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Tronti: “Bruno Trentin e l’eclisse della sinistra”

Andrea Ranieri, Ilaria Romeo (a cura di), “Bruno Trentin e l’eclisse della sinistra”. Dai diari 1995-2006, Castelvecchi, Roma, 2020

Recensione di Leonello Tronti

 Il volume, curato amorevolmente da Andrea Ranieri e Ilaria Romeo, segue la precedente pubblicazione integrale dei diari di Bruno Trentin relativi al periodo di guida della confederazione di Corso d’Italia (1988-1994), curata nel 2017 per Ediesse da Iginio Ariemma. Quel testo, di oltre cinquecento pagine, aveva fatto molto discutere per i giudizi severi e a volte impietosi riservati alla stessa CGIL e a molti altri dirigenti del mondo sindacale, con i quali pure l’autore aveva condiviso straordinarie battaglie e impegni determinanti per la storia del Paese. A differenza di quello, il nuovo volume, di dimensioni più contenute ma non per questo meno denso e suggestivo, pubblica stralci selezionati dei diari di Trentin dal 1995 al 2006. Un periodo che, dopo l’abbandono della Segreteria della CGIL, vede l’impegno di lasciare al sindacato una piattaforma per il futuro, un «programma fondamentale» imperniato sui diritti e sulla solidarietà, e poi l’incarico nei DS come capo dell’ufficio del programma e quindi nel Parlamento Europeo, in sintonia con Jacques Delors e il suo progetto di fare dell’Europa l’“economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, in grado di realizzare “una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”[1]. Un periodo che, seppure tormentato da profonde delusioni, scoramenti e momenti di cupa depressione, rimarrà comunque fino alla morte animato dall’ansia di progettare il futuro.

Il testo – introdotto da un prezioso saggio di Andrea Ranieri, che periodizza e contestualizza gli appunti di Trentin, e da un’utilissima biografia critica di Ilaria Romeo – è diviso in tre parti. Ai due saggi introduttivi seguono i contributi tratti dai diari del leader della Cgil e infine un’ottima scelta di testi dello stesso Trentin (in parte inediti) che contestualizzano i temi affrontati nei diari, spaziando dagli anni Cinquanta ai primi anni Duemila. I diari sono per stile e contenuto un’opera a sé, all’interno della quale l’autore riporta con cura le proprie vicende politiche, con i dubbi e gli scoramenti più che con le certezze, e insieme i commenti sulle sue letture e le sue intuizioni. Gli anni che vanno dall’uscita dalla Cgil alla morte saranno per lui densi di una profonda elaborazione politica e culturale, culminata nella sua opera più impegnata dal punto di vista teorico, La città del lavoro (1997), e nel suo ultimo lascito intellettuale, La libertà viene prima (2005), di cui i diari testimoniano le sofferte e disilluse fasi di stesura.

Le pagine di diario scelte dai curatori hanno come tema principale il concetto di sindacato come soggetto politico, con la sua capacità di autonomia nutrita di progettualità: un concetto che per l’autore trova in Giuseppe Di Vittorio l’espressione più alta. Per Trentin l’eclisse della sinistra, che dà il titolo al volume e rispecchia la fase di riflusso che permea i diari, è il venir meno di un preciso progetto politico: quello che, sulla scorta, tra le tante radici vicine e lontane, della riflessione e dell’esperienza personale di Simone Weil, identifica la condizione operaia come soggetta alla violenza del comando, e si propone pertanto di emanciparla trasformando i «salariati»  in protagonisti, in «produttori» (il suo libro “Da sfruttati a produttori” è del 1977). Per Trentin la liberazione dei salariati dall’oppressione del comando richiede due qualificazioni. Anzitutto un sindacato che sia portatore di uno specifico progetto di liberazione, e quindi che faccia politica in una sfera autonoma dai partiti, incluso lo stesso Partito comunista cui pure Trentin aveva aderito sin dal 1949. Richiede quindi il chiarimento che la politica del sindacato, la sua specifica missione, è quella della trasformazione della fabbrica e della società o, meglio ancora, della società a partire dalla fabbrica.

