Lettieri: “Per salvare l’Unione torniamo al Trattato”

di Antonio Lettieri da “Eguaglianza & Libertà”Il riconoscimento del fallimento della vecchia politica è la premessa per definire un nuovo quadro politico basato sull’uso della moneta unica e le prossime elezioni europee potrebbero aprire nuovi scenari. Il deficit fino al 3% stabilito a Maastricht potrebbe ridare spazio agli Stati per gestire la politica fiscale.

La lunga controversia tra l’Italia e le autorità della zona euro è stata risolta all’ultimo minuto. Non è stata attivata la procedura per “disavanzo eccessivo” nei confronti dell’Italia, una misura senza precedenti nell’area dell’euro fin dalla sua fondazione. Dobbiamo chiederci se questo scontro sia stato un semplice incidente di percorso o piuttosto la manifestazione di una rottura del motore che ha dominato l’eurozona negli ultimi due decenni. Vale la pena ricordare che il conflitto aperto dalla Commissione europea contro il nuovo governo italiano riguardava alcuni decimali del deficit di bilancio del 2019. Per collocare la disputa in una prospettiva più ampia, bisogna tornare alla natura delle sfide che hanno caratterizzato l’eurozona nell’ultimo decennio dopo la crisi finanziaria prima esplosa negli Stati Uniti e poi in Europa.


Alle origini della crisi
La crisi dell’autunno del 2008, ufficialmente iniziata con il fallimento negli Stati Uniti della banca Lehman Brothers, fu considerata la peggiore crisi finanziaria dalla Grande Depressione. Ma nei due anni successivi, il timore di una catastrofe economica era stato scongiurato. Il contagio, invece, si estese all’’Europa causando recessione e disoccupazione di massa.
Fu in queste circostanze che Mario Draghi, il nuovo presidente della Banca centrale europea (BCE), con un famoso discorso a Londra nel luglio 2012, annunciò quella che sarebbe diventata una decisione storica: “All’interno del nostro mandato – disse – la BCE è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro e, credetemi, sarà sufficiente”
In effetti, posta in una prospettiva più ampia, la dichiarazione non era così sorprendente. Ben Bernanke, presidente della Fed, la Banca centrale degli Stati Uniti, si era già mosso in quella direzione nei primi giorni della crisi, fornendo al paese una liquidità illimitata al più basso tasso di interesse della storia americana. Era il lancio del Quantitative easing (QE) – in sostanza, l’immissione di liquidità da parte della BCE tendente fondamentalmente ad ampliare gli spazi di manovra monetaria da parte del sistema bancario degli Stati membri.
Ma non solo. Nei mesi successivi, Barack Obama, subito dopo la sua ascesa alla Casa Bianca, aveva deliberato lo stanziamento di 800 miliardi di dollari destinati sia al salvataggio di aziende in pericolo di bancarotta – come nel caso della General Motor e della Chrysler – sia al sostegno di milioni di americani che avevano perso il lavoro.
L’Europa arrivò in ritardo ad adottare il QE, nel marzo 2015, quasi sette anni dopo l’inizio della crisi, quando una recessione devastante aveva già provocato il più alto livello di disoccupazione degli ultimi settant’anni, prima colpendo i paesi più piccoli dell’eurozona, come l’Irlanda, il Portogallo e la Grecia, e poi la Spagna.
E’ necessario tornare al 2013, quando i governi dell’eurozona adottarono il cosiddetto Fiscal compact: cioè l’impegno di ogni stato membro dell’UE a pervenire alla parità del bilancio e ad avviare la riduzione del debito pubblico fino a raggiungere la soglia magica dei 60 per cento del PIL. E’ anche utile ricordare che il Parlamento europeo non aveva discusso e tanto meno approvato una scelta destinata a prolungare e intensificare la crisi in atto – una misura imposta dalla Germania con l’acquiescenza della Francia di Hollande, e subita senza batter ciglio dai governi europei.
