Sateriale: “L’Europa si deve rigenerare”

Intervista a Gaetano Sateriale di Alessandro Mauriello 

 

 

 

 

In prima istanza, nei suoi molteplici ruoli di dirigente
sindacale, amministratore locale, policy maker a che
punto é a suo avviso la costruzione politica dell’
Europa?

– Non sono un grande esperto di Unione Europea. I miei
contatti diretti risalgono agli anni 90 quando, come molti,
frequentavo la Ces e le Istituzioni europee per conto della
Cgil e poi per qualche contatto da Sindaco, quando era
presidente Romano Prodi. A quei tempi, caduto il muro di
Berlino, l’Unione Europea si allargò molto: troppo e
troppo in fretta secondo il mio parere. Anche se capisco
le spinte e le pressioni che ci furono. Ci si immaginò che
tutto quello che era stato sotto il controllo sovietico
potesse divenire immediatamente parte dell’Unione
Europea con pienezza di diritti (e relatività di doveri). Fu
un’ingenuità o un errore di presunzione? Oggi ci
accorgiamo che alcuni di quei paesi impediscono all’UE
di prendere le decisioni politiche giuste in tempi adeguati.
Io penso, da osservatore esterno, che si sarebbero dovuti
creare due livelli di appartenenza alla UE, con progressivi
passaggi fra loro: uno dei paesi fondatori e uno dei nuovi
aderenti. Con disparità di diritti fra loro. Non è solo un
problema di diritto di veto e di trattati da riscrivere.

È secondo me anche un problema di identità: di volontà di
cedere pezzi di sovranità all’UE. Se non hai questa
disponibilità non puoi far parte dell’Europa e averne i
benefici senza averne piena corresponsabilità. Ci sono
tre identità di appartenenza all’Unione: gli Stati del
continente che si sono fatti guerra per secoli, la Gran
Bretagna che ha perso un impero, gli Stati (ex impero
sovietico) che non sono mai stati autonomi negli ultimi
secoli. Chiaro che l’identità europea è diversa e anche
confliggente fra queste tipologie. Gli Stati più “antichi” vedono i vantaggi dell’Unione (al di là di qualche pentito
dell’ultima ora), la Gran Bretagna si sente “sminuita”
dall’appartenenza all’UE, i Paesi ex impero sovietico
ambiscono a diventare Stati con pienezza di sovranità
prima che non paesi dell’Unione. A mio parere, oltre ai
regolamenti sui poteri e i diritti, andrebbe reimpostato il
disegno e rafforzati i vincoli: se rispetti i diritti, le regole
della democrazia, la pace, puoi stare in Europa, altrimenti
ti accontenti di un rapporto di relazione, magari
privilegiato, ma non di pienezza dei diritti di
appartenenza. L’Europa commise anche l’errore di non
stabilire un rapporto (se non un ingresso) con la Turchia,
quando quel Paese guardava a Occidente e persisteva
una netta separazione, anche nella vita quotidiana) tra
poteri politici e credo religioso. La Turchia era parte
importante della Nato e non era degna di entrare in
Europa? Contraddizioni che si pagano. Mi pare fosse
Helmut Kohl che desiderava una Germania europeizzata
contro l’idea di un’Europa germanizzata. La gestione
della crisi finanziaria 2008-2013 non è andata in questa
direzione. Seppure sul terreno economico e monetario la
Germania ha imposto le sue regole (anti inflattive) a tutti i
Paesi (specie a quelli del Mediterraneo) impedendo le
politiche espansive dei singoli stati per difendere
esclusivamente il valore dell’Euro. L’Europa si limitava ad
esercitare politiche esclusivamente monetarie invece che
economiche e del lavoro. Una bella perdita di ruolo e,
conseguentemente, di identità e di consenso. Poi con la
pandemia, la svolta: risorse comuni per politiche coerenti
con i principi di sostenibilità, innovazione e inclusione.
L’emergenza sociale ha “obbligato” l’UE a tornare ad
essere keynesiana, dopo le gestione monetarista della
emergenza economica. L’emergenza della guerra in
Ucraina farà in modo che l’UE si rafforzi e diventi davvero
una voce sola anche in politica estera e della difesa? Speriamo.