La trasformazione della fabbrica, e conseguentemente della società è, in realtà, una visione diffusa, che caratterizza l’intero arco della stagione di mobilitazione operaia che porterà all’Autunno caldo e allo Statuto dei lavoratori. È una missione generale, un progetto condiviso dai protagonisti di quella mobilitazione: oltre a Trentin, Carniti, Benvenuto, Boni, Brodolini e tanti altri appassionati interpreti della stagione unitaria. Per Trentin è proprio il venir meno di questo progetto politico, che trovava nel sindacato il suo maggiore interprete, a definire la parabola che porta all’eclisse della sinistra che caratterizza gli anni in cui scrive le pagine di diario riprodotte nel volume. L’autonomia del sindacato, nella visione che quegli scritti propongono, è soprattutto rivendicativa, legata appunto alla conoscenza, alla comprensione approfondita dei processi produttivi necessaria a neutralizzarne il carattere coercitivo; ma è anche autonomia politica, che coinvolge profondamente il rapporto tra sindacati e partiti di riferimento come testimoniano, oltre ai diari, gli scritti di Trentin riportati nella terza parte del volume: sulla posizione della CGIL al  congresso della Federazione Sindacale Mondiale egemonizzata dall’Unione Sovietica (1953), sulla sconfitta della CGIL alle elezioni per le commissioni interne alla Fiat (1955), sulla posizione di Togliatti ostile all’intervento del sindacato sulle trasformazioni tecnologiche delle imprese (1957), di condanna dell’intervento sovietico in Ungheria nel 1956, sull’autonomia rivendicativa del sindacato nell’azienda di fronte alle trasformazioni tecnologiche (1960), e ancora sul ruolo dei consigli di fabbrica. Trentin non cessa di polemizzare contro la “naturale divisione del lavoro tra sindacato e partito” proposta dall’ortodossia comunista, che prevede che al sindacato spetti la sola delega salariale: una divisione che vorrebbe trasformare il sindacato, dice Trentin riecheggiando con amara ironia le parole di Mario Tronti, “nella ‘rude classe pagana’ che sa soltanto chiedere più soldi e se ne infischia dell’assetto istituzionale di un’impresa o della società nel suo complesso” (p. 102). Invece, per Trentin è proprio il progetto di trasformazione della fabbrica e della società che caratterizza inequivocamente la sinistra a richiedere l’unità sindacale, l’autonomia rivendicativa, i consigli, la lotta di fabbrica che attraverso la “contrattazione articolata” cementano l’unità dal basso e fissano le tappe del percorso di emancipazione della condizione operaia nei luoghi di lavoro, prima ancora che nei percorsi istituzionali dove si esercita l’azione dei partiti.

Le pagine di Trentin riecheggiano così il percorso ascendente della parabola che dalla crisi della CGIL nella commissione interna FIAT (1955) porta al ritorno in fabbrica del sindacato e poi agli scontri di Piazza Statuto (1962), al montare del movimento dei Consigli fino all’Autunno Caldo (1969) e infine allo Statuto dei lavoratori (1970), alla costituzione della FLM (1973), al Patto Lama-Agnelli (1975). La riconsiderazione matura e distaccata di quel percorso lo porta a rivedere un giudizio forse affrettato dato in precedenza di Giuseppe Di Vittorio; lo spinge anzi a progettare la stesura di un saggio su di lui come il grande leader politico e non solo il grande sindacalista che ha iniziato a rompere lo schema ideologico della “naturale divisione del lavoro tra sindacato e partito” (p. 102). La netta rivalutazione politica di Di Vittorio passa per la considerazione del carattere delle iniziative che ne segnalano in modo evidente l’autonomia e la visione politica, anche a rischio di anticipare o addirittura contrastare la posizione ufficiale del PCI: dal lancio del Piano del lavoro nel 1949, alla proposizione dell’urgenza dello Statuto dei lavoratori nel 1953, alla politica del ritorno in fabbrica del 1955, alla netta condanna dell’invasione sovietica dell’Ungheria del 1956. Ma soprattutto, per Trentin la figura di Giuseppe Di Vittorio emerge in tutta la sua grandezza di leader politico per il ruolo centrale, gramsciano, che egli sempre attribuisce all’istruzione dei lavoratori, alla cultura, alla conoscenza come elemento cardine della liberazione della condizione operaia dalla violenza del comando.