In sostanza, la politica monetaria diventava il cane da guardia della politica dell’austerità: fondamentalmente, della riduzione della spesa pubblica e dei salari. Mentre la soluzione della crisi veniva affidata alle cosiddette riforme strutturali: in altre parole, all’adozione di politiche neoliberiste centrate sulla liquidazione del potere contrattuale dei sindacati, la definitiva liberalizzazione del mercato del lavoro e un’ondata di privatizzazioni.
Austerità e riforme strutturali
Proprio come nel mondo fisico, non ci sono vuoti nel mondo della politica ..
In Germania, l’euroscettica Alternativa per la Germania (AFD) è diventato il terzo partito federale nelle elezioni del 2017, togliendo voti dalla “corazzata” CDU-CSU e alla SPD che negli ultimi settant’anni avevano guidato la politica tedesca.
In Francia, Emmanuel Macron, fino ad allora praticamente sconosciuto salvo aver servito brevemente nel governo socialista di Hollande, con un programma di chiara impronta neoconservatrice – favorito da un sistema elettorale che lo contrapponeva all’ineleggibile Marine Le Pen alla testa del Fronte nazionale, e privo della concorrenza del Partito socialista, ridotto a un umiliante sei per cento dei voti nel primo turno, facilmente salì all’Eliseo.
In Italia, la svolta fu ancora più radicale e imprevista con l’uscita di scena dei partiti che, sotto diverse spoglie, avevano guidato il paese nell’ultimo quarto di secolo. Conosciamo l’esito. In assenza di alternative percorribili – il Partito democratico aveva respinto la possibilità di formare il governo con il movimento delle Cinque stelle – l’unico governo possibile era basato sulla coalizione fra Cinque stelle e Lega, forze originariamente diverse. e per molti versi contrapposte, alla fine convergenti sul cosiddetto Contratto.
Una coalizione che metteva insieme , da un lato, la tipica linea di destra della Lega: attacco ai migranti, “legge e ordine”, appiattimento delle tasse, e così via. Dall’altro, la piattaforma di Cinque stelle con un orientamento genericamente riconducibile a posizioni di sinistra, basato sull’ampliamento dell’intervento pubblico e una rinnovata politica sociale, come l’introduzione del “reddito di cittadinanza” finalizzato ad alleviare la condizione di cinque milioni di poveri, principalmente nel Mezzogiorno.
La Commissione europea ha attaccato il nuovo governo non per la politica di destra della Lega – una politica in continua crescita in tutta l’UE – ma, fondamentalmente, per i suoi obiettivi economici e sociali, contrastanti con alcuni dei principi chiave su cui è basata la politica neoliberista dell’eurozona. Lo scontro si è, infatti, concentrato sul rispetto delle regole di bilancio – una sorta di catechismo che domina la zona euro – la cui caratteristica principale è la cancellazione del ruolo nazionale nella gestione della politica fiscale e, in generale, della politica economica e sociale. Regole non solo di destra ma irrazionali. Non a caso, il Financial Times, che non può certo essere accusato di un pregiudizio anti-euro, scrive senza mezzi termini che “Per quanto riguarda le regole fiscali della zona euro, il problema essenziale è che sono arcane, illogiche e fonte di frequenti attriti sia tra i governi che tra Bruxelles e responsabili politici nazionali “. (1) (Challenging times are ahead for the eurozone, 2 gennaio 2012).
In breve, non è possibile ignorare che anche in una comune area monetaria, come l’eurozona, ogni paese presenta caratteristiche economiche e sociali diverse, per cui la politica di bilancio non può essere amministrata da una tecnocrazia lontana senza alcuna investitura democratica e legittimità politica. Del resto, ci si dovrebbe chiedere quale sia il senso di convocare periodiche elezioni generali in uno stato democratico, se è vietato cambiare la politica del precedente governo bocciato dall’elettorato.
La novità è che il nuovo governo di coalizione italiano, investito di un consenso popolare che non ha eguali nei paesi dell’eurozona, pur proclamando la sua determinazione a mantenere l’Italia nella zona euro, ha sfidato la leadership neo-conservatrice dell’UE.