Ma anche qui il passaggio è delicato: perché
necessario che l’UE abbia una sua nuova identità politica
e militare non in contrasto ma autonoma rispetto alla
NATO. Altrimenti sarà sempre un’alleanza con gli Usa a
determinare le linee di politica estera e della difesa e non
l’ autonomia dell’UE. In sostanza: vanno senz’altro rivisti i
regolamenti e ridefiniti i poteri delle istituzioni europee,
ma non è un problema di aggiustamenti. Siamo di fronte
alla necessità di un nuovo salto di rafforzamento
dell’identità dell’UE. Anche a costo di perdere qualche
Paese membro (e conquistarne altri). Del resto, il quesito
è abbastanza netto. Nella costruzione di un nuovo mondo
multilaterale l’UE vuole avere un suo spazio autonomo
oppure no? Se sì, pur non venendo meno all’alleanza
atlantica, si deve potere (e sapere) giocare un ruolo
autorevole e autonomo.

  1. Nel suo ultimo saggio scritto con Fabrizio Ricci, lei
    presidente parla del protagonismo delle città per
    perseguire gli obiettivi di Agenda 2030. Quale saranno il
    loro ruolo per dare forma politica all’ Europa?

– Mi piacerebbe poter dire che le città saranno un soggetto
costituente, un catalizzatore dell’identità futura
dell’Unione Europea. Ma, onestamente, non credo sia
possibile, se non in forma molto indiretta e “culturale”.
Fatichiamo a far convivere l’autonomia degli Stati con
l’identità dell’Unione, ancora oggi l’idea della cessione di
sovranità risulta ostica a molti, figuriamoci… E poi, cosa
dovremmo dire alle identità regionali? Che la Catalogna
(o la Lombardia) sta nell’UE in quanto regione autonoma?
Penso salterebbe il sistema europeo e che invece di una
Federazione avremmo il caos. Le città e i territori, invece, sono il luogo fondamentale per applicare nei fatti le scelte
politiche europee e nazionali sulla sostenibilità e la
riduzione delle disuguaglianze, altrimenti restano parole
belle ma astratte. Quando diciamo le città noi intendiamo
non tanto e non solo gli spazi urbani quanto i cittadini e le
comunità che li abitano. L’Agenda Onu 2030 è precisa
nell’indicare gli obiettivi per invertire le tendenze di
impoverimento del pianeta e dei suoi abitanti. Ma quegli
obiettivi vanno trasformati in politiche concrete e in
progetti da realizzare. Progetti che saranno
necessariamente articolati a seconda delle priorità che ci
sono in ciascun territorio, in ciascuna città del pianeta.
Compreso quelle europee e italiane. Nelle città si
possono verificare quali sono i bisogni prioritari cui dare
risposte coerenti con i principi dell’Agenda Onu. Nelle
città ci sono anche le forze sociali ed economiche per
organizzare queste risposte in progetti concreti da
definire e realizzare. Nelle città ci dovrebbero essere
anche le forme della rappresentanza politica (i partiti) in
grado di interloquire con le comunità e assumerne i
bisogni. Ma questo è uno dei problemi e delle difficoltà in
atto in Italia (e forse non solo): l’aumento della distanza
tra la rappresentanza politica e le persone in carne e
ossa, con i loro bisogni, le loro aspettative e anche le loro
competenze. Le istituzioni di governo delle regioni, delle
città e dei territori sono gli interlocutori diretti per avviare
le politiche concrete di sostenibilità. Anche se spesso
queste istituzioni tendono a essere autoreferenziali e ostili
a costruire reti di relazioni sia sociali che istituzionali.
Restano comunque l’interlocutore da convincere e
coinvolgere per fare dei principi della sostenibilità il
percorso concreto di miglioramento di un benessere
sociale diffuso e meno diseguale.