Se Trentin non riuscirà a completare il saggio su Di Vittorio di cui annuncia nei diari la preparazione nel 2006, molti anni prima, nel 1998, aveva redatto un importante studio su Eraldo Crea, Segretario confederale della Cisl dal 1974, segretario generale aggiunto nel 1985 e coordinatore delle attività e dei centri di ricerca della confederazione. Lo studio, realizzato in occasione della pubblicazione da parte della Cisl degli scritti più importanti di Crea, gli consente di evidenziare le ragioni di una profonda affinità nonostante la diversa appartenenza sindacale e le diverse tradizioni culturali. Come Trentin, Crea era stato infatti protagonista autorevole del movimento del 1968-1969, delle riforme degli anni Settanta, della lotta al terrorismo, della svolta dell’Eur del 1978 e in particolare, in collaborazione con Ezio Tarantelli, degli accordi del 1983 e del 1984 per la lotta all’inflazione e il superamento della scala mobile. Di lui Trentin sottolinea con forza le posizioni avanzate e precoci sull’autonomia del sindacato (“autonomia come capacità di superare ogni forma di subalternità alle esigenze politiche di un partito o di un governo, per quanto legittime esse possano essere”, p. 144), sul ruolo dei consigli operai, sulla decentralizzazione del conflitto e la contrattazione di fabbrica, precedenti a quelle cui perverrà la stessa CGIL. Per Crea la straordinaria esperienza sindacale del ’68-’70 voleva dire “battersi a viso aperto per un sindacato che si conquistasse sul campo la sua funzione di soggetto politico unitario e di soggetto di trasformazione” (p. 141). Nella concretezza della sua visione della forza dell’unità sindacale nei luoghi di lavoro, Crea viveva come Trentin e come molti altri nella CISL e nella CGIL: “la contraddizione sofferta tra una lealtà di organizzazione e una tradizione, e dall’altra parte la consapevolezza della crisi di vecchi presupposti ideologici: il sindacato associazione e i problemi della rappresentanza dei diversi soggetti del mondo del lavoro (l’autunno caldo); il neocontrattualismo (…) e la centralizzazione della contrattazione collettiva che Crea avversava e temeva (…); la fedeltà alle scelte dell’organizzazione e l’apertura ad una feconda contaminazione delle idee; il sindacato come soggetto politico, in polemica con il PCI certo, ma con tutta un’ideologia della CISL” (p. 138).

E proprio nella fase di centralizzazione della contrattazione collettiva conseguente alla Svolta dell’EUR, alla sconfitta della lotta alla FIAT con la Marcia dei quarantamila, al Lodo Scotti del 1983 e al decreto di Craxi di predeterminazione degli scatti di scala mobile dell’anno successivo, Trentin individua, con il venir meno della lotta di fabbrica, la fine del progetto di trasformazione della società a partire dalla fabbrica, e quindi l’eclisse della sinistra che di quel progetto era espressione politica e culturale. È la vittoria dell’“autonomia del politico” teorizzata su sponde ideologiche diverse ma convergenti nel risultato, tanto da Mario Tronti quanto da Toni Negri, che porterà nella fase successiva, di estinzione dei partiti della sinistra, al tentativo fallimentare di una sopravvivenza animata da un “leninismo senza rivoluzione”, nello sforzo di una rilegittimazione sul puro piano del potere, che deve guadagnarsi spazi di asfittica convivenza con un nuovo mondo fatto di globalizzazione dei processi produttivi, “neoautoritarismo” nei rapporti di lavoro e “mobilità speculative” degli investimenti finanziari.

