariato alessandrino: l’orefice Devercelli, il ferroviere Lagazzi e il militante socialista Reposi si succedettero alla tribuna, dividendosi equamente i lunghi applausi di una entusiasta platea. Dopo un’ampia discussione… la riunione si sciolse ‘nel massimo buon ordine’. Al termine non mancarono festose bicchierate e pellegrinaggi di osteria in osteria. Quella manifestazione fu l’atto costitutivo della Camera del Lavoro di Alessandria”.[1]

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Articolo 99: “L’impatto del Covid-19 sulla popolazione anziana”

ARTICOLO NOVANTANOVE –  Associazione per il Dialogo Sociale   dei già Consiglieri CNEL

Gli insegnamenti dell’impatto avuto sulla popolazione anziana dal Covid–19 in relazione alla efficienza ed efficacia del sistema sanitario e assistenziale. Giugno 2020

Premessa e sintesi – Il Paese sta tentando di uscire dalla emergenza del Covid-19. Una esperienza durissima che richiederà tempo e cure per superare l’eredità che lascia. In particolare il bilancio degli anziani morti a causa del virus, un pesantissimo debito sulle spalle della collettività per non aver saputo proteggere adeguatamente la parte più fragile della popolazione. Su questo drammatico argomento, che ha messo in evidenza tutti i limiti del sistema italiano di assistenza sanitaria e sociale, Articolo 99 – Associazione per il dialogo sociale, vuole dare il suo contributo di idee e proposte ben sapendo che si potrà onorare il debito contratto solo se il Paese saprà attivare tempestivamente tutte quelle riforme tese a evitare che quanto accaduto si possa ripetere. Consideriamo che questo sia anche il messaggio dei recenti importanti indirizzi maturati dalla Commissione europea riguardo alle misure di sostegno per i Paesi più colpiti dalla pandemia. Riteniamo che se le eventuali condizionalità saranno finalizzate a prevenire il ripetersi di una eventuale pandemia è un dovere morale accettarle e, coerentemente, tenerne conto.

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Tronti: “Fare chiarezza sul MES”

“Fare chiarezza sul MES” –  Lettera aperta al ministro Gualtieri

16 Settembre 2020 –  da: “economiaepolitica.it”

Molti commentatori e molti rappresentanti politici sostengono che il ricorso al fondo MES per combattere le conseguenze dell’epidemia in corso non comporta condizioni oltre a quella del divieto dell’uso per altri scopi delle somme ottenute. In particolare, in audizione in Parlamento il commissario europeo Gentiloni ha dichiarato espressamente che “le condizionalità macroeconomiche che hanno caratterizzato la crisi precedente sono state eliminate per queste linee di credito straordinarie destinate alla sanità” (come riportato dal Sole-24 ore del 1° settembre). Tuttavia questo è vero per l’accesso al prestito, mentre per quanto riguarda il periodo successivo i rinvii alla legislazione europea (e in particolare al Regolamento 472/2013) comportano per il debitore il regime di “Sorveglianza rafforzata”, in base al quale può essere richiesto di “adottare misure correttive volte a evitare ogni problema futuro riguardante il finanziamento sul mercato”. Inoltre l’art.14 del trattato del MES stabilisce che “il suo Consiglio di Amministrazione adotterà direttive particolareggiate inerenti alla modalità di applicazione” dopo che la domanda sia stata avanzata, e che il paese debitore sarà sottoposto a sorveglianza post-programma sui suoi conti pubblici sino alla restituzione del 75% dell’importo dovuto.