I tre paesi fondatori a confronto
Negli Stati Uniti, che furono all’origine della crisi, la ripresa ha dato luogo alla più lunga fase di crescita della storia americana. Il 2018 si chiude con un tasso di crescita di circa il 3 per cento, mentre Il PIL è aumentato rispetto al periodo antecedente alla crisi del 2008-09 di circa il 17 per cento, con una crescita superiore al 3 per cento nell’ultimo anno e un tasso di disoccupazione fra il 3 e il 4 per cento, il livello più basso da molti decenni.
Nell’eurozona la crescita totale nella decade iniziata all’insegna della crisi è stata meno della metà, al di sotto dell’8 per cento. Mentre la disoccupazione tocca alla fine del 2018 un tasso medio al di sopra dell’8 per cento, con punte di circa l’11 in Italia e del 15 per cento in Spagna, per citare due dei quattro maggiori paesi dell’eurozona. Se si considera – come scrive l’Economist (Eur not safe yet ,5 gennaio, 2019) – che il passaggio all’euro era considerato dai leader europei come l’avvento “di una nuova era di più stretta integrazione …più intensa crescita (insieme con) l’edificazione di una valuta che doveva rivaleggiare col dollaro”, l’esito non potrebbe essere più deludente.
D’altra parte non è necessario attraversare l’Atlantico per cogliere il fallimento di quel progetto. Paesi appartenenti all’Unione europea, ma al di fuori dell’eurozona, come per fare degli esempi, la Svezia, la Polonia, la Repubblica ceca, L’Ungheria, e altri, hanno toccato tassi di crescita più alti, talvolta doppi, rispetto a quelli dell’eurozona.
Ma non basta. Il divario non si è manifestato solo tra l’area dell’euro, gli Stati Uniti e paesi dell’Unione europea. All’interno stesso dell’eurozona si sono moltiplicati gli squilibri economici. E’ sufficiente soffermasi sul divario crescente fra i tre maggiori paesi all’origine dell’euro – Germania, Francia e Italia -.che da soli rappresento i tre quinti della popolazione appartenente all’eurozona.
La Germania, profittando del basso tasso di cambio dell’euro rispetto a quello che sarebbe stato il tasso di cambio del marco tedesco in assenza della moneta unica, ha compensato, nel corso del decennio, la bassa crescita interna in investimenti e consumi con il gigantesco surplus annuale della bilancia commerciale pari a circa l’8 per cento del PIL – un record a livello mondiale. Ha così realizzato una crescita mediamente superiore allo standard dell’eurozona e il più basso tasso di disoccupazione dell’area, testimoniando concretamente che la predilezione della Germania per la moneta unica ha indubbie e ragionevoli motivazioni.
A differenza della Germania, la Francia ha registrato un costante deficit commerciale, un misero tasso di crescita intorno allo 0,8 per cento medio e un tasso di disoccupazione superiore al doppio di quello tedesco. Al tempo stesso, la bassa crescita è stata accompagnata, ad eccezione di un solo anno nel decennio, da un deficit di bilancio permanentemente superiore al 3 per cento del PIL.

Il divario economico tra Francia e Germania appare ancora più clamoroso, se si confrontano i dati sul PIL pro capite calcolati a livello europeo da Eurostat. In questo caso, vediamo che in Germania solo il 18% della popolazione vive in regioni con un reddito pro capite inferiore alla media europea. Mentre in Francia, la popolazione che vive in regioni con PIL pro capite inferiore alla media europea è quattro volte maggiore, raggiungendo il 72 per cento della popolazione (24 ore, 2 gennaio 2019 e Eurostat)).
Un divario regionale addirittura maggiore di quello che si osserva in Italia, paese che soffre dello storico squilibrio del Mezzogiorno. E che certamente non era immaginabile quando la Francia si batteva con Mitterrand e Delors per la realizzazione della moneta unica, come mezzo per rafforzare la propria economia e promuovere una più equilibrata partnership con la Germania. L’euro ha invece accresciuto lo squilibrio economico e sociale della Francia. Un dato che contribuisce a spiegare il clima di rivolta di massa all’insegna dei Gilets jaunes.
Guardando all’Italia, la terza economia nella zona euro, il quadro è ancora più bizzarro. Profittando, a differenza della Francia, di una elevata competitività dell’industria manifatturiera, l’Italia ha stabilmente goduto di un costante surplus commerciale – il quinto più alto tra i grandi paesi dopo Germania, Cina, Giappone e Corea del Sud.