Ma i diari offrono anche spunti importanti su come e dove riprendere il progetto di trasformazione del lavoro e della società a partire dai luoghi di lavoro, il progetto che fonda la sinistra e il ruolo del sindacato. Poiché “il lavoro subordinato rimane sempre un punto di partenza, mai di arrivo del processo di liberazione”, il punto di partenza fondamentale di un nuovo progetto di emancipazione della condizione operaia, e di ogni iniziativa rivendicativa rimane la prestazione del lavoratore non solo nella durata e nell’intensità, ma soprattutto nella qualità, ovvero fondamentalmente nel suo contenuto professionale. La condizione subalterna nel lavoro e l’organizzazione del lavoro imposta dall’impresa “non sono fattori immutabili e immodificabili per un lungo periodo, e la persona umana, con la sua ricchezza di valori e di saperi è la ‘variabile indipendente’ intorno alla quale cercare di costruire un nuovo tipo di rapporto di lavoro e nuovi sistemi di relazioni, nella società civile e nello Stato” (p. 141). Dunque, la variabile obiettivo di un’iniziativa sindacale capace di aprire la strada ad un nuovo progetto politico della sinistra non è tanto il salario variabile indipendente, ma la qualità del lavoro: la conoscenza, la libertà, la creatività nel lavoro. Chiarisce Trentin: la libertà nel lavoro viene prima, è la pietra di fondazione di un nuovo ciclo di emancipazione della condizione operaia dalla violenza del comando; ma la libertà nel lavoro presuppone informazione e conoscenza, presuppone la creazione di una società che superi la trasmissione della conoscenza come fenomeno meritocratico, di conferma della gerarchia sociale e della catena di comando esistenti. Per questo il volume si chiude con la netta presa di posizione di Trentin contro la meritocrazia a cui dedica l’ultimo suo scritto, pubblicato sull’Unità il 13 luglio 2006, attaccando frontalmente la “favola dei meriti e dei bisogni” a cui contrappone il binomio “capacità e diritti” (p. 181 sgg.). Il riferimento è al celebre discorso “Per un’alleanza riformista fra il merito e il bisogno” rivolto da Claudio Martelli alla prima Conferenza programmatica del PSI (Rimini, 31 marzo-4 aprile 1982). La proposta di una “società dei meriti e dei bisogni” avanzata da Martelli intendeva prospettare un’alleanza politica riformista, guidata dal PSI, tra i soggetti sociali dei meriti (che possono agire) e quelli dei bisogni (che devono agire). Il merito è una forma di potere e di “libertà di”. Chi merita è chi può agire, chi dispone del potere di agire, della libertà positiva che l’esercizio del merito e dei suoi correlati implica. Mentre coloro che devono agire sono le donne e gli uomini immersi nel bisogno, le persone che non sono poste in grado di essere utili a sé e agli altri, coloro che sono emarginati dal lavoro, dalla conoscenza, dagli affetti o dalla salute. A questa visione, che ingessa la società in un’alleanza tra forti e deboli, tra coloro che sono forti di meriti che, già nelle elaborazioni di Rousseau e Condorcet, vengono riconosciuti come “mera espressione di un potere autoritario e discriminatorio” (p. 181) e che l’esperienza di sindacalista di Trentin conferma come frutto di prove di fedeltà alla gerarchia aziendale, spesso anche marcatamente antisindacali, che consentono di premiare la deferenza al comando come correttivo della qualificazione e della competenza dei lavoratori. Alla favola dei meriti e dei bisogni Trentin contrappone la capacità, intesa come conoscenza e competenza, come capability nel significato che ad essa attribuisce Amartya Sen: libertà positiva, autonomia e consapevole governo della conoscenza, capacità di scelta e di realizzazione di sé. È questa capacità che va conquistata attraverso la lotta per il diritto alla conoscenza (come già indicato da prospettive tanto diverse come quelle di Di Vittorio e di Delors). È questo il nuovo progetto di emancipazione del lavoro e della società a partire dal lavoro, la nuova fase di emancipazione della condizione operaia. È la conquista del diritto alla formazione, e la sua pratica lungo l’intero arco della vita lavorativa. Ed è questa la sigla della riflessione che Trentin sviluppa con La libertà viene prima. Se la libertà viene prima, oggi l’apprendimento – un apprendimento diffuso e concepito come un processo di crescita sociale diffusa e non come privilegio da concedere a una struttura di comando fedele e “meritevole”, è il fattore essenziale della stessa crescita culturale della società contemporanea, condizione del suo sviluppo e “unica opportunità di ricostruire sempre nella persona le condizioni di realizzare se stessa, ‘governando’ il proprio lavoro” (p. 184). Di fronte alla lucidità di queste analisi e ai gravi problemi sociali, economici e politici creati dalla scelta delle formazioni politiche di una sinistra “rinnovata” di seguire invece la favola della meritocrazia, abbandonando persino la pur pietistica prospettiva di un’alleanza tra chi “può agire” e chi “deve agire”, si staglia netta la capacità anticipatrice di Bruno Trentin della linea di conflitto su cui si misura, nell’Economia della conoscenza, la prospettiva di un nuovo progetto di emancipazione di chi, nel lavoro e nella società è soggetto al dominio della digitalizzazione dei processi, al governo degli algoritmi e dei big data, dell’intelligenza artificiale e del machine learning. La speranza di una nuova luce che superi l’eclisse della sinistra resta affidata alla capacità di dare vita e consistenza sociale a quel progetto.