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Beschi: “No alla grande Menzogna”

di Mauro Beschi 
Ripubblichiamo l’appello “No alla grande menzogna“, già pubblicato sul ‘manifesto’ del 24 giugno 2020, con i primi firmatari (Massimo Villone, padre Alex Zanotelli, Domenico Gallo) e al quale si sono aggiunte circa 500 firme. Studenti, insegnanti, docenti universitari, avvocati, giornalisti, sacerdoti, sindacalisti: è uno spaccato dell’Italia che dice No, che respinge la grande menzogna del taglio dei privilegi della casta, quando, al contrario, l’oggetto di questa drastica riduzione è il diritto dei cittadini italiani ad essere rappresentati e a far giungere la loro voce in Parlamento. Allontanando sempre di più i rappresentanti dai cittadini e dal territorio, si accrescerà, anziché diminuire, il senso di sfiducia nei confronti del Parlamento e della democrazia costituzionale, favorendo la deriva verso una democrazia illiberale sul modello dell’Ungheria o della Polonia.
In questo momento in cui si sta finalmente avviando un grande dibattito popolare sul referendum, riproponiamo l’appello che scolpisce le ragioni essenziali per respingere questa riforma che inganna.
Per adesioni inviare una mail a adesione.nograndemenzogna@gmail.com

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Valdo Spini: “Perché i Rosselli parlano ancora a questa Italia”

A 83 anni dall’assassinio dei fratelli Rosselli, Valdo Spini ha pubblicato un’interessante riflessione sull’attualità del loro pensiero.*

“Il socialismo liberale è una dottrina politica elaborata da Carlo Rosselli. Una conciliazione impossibile tra due sistemi di pensiero apparentemente incompatibili? No, perché una conciliazione è avvenuta, per esempio, con il governo laburista britannico del 1945-1951, dove un partito socialista aveva sussunto nella sua azione di governo le proposte di due liberali, in senso anglosassone naturalmente, come Keynes e Beveridge. Una vicenda, peraltro, descritta eloquentemente nel film di Ken Loach, The spirit of 1945.Ma anche nell’Italia del centro-sinistra degli anni Sessanta ha agito una corrente socialista-liberale, intesa come sintesi tra il filone socialista di Riccardo Lombardi, quello cattolico di Pasquale Saraceno e quello laico di Ugo La Malfa.

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L’appello di 103 economisti: “Ue e Bce, non è così che si supera la crisi”

La Banca centrale prima archivia Draghi, poi fa marcia indietro costretta dalla reazione dei mercati, ma intanto ha perso l’arma decisiva della credibilità. La Ue prende alcune misure ma non rinnega – anzi di fatto conferma – la logica economica che ci condanna a una crisi perenne. Cosa è necessario davvero. Da “MicroMega”.

Tra i firmatari: Daniela Palma, Leonello Tronti, Alessandro Roncaglia, Carlo Clericetti  

“Neanche di fronte a un disastro l’attuale classe dirigente europea è disposta a prendere atto che le idee che hanno guidato finora la politica economica sono profondamente sbagliate. Questa classe dirigente pretende che tali idee interpretino il modo migliore di far funzionare i mercati, elevati a mitici giudici di ciò che è giusto e ciò che non lo è e di fatto sostituiti al processo democratico. Ma proprio la reazione dei mercati alle prime decisioni dei ministri finanziari e poi della Bce su come fronteggiare l’emergenza hanno sepolto sotto una valanga di vendite da panico la palese incomprensione della situazione da parte dei massimi dirigenti europei, costringendoli a frettolosi tentativi di riparazione.

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Lombardi: “Il problema della disoccupazione deve essere risolto”

È il 18 settembre del 1984 e sono trascorsi 35 anni.

Riccardo Lombardi è morto. Il vecchio padre storico della sinistra italiana, fondatore del Partito d’Azione, prefetto della Milano liberata, leader intransigente e spesso isolato di una minoranza socialista, si è spento ieri alle 14,50 in una clinica romana.
Riccardo Lombardi, personalità estremamente eterodossa, probabilmente per i suoi trascorsi nel Partito d’Azione, capace di affascinare chi sognava l’alternativa, ma anche di suscitare grande rispetto in chi non aveva una idea propriamente movimentista della politica come Ugo La Malfa. Diceva il leader repubblicano del vecchio compagno del Partito d’Azione: «Non basta avere gli economisti. Bisogna avere anche chi interpreta politicamente gli economisti. Ora secondo me, c’era un solo uomo nel Partito Socialista Italiano che poteva impostare bene il problema dell’economia moderna in Italia, Riccardo Lombardi.

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