  1. Lei presiede Nuove Ri-generazioni, ci può esplicare l’
    attività di questa associazione?

– L’Associazione Nuove Ri-Generazioni nasce da un’idea
molto netta del sindacato degli edili della Cgil: che non si
può pensare che l’edilizia possa tornare a essere un
volano di crescita per tutta l’economia (come è stato più
volte dall’ultimo dopoguerra) senza un ridisegno
complessivo, una rigenerazione appunto, delle città e dei
suoi servizi. Non solo dei suoi palazzi e delle sue
infrastrutture. Con l’ingresso nell’Associazione dei
pensionati dello SPI Cgil è stato più facile costruire il
modello logico cui ispirare la nostra attività. Partire dai
bisogni delle persone e del territorio per corrispondere
loro attività e servizi in una logica di prevenzione e di
prossimità. Abbiamo sintetizzato questo percorso nel
concetto della rigenerazione come disegno di 2 Welfare
(non più uno solo e residuale): quello delle persone con la
garanzia di fornire loro i servizi essenziali (casa, scuola,
trasporti, lavoro, ecc.), quello del territorio in una logica di
manutenzione programmata e riduzione dei rischi
(idrogeologico, sismico, ambientale, ecc.). Tra l’altro,
questa idea di dare maggiore impulso alle attività di
servizio potrebbe essere una via necessaria (se non
obbligata) di caratterizzare un nuovo mercato europeo di
qualità che non sia in esclusiva concorrenza con i mercati
manifatturieri di beni di consumo. Un mercato nuovo in
cui le tecnologie digitali siano strumento di qualificazione
dei servizi piuttosto che non solo beni in sé. La nostra
Associazione è a disposizione di quanti nei territori siano
interessati ad avviare pratiche di realizzazione di queste
politiche con i soggetti sociali che intendano
sperimentarle. Ma siccome siamo una associazione di
natura (e cultura) sindacale, abbiamo come fine ultimo quello di creare occasioni per la nascita di nuove imprese
a forte sensibilità sociale e di nuovo lavoro di qualità
particolarmente indirizzato ai giovani e alle donne.

4. Sul tema lavoro a suo avviso in termini di azione politica
si sta costruendo una Europa sociale?

– Potrebbe essere un mio limite ma purtroppo non vedo
segnali di questa natura. Penso che per farlo si dovrebbe
ripartire dal lavoro: dall’obiettivo troppo trascurato di
garantire la piena occupazione ai cittadini europei. In
fondo, a ben pensarci, ci sono 3 condizioni indispensabili
perché un abitante dell’Europa (o dell’Italia), nativo o non
nativo che sia, ne diventi pienamente cittadino: che abbia
una casa, una scuola, un lavoro. Ciò valeva quando
anche noi italiani eravamo migranti, vale per le persone
che migrano oggi nel nostro continente in cerca di
condizioni più decenti di vita, vale anche per i nostri
giovani che, senza lavoro (o con un lavoro povero),
vivono in un ruolo ambiguo di cittadini ai margini, non in
grado di programmare il loro futuro. L’Europa ha perso
tempo ed efficacia senza riuscire a definire politiche
comuni di accoglienza. È sempre più urgente (anche di
fronte alle crisi climatiche, sociali, economiche, belliche,
sanitarie) definire politiche europee di integrazione e di
piena cittadinanza per chi entra o vive in Europa. Anche
perché le dinamiche demografiche, in Europa e in Italia,
non vanno nella direzione dell’autosufficienza, anzi. Per
realizzare i 2 Welfare cui abbiamo accennato c’è bisogno
di nuovo lavoro, con nuove competenze e nuovi diritti. È
un percorso che va creato e reso possibile a tutti. Una
sfida epocale, forse. Ma già aperta davanti ai nostri occhi,
se volessimo vederla.

da EuropoliticheMacro/Scenari

 

 

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