Riferimenti bibliografici

Trentin, Bruno (1977), Da sfruttati a produttori, De Donato, Bari.

Trentin, Bruno (1997), La città del lavoro. Sinistra e crisi del fordismo, Feltrinelli, Milano.

Trentin, Bruno (2005), La libertà viene prima, Editori Riuniti, Roma.

[1] Consiglio Europeo di Lisbona, Conclusioni della Presidenza, punto 5.

Penna: “IL MIO RICORDO DI FAUSTO VIGEVANI”

IL MIO RICORDO DI FAUSTO VIGEVANI

di Renzo Penna – 10 marzo 2021

Chi per primo mi ha parlato di Fausto Vigevani è stato, nei primissimi anni ’80, Guglielmo Cavalli, Segretario responsabile della Camera del Lavoro di Alessandria, socialista, la persona che più si è adoperata per favorire il mio impegno, a tempo pieno, nel sindacato.

Cavalli di Vigevani apprezzava, in particolare, le sue declinazioni del tema dell’unità: l’unità interna alla CGIL, quella dei soggetti presenti nel mondo del lavoro, l’unità sindacale e quella della sinistra. Fausto, quando nel novembre ’81 entra a far parte della segreteria Confederale, ha alle spalle otto anni nella categoria dei chimici, di cui gli ultimi quattro da Segretario generale.

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Gallino: “Perché la crisi non è quella che vi raccontano”

In questi giorni di forzato isolamento, mentre i mezzi di informazione ci trasmettono la paura per un nemico invisibile e assistiamo con sofferenza e angoscia ai limiti di un sistema sanitario pubblico che, nonostante l’abnegazione di medici, tecnici e infermieri, non riesce – soprattutto nelle città della Lombardia, la Regione più importante e, per reddito e Pil prodotto, ricca del Paese – a fronteggiare le domande di cura e assistenza dei cittadini, ritengo sia utile ragionare sulle cause che tutto ciò ha determinato. Per provare, una volta superata l’emergenza, a cambiare. 

A tale proposito, e visto che in questo periodo il tempo da dedicare alla lettura non manca, mi permetto di segnalarvi l’ultimo libro di Luciano Gallino, pubblicato con l’autore ancora in vita. Si tratta di “Il Denaro il Debito e la Doppia crisi” (Einaudi, 2015) che il sociologo torinese, di storia e cultura socialista, ha scritto per i suoi nipoti e per tutti noi, suoi ‘virtuali’ nipoti. Per intanto, di seguito, Vi propongo la prefazione: “Perché la crisi non è quella che vi raccontano”.