Questa performance potrebbe essere stata un a buon viatico a sostegno della crescita interna. È successo il contrario. Le norme sul disavanzo di bilancio dell’eurozona, imponendo l’insensato raggiungimento della parità di bilancio nel mezzo della crisi, hanno comportato la riduzione dei consumi privati ​​e la sostanziale paralisi degli investimenti pubblici. Non sorprende che il risultato sia stato uno sconcertante calo di cinque punti del reddito nazionale rispetto al livello del PIL del 2007, mentre la disoccupazione, che oscillava intorno al 6 per cento alla vigilia della crisi, raddoppiava nel corso del decennio. La regola del pareggio del bilancio imposto dalla Commissione europea compiva la sua opera demolitrice.
Ci si potrebbe chiedere se le scelte di politica economica dipendano, in ultima analisi, dall’osservanza di norme fissate da una remota, ai più sconosciuta, tecnocrazia di Bruxelles. O se l’amministrazione del bilancio nazionale non debba essere una normale prerogativa di un governo impegnato ad attuare il programma che gli è stato affidato dall’elettorato. Ma per la Commissione europea il periodico svolgimento delle elezioni è un esercizio che attiene puramente all’estetica non alla sostanza della democrazia.
Verso un nuovo modello dell’eurozona?
Concludendo, il governo italiano ha contribuito all’apertura del vaso di Pandora, rendendo palesi le contraddizioni della politica dell’eurozona. Le prossime elezioni di maggio per il rinnovamento del Parlamento europeo rifletteranno i profondi cambiamenti dello scenario politico europeo. Tra i quali spicca l’eclissi dei partiti socialdemocratici e, in generale, di centro sinistra.
Il primo obiettivo di una probabile nuova maggioranza nel Parlamento europeo dovrebbe essere la cancellazione del Patto fiscale, l’accordo intergovernativo che, come abbiamo visto, non è mai stato discusso, per non dire approvato, dal Parlamento europeo. Annullare le sue regole cervellotiche non significa un’Unione senza regole. Al contrario, sarebbe sufficiente tornare al Trattato di Maastricht che nel 1992 fissò i principi istitutivi della futura eurozona. Gli Stati aderenti alla moneta unica avrebbero conservato un’autonomia di gestione del bilancio nel quadro di un disavanzo flessibile entro il tre per cento del PIL. Su questa base sarebbe stato possibile per ciascuno Stato membro gestire una politica economica relativamente autonoma in linea con le sue specifiche esigenze strutturali e congiunturali nell’ambito di un quadro di cooperazione predefinito.
Una nuova maggioranza parlamentare europea non sarà presumibilmente posta di fronte all’alternativa sul mantenimento o la cancellazione della moneta unica. Il punto non è questo. Come abbiamo visto nell’Unione europea, che è la conquista da salvaguardare, convivono paesi con e senza l’euro. L’obiettivo è il cambiamento delle regole spesso arbitrarie che vi sono state gradualmente sovrapposte attraverso un processo decisionale sfuggente al controllo democratico e requisito dalle tecnocrazie dominanti a livello nazionale e comunitario. Con l’indiscutibile e sconsolante risultato di allontanare l’eurozona dalle aree più avanzate a livello globale, insieme alla creazione di crescenti divergenze fra i paesi che ne sono stati all’origine, e all’interno di ciascuno di essi.
Il riconoscimento del fallimento della vecchia politica è la premessa per definire un nuovo quadro politico basato sull’uso della moneta unica come strumento che gli stati membri utilizzano collettivamente per creare più avanzati equilibri economici e sociali nell’ambito di un ristabilito consenso popolare.
In definitiva, un realistico riconoscimento della crisi dovrebbe essere la premessa per l’apertura di una nuova fase dell’eurozona e, indirettamente, dell’Unione europea. Non è sicuro che ciò avvenga. Ma è una possibilità reale. E potrebbe anche essere l’ultima possibilità per dare all’euro un futuro credibile dopo un decennio perduto.
Lunedì, 14. Gennaio 2019

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