Renzo, 18 marzo 2020

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Manifesto socialista per il XXI secolo

«Manifesto socialista per il XXI secolo» di Bhaskar Sunkara, edito da Laterza
«Ma davvero il socialismo ha un futuro? Io ho la più assoluta fiducia morale che sia inaccettabile un mondo in cui alcuni prosperano privando altri della libertà, in cui miliardi di persone soffrono inutilmente circondate dall’abbondanza, in cui la catastrofe ecologica è sempre più vicina.»
Irriverente, chiaro e divertente. Un invito irresistibile a unirci alla lotta per la costruzione di un futuro veramente democratico, unica vera speranza in questi tempi complicati.
Naomi Klein
Una lettura essenziale per tutti coloro che vogliono costruire una nuova società, fondata sui bisogni delle persone e non sui profitti per le élites.
Owen Jones
Più della metà dei giovani americani non crede più nel capitalismo. L’ascensore sociale si è rotto e l’american dream è andato in pezzi. Bhaskar Sunkara, un trentenne figlio di immigrati, è diventato in pochissimi anni la voce più ascoltata e influente di questa generazione, ha fondato una rivista, “Jacobin”, che ha cambiato il panorama culturale negli USA e ha galvanizzato la sinistra del Partito democratico assieme a vecchie glorie come Bernie Sanders e nuove star come Alexandria Ocasio-Cortez. Questo libro ci fa conoscere la sua voce e le sue idee, attraverso le quali riscopriamo il significato di una parola che in Italia e in Europa ha perso nel tempo il fascino e la potenza originari: socialismo. Un socialismo per il Ventunesimo secolo, finalmente democratico, che propone come obiettivo l’uguaglianza economica e la lotta contro tutte le forme di oppressione, dal razzismo al sessismo. Il campo di battaglia è quello dei diritti: il diritto alla casa, al lavoro, alla scuola, all’educazione e alla salute. Un invito a costruire nuove istituzioni democratiche dal basso, nei posti di lavoro e nelle comunità locali. Un libro per tutti coloro che cercano, che lottano e che sperano nella fine delle enormi disuguaglianze del nostro tempo.

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Sateriale: “Dai banchi e dalle officine”

Mercoledì 22 maggio, ore 18,30, viene presentato a Roma (presso La mia libreria, in via R. Malatesta, 85) il libro di Gaetano Sateriale: “Dai banchi alle officine”, Ediesse.

Ne discutono con l’autore l’on. Pier Luigi Bersani, il presidente della Fondazione “Di Vittorio” Fulvio Fammoni  e il docente di Economia del Lavoro presso Università Roma Tre Leonello Tronti

Presenta e coordina l’incontro Alessandro Mauriello dell’Associazione “Labour Riccardo Lombardi”.

Daniela Palma: “La Cina, il capitalismo di Stato e la crisi del Washington Consensus”

Di Daniela Palma (da Keynesblog) – “Chi avrebbe mai scommesso sulla capacità di tenuta delle ricette “neoliberiste” propugnate dal Washington Consensus a dieci anni dall’inizio della crisi economica più grave dopo quella del ’29, che tiene ancora nella morsa gran parte delle economie occidentali? Non molti, pensiamo, ma sta di fatto che la crisi è tuttora trattata come un accidente della storia e che se siamo ancora lontani dalla piena occupazione è perché – si dice – il processo di liberalizzazione del mercato del lavoro da anni intrapreso non è del tutto sufficiente a consentire un adeguato libero gioco delle forze del mercato. E, stando sempre a questa narrazione, con l’emersione dei paesi di nuova industrializzazione e la pressione concorrenziale esercitata dai loro molto più bassi livelli salariali, sarebbero necessari interventi di liberalizzazione persino più incisivi. Ma questa narrazione è destinata ad essere messa sempre più in discussione quanto più si estenderà e si consoliderà lo spazio occupato dai nuovi protagonisti dello sviluppo mondiale lungo percorsi che con il Washington Consensus hanno molto poco a che fare, come già ampiamente dimostra la straordinaria ascesa economica e politica conseguita dalla Cina.

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Marta Fana: “Non è lavoro è sfruttamento”

Marta FanaArticolo della ricercatrice Marta Fana di presentazione del libro “Non è lavoro è sfruttamento”, edito da Laterza –“Io non ho tradito, io mi sento tradito» sono le parole di un ragazzo, appena trentenne, che decide di abbandonarsi al suicidio denunciando una condizione di precarietà , un sentimento di estrema frustrazione. Non è l’urlo di chi si ferma al primo ostacolo, di chi capricciosamente non vede riconosciuta la propria specialità . E’ l’urlo di chi  è  rimasto solo. Di precariato si muore. Tutto questo ha a che fare con le trasformazioni della nostra società , a partire dai diritti universali, dal lavoro, dall’umanità  e dalla solidarietà  negate. Quelle cose che si è¨ deciso di escludere dalle nostre vite, non potendogli dare un prezzo. C’è  più di una generazione a cui avevano detto che sarebbe bastato il merito e l’impegno per essere felici. Quella di chi si è affacciato al mondo del lavoro cresciuto a pane e ipocrite promesse, e quella di chi si affaccia oggi, quando la promessa assume il volto di un’ipocrisia manifesta. Oggi ci si suicida perchè derubati di possibilità, di diritti, di una vita libera e dignitosa. Qualcosa è andato storto e c’è chi continua a soffiare sul fuoco delle responsabilità  individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce.

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Pubblicato il “Quaderno” n.11 di Labour

Cop quaderno n.11 di LabourE’ pubblicato e in distribuzione il “quaderno” n.11 dell’Associazione Labour. La rivista ha iniziato le sue pubblicazioni nel 1995 per iniziativa e proposta di Fausto Vigevani (“I Quaderni non sono strumenti di propaganda, ma occasione per una riflessione offerta a chi è interessato e, in primo luogo, a coloro che sentono una responsabilità della politica”).  Contiene, in particolare: a) la presentazione, svoltasi a Roma il 3 dicembre 2015, del libro di Luca Bufarale: “Riccardo Lombardi – La giovinezza politica (1919-1949); b) la presentazione del libro “Fausto Vigevani il Sindacato, la Politica” tenutasi al Senato della Repubblica il 20 ottobre 2014; c) articoli di Paolo Leon, Renzo Penna, Mauro Beschi e Sergio Ferrari. Il “quaderno”, di cui è direttore Sergio Negri, è stato prodotto dalle Edizioni EFFEDI nel marzo 2017. Di 94 pagine ha un prezzo di copertina di 10 euro.

Roncaglia: “Breve storia del pensiero economico”

79408_Laudanna 1009.qxdKeynes blog 23 gennaio 2017 – In “Economisti che sbagliano- Le radici culturali della crisi” Alessandro Roncaglia affermava nel 2010 che la crisi economica che stiamo ancora vivendo non è comparabile (come si vorrebbe far credere) a un evento iscritto nell’ “ordine naturale delle cose”, ma il prodotto di valutazioni e di scelte di politica economica guidate da una precisa “visione del mondo” che – come sottolineava lo stesso Schumpeter – “costituisce l’ineliminabile retroterra preanalitico sul quale edificare le costruzioni teoriche”. Con la recente uscita di Breve storia del pensiero economico (Laterza, 2016) questo messaggio ne esce rafforzato: Roncaglia rilancia la riflessione sviluppata ne “La ricchezza delle idee” (2001) sul valore metodologico che sottende lo studio dell’economia politica e sull’impatto che le diverse “visioni del mondo” possono avere sul corso degli eventi economici. Riportiamo qui una presentazione del libro a cura dello stesso l’Autore presso l’Accademia nazionale dei Lincei.

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Sergio Negri: “Se 8 Ore”

cop-libro-8-ore-s-negri“Se 8 Ore” è il nuovo libro di Sergio Negri (pag, 168, maggio 2016, Euro 12,00). Edito da Effedì e con la prefazione di Giorgio Simonelli, racconta sotto la forma del romanzo la storica conquista delle Otto ore di lavoro delle mondariso di Vercelli.  È la lotta politica. La lotta strenua, accanita, dolorosa per la conquista delle ore di lavoro nelle risaie del vercellese.Vercelli, 1906. Lo sciopero delle mondine determina le agognate 8 ore di lavoro, una conquista storica di portata immensa per le donne e per i lavoratori tutti. In questo romanzo l’autore racconta la storia di Rosa Maria, che è una storia in cui il percorso di formazione, le passioni amorose, i legami familiari, per quanto intensi, sono dominati da una presenza che si impone su tutto come una vocazione.